Cotante pratiche di accordo, durante il verno e la primavera di questo anno, furono tenute in Piemonte fra i ministri della duchessa Cristina e del re Cristianissimo dall'un canto, e del cardinal Maurizio e del principe Tommaso dall'altro, che ne seguì a dì 14 di giugno strumento di concordia. Restò la duchessa tutrice del picciolo duca suo figlio Carlo Emmanuele, e reggente degli Stati; il cardinale luogotenente della contea di Nizza, e il principe Tommaso d'Ivrea e del Biellese, con avere i due principi una speziosità d'assistenza ai più importanti affari, finchè il duca uscisse di minorità. Promise il re di Francia la sua protezione, e varie pensioni ai principi; e per valevole cimento della loro buona armonia con madama Reale, fu stabilito, con dispensa pontificia, il matrimonio di esso cardinal Maurizio colla principessa Luigia Maria sua nipote e sorella del picciolo duca. Depose il cardinale la sacra porpora, e si effettuò il di lui sposalizio colle dovute solennità nel dì 21 di settembre: con che ebbe fine la guerra civile del Piemonte. Grandi lamenti e schiamazzi fecero per questo gli Spagnuoli; ed avvenne che il conte di Siruela governator di Milano, ossia che non peranche sapesse i suddetti negoziati, o sapendoli prendesse consiglio solamente dalla collera, precipitosamente richiamò da Ivrea le sue truppe. Non fu pigro il principe Tommaso a metterle in viaggio, e perchè il Siruela, ravveduto della sua balorderia, volle rimandarle colà, ebbe per risposta dal principe di non averne più bisogno. Così il cardinal Maurizio, dopo aver disposte alle armi alcune migliaia di Nizzardi, chiamò nel castello Francesco Tuttavilla, mastro del campo spagnuolo, e gli ordinò, se voleva egli uscire di là, di far uscire dalla città di Nizza la sua guernigione, e convenne ubbidire. Sicchè laddove in addietro gli Spagnuoli faceano guerra al Piemonte, si cangiò scena, e i Piemontesi uniti ai Franzesi cominciarono le ostilità contra di essi per ricuperar le piazze, che in lor mano restavano. Trovavasi in questi tempi lo Stato di Milano non poco infievolito di forze; nè potea sperar bastevoli soccorsi di Spagna, trovandosi quella monarchia in troppo duri impegni, parte per la guerra di Fiandra, e parte per la sollevazion dei Catalani sostenuti da' Franzesi, e molto più per la ribellion de' Portoghesi, contra dei quali infelicemente procedevano l'armi de' Castigliani. Però non fu da maravigliarsi, se una brutta piega cominciarono a prendere gli affari di esso Stato di Milano a cagione della metamorfosi suddetta.

Uscirono dunque in campagna i Franzesi sotto il comando del principe Tommaso, con cui poscia venne a congiugnersi il duca di Lungavilla, mandato dal re Luigi XIII al governo delle sue armi in Italia. Secondo era il marchese Guido Villa, fedelissimo generale di madama Reale colla cavalleria piemontese. La prima loro impresa fu sotto Crescentino, che, dopo 15 giorni di assedio, verso la metà di agosto capitolò la resa. Nel dì 22 di esso mese Nizza dalla Paglia venne alla loro ubbidienza: e con poca resistenza fu anche ricuperata la città di Acqui. Ognun si credeva, che queste armi continuerebbero il corso per liberar dagli Spagnuoli le restanti piazze del Piemonte, quando all'improvviso nel dì 4 d'ottobre andarono addosso a Tortona. Consisteva questo esercito in dieci mila fanti e quasi cinque mila cavalli. La città, siccome priva di fortificazioni, incontanente aprì le porte, e, ridottasi la guernigione spagnuola nel castello posto sulla collina si vide poco appresso cinta d'assedio. Fino a quest'ora il conte di Siruela era sembrato placido spettatore dei progressi delle nimiche milizie; pur venne il dì 8 del mese suddetto, in cui diede la mossa anch'egli a quante milizie potè raunare per dar soccorso a Tortona. Ma restò poi perplesso, perchè obbligato ad inviare un corpo di milizie ad osservare gli andamenti del marchese di Pianezza, il quale con un altro corpo di Piemontesi e Franzesi inaspettatamente giunto sotto Verrua, avea data la scalata a quella terra, e se ne era impadronito, e nel dì 20 del medesimo mese ebbe anche la rocca, posto di somma importanza. Ciò non ostante si accostò il Siruela a Tortona, sulla speranza forse che al suo comparire si avessero a ritirar per la paura i Franzesi. Ma nè quelli si mossero, nè egli osò di tentare il pericoloso giuoco di una battaglia; sicchè nel dì 25 di novembre il presidio spagnuolo di quel castello con patti di buona guerra lo lasciò in potere degli assedianti. Il principe Tommaso seppe far tanto dipoi alla corte di Parigi, che il re gli diede in dono essa città di Tortona con tutte le sue dipendenze, erigendola in principato.

Nè si dee tacere che in Parigi appunto nel dì 4 di dicembre diede fine alla sua vita e alle sue sterminate idee Armando cardinale di Richelieu, personaggio, che, mirato dall'un lato, meritò d'essere collocato fra gli eroi di questo secolo pel suo maraviglioso ingegno, per li tanti benefizii da lui recati in Francia alla religion cattolica, nell'avere mirabilmente depressi gli Ugonotti, restituita la disciplina monastica, ornato il clero di uomini insigni per la pietà e pel sapere, e per aver portata la corona di Francia a un grande auge di gloria e di potenza. Ma, considerato dall'altro lato, furono bene contrappesate, anzi superate dai vizii e difetti le sue virtù. Era il suo capo l'officina delle cabale, e il lambicco di quella mondana politica che solo pensa al guadagno: il suo cuore un emporio d'ambizione, d'odii e di vendette, non avendo egli saputo mai perdonare e nè pur lo seppe vicino alla morte, perchè, consigliato a farlo, rispose di non conoscere altri nemici che quei del re e del regno. La persecuzion da lui fatta al fratello del re e a tanti grandi del regno, e spezialmente la scandalosa contro Maria de Medici regina madre dello stesso re Lodovico XIII, non si contò al certo fra le sue virtù. Non potè quella saggia ed infelice principessa prolungare tanto la vita da vedere il fine del suo persecutore, perchè nel dì 4 di luglio dell'anno presente era mancata di vita in Colonia, cioè in esilio, con terminare la lunga serie de' suoi disastri. In somma fu considerato da molti il Richelieu come un tiranno della Francia, e tiranno fu dello stesso re, il quale pien di clemenza e buona volontà, per la forza e signoria che avea preso sopra di lui questo sanguinario ministro, comparve crudele, e sembrò in più occasioni schiavo del servo suo. Quella stessa religione cattolica, ch'egli promosse in Francia, molto si ebbe bene a dolere di lui, per aver egli tanto cooperato alla esaltazione del luteranismo e calvinismo in Germania ed Olanda. Morì questo cardinale, odiato quasi da ognuno, e internamente ancora ne provò contentezza il medesimo re Lodovico, al trovarsi libero da sì duro tutore. Era già introdotto negli affari di quella corte e nel favore anche di quel monarca, il cardinal Mazzarino, uomo che nella perspicacia della mente e nell'accortezza, quasi potea competere col Richelieu, ma di massime più moderate ed amorevoli, e però fu fatto presidente del consiglio, con autorità nondimeno limitata, essendosi dichiarato il re di voler da lì innanzi ricordarsi un po' più di essere quel che era. Furono anche richiamati dall'esilio e dalle carceri non pochi, già vittime dell'odio del defunto implacabile porporato.

Si andarono in questi tempi sempre più esacerbando gli animi de' Barberini e di Odoardo duca di Parma, ed uscì in Roma sentenza di scomunica e di devoluzione di tutti i suoi Stati alla camera apostolica; oltre a ciò si aumentò in Roma e in Viterbo l'armamento, per gastigare questo chiamato ribello. Dal suo canto anche il duca coll'impegnar le gioie, e prendere danari a frutto, ed ottenerne qualche somma dalla repubblica veneta, si diede a far gente, e pubblicò un manifesto delle sue ragioni, che dispiacque forte a Roma. Non lasciavano essa repubblica, il gran duca, e il duca di Modena di continuare i trattati di aggiustamento; ma durezze s'incontravano da ambe le parti. Si andò in questa maniera baloccando un pezzo, finchè, raunato sul Bolognese un copioso esercito pontifizio con tutti gli attrezzi militari, si vide comparire a Modena Giovanni Agostino Marigliani a chiedere il passo per quelle genti alla volta di Parma. Si andò schermendo il duca Francesco I, e intanto avvisò i Veneziani e il gran duca Ferdinando dei grandiosi disegni dei Barberini, affatto rivolti a turbar la quiete comune. Venuto poscia il conte Ambrosio Carpegna a far più forti istanze, ed anche minacce pel suddetto passaggio, il duca di Modena, che si trovava come disarmato, fu costretto ad accordarlo se nello spazio di un mese non seguiva concordia fra la camera apostolica e il duca di Parma. Allora fu che i Veneziani, per altri motivi ancora disgustati del governo dei Barberini, e il gran duca, e il duca di Modena, egualmente cognati d'esso duca Odoardo, non volendo soffrire il di lui precipizio, nel dì ultimo di agosto formarono fra loro una lega difensiva. Attese il duca di Modena a rinforzarsi di gente, a fortificare e provveder di munizioni le sue piazze, e ricevette anche dalla repubblica un aiuto di tre mila fanti e di trecento cavalli, risoluto di contrastare il passo ai Papalini. Altri soccorsi ancora doveano a lui venire dalla Toscana. Furono cagione questi ripieghi, che i Barberini fermassero l'impetuoso corso dei lor disegni. Trovavasi intanto in uno strano labirinto il Farnese, perchè di gran gente avea raccolto; forze gli mancavano per mantenerle; e vergogna gli parea il licenziarle, stando tuttavia pendenti gli affari suoi. Perciò spinto dalla disperazione, e non già guidato da sano consiglio, determinò di passare per lo Stato ecclesiastico, con isperanza di ricuperar Castro, e mandò a chiedere il passo al duca di Modena. Per quanto questi non si stancasse con lettere, e con inviargli anche a questo fine il conte Fulvio Testi per dissuaderlo, non potè vincere la ferocia dell'animo suo. Pertanto nel dì 10 di settembre si mosse da Parma con soli tre mila cavalli, senza artiglierie, senza altri militari attrezzi; ed essendo transitato per lo Stato del duca di Modena, arditamente entrò nel Bolognese. Seco era il maresciallo di Etrè, non già perchè la Francia avesse preso ad aiutare il duca, ma perchè esso maresciallo non godeva la buona grazia del re suo signore.

Se troppo capricciosa scena fu quella del duca, disapprovata anche da altri principi, riuscì ben più ridicola l'altra dell'esercito pontifizio, ascendente, per quanto fu detto, a diciotto in ventimila guerrieri, la maggior parte nondimeno dei quali è da credere, che fosse di villani atti a maneggiar la zappa e il badile, e non già spade e moschetti, che al comparire del Farnese tutto si scompigliò e dissipò, come fan le passere all'arrivo del nibbio. Chi qua, chi là, senza che gli ufiziali potessero ritenerli, se pur gli ufiziali non furono i primi a menar le gambe. Don Taddeo Barberino, prefetto di Roma e generale della Chiesa, solamente allorchè arrivò a Ferrara si tenne sicuro. Passò trionfalmente il duca Odoardo per le città della Romagna, che niuna resistenza fecero, senza inferir danno, contento delle necessarie provvisioni per gli uomini e per li cavalli. Non gli mancò biasimo presso alcuni politici, perchè non si fermasse ed afforzasse in quella ubertosa provincia, atta a mantener la sua gente, e a fargli poscia conseguir dei vantaggi in una concordia. Ma egli per Meldola e per la Toscana passò a Castiglione del Lago dove fece alto, per dar agio a qualche trattato. Per sì baldanzoso e felice passaggio del Farnese gran commozione, gran terrore si svegliò in Roma, dove ognun si facea lecito di sparlare dei Barberini, temendo di vedere fra poco un nuovo Borbone alle porte di quella gran città. Il vecchio papa, a cui faceano sapere i nipoti quel solo che loro piaceva, non potè ignorare in tale congiuntura i movimenti del duca, e i lamenti e lo sbigottimento del popolo. Anzi spaventato anch'egli, forse perchè sospettava intelligenze e congiure in Roma stessa, si portò al Vaticano, per salvarsi, occorrendo, in castello Sant'Angelo, con isfogar poi la collera contro i nipoti, che lo aveano condotto in questo imbroglio. Si mise poi l'affare in negoziati fra essi Barberini e i ministri della Francia e del gran duca, cioè in quella via che appunto giovava ai primi, per guadagnar tempo e fortificarsi, siccome in fatti avvenne. L'ozio intanto e la voce di un vicino aggiustamento, ispirò la deserzione ai soldati del duca, e quanto più gli altri cresceano di forze, e si sminuiva la paura, tanto più egli si andava di giorno in giorno indebolendo. Ciò non ostante si formò una capitolazione, e parve accordato il deposito di Castro; si venne anche a qualche sospension d'armi; ma il duca in fine si trovò burlato da chi ne sapea più di lui in questo mestiere. Laonde, avvicinandosi il verno, prese la risoluzione di tornarsene indietro colle pive nel sacco, lagnandosi forte del gran duca cognato, che, a riserva di un tenue aiuto di danaro, con sole parole lo avea largamente assistito fin qui; siccome si dolse il duca di Modena, perchè i Veneziani, lasciandolo col peso addosso di tante truppe sue e straniere, non gli permisero mai, durante lo scompiglio dei Barberini, di entrare nello Stato ecclesiastico; intorno a che egli forte premeva, sì pel proprio interesse, come per dar polso ai negoziati che si facevano pel duca suo cognato. Tornossene dunque a Parma il Farnese, andarono per terra tutti i trattati, e restarono più che mai imbrogliate le cose con gran festa dei Barberini, che aveano saputo vincere senza far nulla. E così terminò l'anno presente con questa, quasi dissi, comica guerra, e con una lega piena di secreti riguardi e di un fiacco calore, che nulla giovò al duca di Parma, e solamente servì a rendere più orgogliosi i di lui nemici. Degno è ben Galileo Galilei Fiorentino, che si faccia qui menzione della sua morte, accaduta nel dì 8 di gennaio del presente anno. Gran filosofo, insigne matematico, celebre astronomo, sì benemerito di queste scienze si rendè, per confessione ancora degli stranieri, che neppur presso i nostri verrà mai meno il glorioso suo nome.


MDCXLIII

Anno diCristo MDCXLIII. Indizione XI.
Urbano VIII papa 21.
Ferdinando III imperadore 7.

Non potea darsi pace il conte di Siruela governator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dal principe Tommaso. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggio della cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni il re Lodovico XIII, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela della regina Anna d'Austria sua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari il cardinale Giulio Mazzarino, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo il marchese Villa sottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Al conte di Siruela era succeduto il marchese di Vellada nel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio; ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo duca Carlo Emmanuele con somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.

Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè la veneta repubblica, il gran duca e il duca di Modena. Ma più di essi ardeva di sdegno il duca di Parma Odoardo, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti di fanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più i Veneziani a muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancora Francesco duca di Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.