Anno diCristo MDCXXXVIII. Indiz. VI.
Urbano VIII papa 16.
Ferdinando III imperadore 2.

Trovavasi forte di gente il marchese di Leganes governator di Milano; sapeva in oltre dubbiosa ne' suoi disegni la reggente di Savoia Cristina, sì pel suo desiderio di una sospension d'armi, e sì per l'inquietudine che cominciava a recarle il cardinal Maurizio suo cognato; e però pensò a levarsi dal piede una dolorosa spina, cioè il vigoroso forte di Breme, fabbricato dal defunto duca Vittorio, che teneva in un continuo allarme lo Stato di Milano. Passò a quell'assedio nel dì 11 di marzo. Pensavano i Franzesi che Breme si potesse sostenere per due mesi; restarono ben delusi, perchè quella piazza nel termine di non molti giorni, cioè nel dì 30 del mese suddetto, capitolò la resa, e costò questa il capo al Mongagliardo, che n'era governatore, senza che gli valessero scuse e ragioni. Costò anche quell'assedio la vita al maresciallo di Crequì, perchè, essendo egli ito, nel dì 26, a spiar col cannocchiale i postamenti degli assedianti, colpito dalla palla di un sagro, in un momento passò all'altro mondo. Fu in sua vece scelto al comando dell'armi franzesi in Italia il cardinale della Valletta, che non dovea aver bene studiato i sacri canoni, e s'era forse dimenticato d'essere arcivescovo. Per la presa della fortezza di Breme, che tutta fu poi smantellata, grandi allegrezze si fecero in Milano. Provveduta di gran talento era la vedova duchessa di Savoia, ma questo non bastava nel fiero viluppo delle circostanze presenti. Trattava segretamente con gli Spagnuoli di pace; ricusava di confermar la lega co' Franzesi; ma cotante minaccie, e insieme sì belle promesse di gagliardi aiuti misero in campo essi Franzesi, che la duchessa non trovò scampo, e si lasciò condurre a ratificar la lega con essi. Perchè nondimeno fece ella questa risoluzione, come vogliono alcuni (il che è negato da altri), senza participazione e consenso de' suoi ministri, ne fu un gran dire; e i popoli cominciarono a mostrarsi mal animati contra di lei; e tanto più perchè segretamente soffiavano in quel fuoco gli emissarii del cardinale Maurizio e del principe Tommaso, zii del piccolo duca, che aspiravano alla di lui tutela, e alla depressione della duchessa. Anzi scrive Vittorio Siri di avere saputo dalla bocca di Francesco I duca di Modena che, nel passare per quella città, in venendo da Roma esso cardinale, spiegò apertamente l'intenzione sua di farsi duca di Savoia; al che inorridì l'Estense suo nipote. Ora il marchese di Leganes, veggendo che non andavano innanzi i suoi trattati colla duchessa, pubblicò nel dì 25 di maggio una circolare, dove, per dar qualche colore all'invasione da lui già meditata del Piemonte, si servì di quelle galanti apparenti ragioni che bene spesso veggiamo usate dall'ingegnosa penna dei politici per deludere gl'ignoranti, ma che fan ridere i savii: cioè muover egli l'armi solo per compassione degl'infelici Piemontesi oppressi da' Franzesi, e per liberare la duchessa reggente dalla loro prepotenza, e non già per usurpare menoma parte di quegli Stati, promettendo inoltre buon trattamento a chi non si opponesse ad un così santo ed approvato disegno.

Nel giorno seguente all'improvviso spinse l'esercito suo sotto la città di Vercelli, e ne imprese l'assedio. Dentro vi era il marchese Dogliana, che coraggiosamente si preparò alla difesa, deplorando solamente la scarsezza del suo presidio e delle munizioni. Diedesi frettolosamente il Leganes a formar la circonvallazione e gli approcci, e cominciarono le artiglierie a far il loro dovere. Pervenne in questo tempo a Torino il cardinale della Valletta col duca di Candale suo fratello; ma le soldatesche condotte da lui erano poche; altre bensì ne venivano, ma zoppicando. La riputazione sua e le premure della duchessa esigevano che si andasse al soccorso di Vercelli. In fatti colà marciarono tutte le forze de' Franzesi e Piemontesi, e nella notte del dì 20 di giugno venne lor fatto di spignere entro quella città da ottocento fanti. Questo rinforzo servì bensì a far differire, ma non già ad impedire, la resa di Vercelli; perchè, venute men le munizioni ai difensori, i quali con gran valore s'erano sostenuti, finchè poterono, dopo aver ottenuto oneste condizioni, lasciarono nel dì 5 di luglio libero l'ingresso agli Spagnuoli in quella città. In quello assedio, se dice il vero Alberto Lazari, fu adoperata l'invenzion nuova delle bombe, ma già da noi veduta molto più antica. Ivi ancora scrivono, che alzate in aria venti braccia di grosso muro da una mina, ricaddero a piombo nel medesimo sito, senza nè pure che apparisse una fessura: il che par troppo. Mentre si facea questa danza in Piemonte un'altra scena ancora succedette nel Monferrato. Oltre all'essere stata allevata la principessa Maria reggente di Mantova con genio agli Spagnuoli, non sapeva ella veder di buon occhio i ministri di Francia, che in Mantova stessa si davano l'aria come di padroni; e però nacquero dissensioni fra lei ed essi, e si passò alle vicendevoli gelosie e diffidenze. E queste per parte de' Franzesi furono credute dai saggi ben fondate; imperciocchè non solamente la principessa escluse dal ministero chiunque professava parzialità alla corona di Francia, sostituendone altri partigiani della Spagna, ma si venne anche a scoprire un trattato menato da lei co' ministri di Spagna, di scannare quanti Franzesi si trovavano in Casale, e d'introdurvi guarnigion spagnuola. Negò dipoi la principessa questo maneggio; ma pretesero i Franzesi di averne chiare e convincenti pruove. Adunque per ordine loro fu preso il Monteglio governatore, poi processato e decapitato. Furono ancora cacciati altri uffiziali e ministri della principessa, e molti di que' nobili del suo partito; e rinforzato maggiormente quel presidio. In sostanza, occuparono il dominio di quella città, lasciando gridar gli Spagnuoli che queste erano imposture e mascherate per andare usurpando l'altrui.

Cangiarono faccia anche in Piemonte le cose; imperciocchè madama reale Cristina mirando esacerbati i sudditi non men per le conquiste degli Spagnuoli, che per l'aggravio de' Franzesi; e temendo anche delle segrete mine dalla parte dei due principi cognati suoi, tutta si gittò in braccio agli stessi Franzesi. Fece vista di arrolare un reggimento di essi per la propria difesa, e il mise in Torino; lasciò in oltre, che nelle altre sue fortezze i medesimi mettessero il piede: con che tutto il Piemonte col Monferrato si trovò come in ceppi, divenuto Franzese. Prese motivo il Leganes dai cangiamenti avvenuti in Mantova, per pubblicare un altro manifesto, lavorato sul torno del precedente, intendendo di giustificare la di lui meditata invasione del Monferrato, non già per vantaggio alcuno della Spagna, che Dio guardi; ma per iscacciarne i Franzesi occupatori ingiusti, in benefizio del duchino di Mantova. Entrarono in fatti poco d'appresso l'armi spagnuole nel Monferrato, col farvi la sola bravura di prendere il castello di Pomà, e di spianarlo da' fondamenti: che questo fu il primo servigio prestato al duchino. Essendo accorsa l'armata del cardinale della Valletta co' Piemontesi, se ne ritirarono da lì a non molto gli Spagnuoli con poco lor gusto; e tutti poscia andarono a godersi i quartieri d'inverno. Fu rapito in questi tempi dalla morte il picciolo duca di Savoia Francesco Giacinto in età di sei anni, dopo molte febbri, che nel dì 4 d'ottobre il levarono dai guai del mondo. Non vi restò di maschi se non Carlo Emmanuele, che in età di quattro anni prese il titolo di duca. Nè solamente in quest'anno restò innaffiata la terra dell'uman sangue, ma anche il mare. Faceano vela quindici galee di Spagna venendo da Napoli, sotto il comando di don Rodrigo Velasco, per isbarcar al Finale mille e cinquecento fanti, e assai danaro in soccorso dell'esercito di Lombardia. N'ebbe avviso il signor di Poncurlè, nipote del cardinale di Richelieu, e con quindici altre galee uscito di Provenza, cominciò a rondare, aspettando che gli Spagnuoli avessero sbarcate le soldatesche, per poscia assalirli. Il Velasco, senza far altro sbarco, si fermò aspettando le risoluzioni della flotta nemica. Sicchè nel dì primo di settembre si attaccò fra loro alla vista di Genova un atroce conflitto. Quattro galee di Spagna non reggendo al diluvio dei sassi gittati dai mortai o cannoni franzesi, si ritirarono dalla battaglia. Se questo non succedea, fu creduto che avrebbero gli Spagnuoli cantato il trionfo. Non perciò si smarrirono le undici rimaste in ballo, finchè fu ucciso il lor generale Velasco, e le lor ciurme, composte di schiavi e di malviventi condennati al remo, tumultuarono, gridando libertà. Perciò e di dentro e di fuori bersagliati gli Spagnuoli, furono forzati a cedere il campo, seco nondimeno conducendo prese tre galee nemiche. All'incontro i Franzesi, meglio serviti delle lor ciurme, consistenti in soli volontarii, presero cinque galee, e in oltre la capitana di Sicilia, che poi lasciarono andare per mancanza di remiganti e fu condotta a Genova. Rimasero anche malconci i Franzesi per la strage fatta dalla moschetteria nemica, essendovi perito lo stesso lor generale, e, ciò non ostante, si attribuirono, e con ragione, la vittoria.

Ma altro incomparabilmente maggior motivo di tripudiare ebbe in quest'anno la Francia, perciocchè dopo più di venti anni di sterilità della regina Anna d'Austria, sorella del re di Spagna, e moglie del re Lodovico XIII (alla qual disgrazia aveano forse contribuito non poco le illecite amicizie del re consorte, e le cabale del cardinale di Richelieu), si videro in fine frutti del suo matrimonio. Per accidente impensato accoppiatasi essa regina col re verso la metà di dicembre del precedente anno 1637 a Grobois, concepì un Delfino, che venne alla luce nel giorno quinto di settembre del presente anno, e fu poi gloriosissimo re di Francia col nome di Luigi XIV. Abbiamo l'attestato del celebre Ugon Grozio, ambasciatore allora di Svezia in Parigi, che questo monarca nacque con due denti, avendo egli perciò scritto: Caveant vicini a mordacitate hujus Principis, il che ben si avverò. È scritto che anche il rinomato cardinal Mazzarino uscì dal ventre materno con due denti già formati. Nè si vuol tacere che col tempo (cioè allorchè la felicità del medesimo cardinal Mazzarino, e la sua intrinsichezza nel servigio d'essa regina, suscitarongli l'invidia e la malevolenza d'infinite persone), saltò fuori e prese piede per tutti i regni cristiani un'ingiuriosa e abbominevol diceria, cioè che esso Mazzarino avesse supplito alle mancanze del re Lodovico XIII per arricchir la Francia di un sospirato Delfino. Questa infame calunnia fu chiaramente poi strozzata dalla penna di Gregorio Leti, facendo egli toccar con mano che Giulio Mazzarino molti mesi prima era partito di Francia, e trovavasi in Roma, allorchè avvenne il concepimento di Luigi XIV. La nascita di questo principe diede impulso a grandissime feste, e portò seco importanti conseguenze pel regno di Francia. All'incontro una lagrimevol calamità accadde in quest'anno alla Calabria a cagion d'un fierissimo tremuoto, accaduto nel dì 27 di marzo, dove Cosenza, Stigliano e più di cinquanta luoghi rimasero affatto atterrati; più di cento divennero inabitabili; e vi si contarono più di dodici mila persone estinte. Fra gli altri luoghi la città di Policastro vide a terra il vescovato e tutte le chiese e monisteri; niuna casa vi restò in piedi, e perirono mille e ducento abitanti, fra i quali il duca d'Aquino, padrone d'essa città. Seppellita fra le rovine la principessa sua moglie, gravida di più mesi, fu ritrovata viva e salva con una sua figliuola. Erano entrati nell'Adriatico i corsari algerini e tunesini con forte squadra di galeotte, e gran timore vi fu che mirassero a svaligiar la sacra casa di Loreto. Marino Cappello coll'armata veneta di ventotto galee e due galeazze sorprese costoro alla Vallona, e nel dì 5 d'agosto in quel porto, senza far caso delle cannonate della piazza turchesca, a forza d'armi s'impadronì di tutti quei legni barbareschi, e trionfalmente li condusse a Corfù. Poco mancò che per tal atto la porta Ottomana non dichiarasse la guerra ai Veneziani; ma questi ebbero maniera di placar lo sdegno dei Musulmani. Desiderosa in questi tempi la corte del re Cattolico di tirar nel suo partito Francesco I d'Este duca di Modena, principe che ad un raro senno accoppiava uno non inferior valore, mostrò gran piacere che egli passasse in Ispagna, per tenere al sacro fonte quel principe o principessa che era per dare alla luce la gravida regina. Con superbo accompagnamento si portò colà questo principe per mare, ricevette grandi onori, ed alzò nel dì 7 d'ottobre dal fonte battesimale l'infanta Maria Teresa, che fu, nel 1660, sposata dal poco prima nato Luigi XIV re di Francia. Di più non ne dico io, per avere abbastanza parlato nelle Antichità Estensi dei motivi ed effetti di questo viaggio.


MDCXXXIX

Anno diCristo MDCXXXIX. Indiz. VII.
Urbano VIII papa 17.
Ferdinando III imperad. 3.

Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè del cardinal Maurizio e del principe Tommaso, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni col marchese di Leganes, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamento del fu duca Vittorio Amedeo per conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.

Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che il cardinal della Valletta e il marchese Villa tentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre il principe Tommaso, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo il cardinal Maurizio passò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamarono i principi al primo lor comparire. La duchessa Cristina, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dal duca Carlo Emmanuele, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 di maggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino il duca di Lungavilla con quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.