MCCCCLXV

Anno diCristo MCCCCLXV. Indiz. XIII.
Paolo II papa 2.
Federigo III imperadore 14.

Grande inquietudine avea data negli anni addietro ai papi e a Roma il conte d'Anguillara, cioè Everso degli Orsini, ma nemico degli altri Orsini. Per cagion sua non erano in verun tempo sicure le strade, perchè, facendo il mestiere dei masnadieri, assassinava i pellegrini. Sotto il suo comando si contavano, o per eredità o per occupazione, Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Vetralla, e nove altre belle castella e terre [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2. Cannesius, Vit. Paul. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Appena creato fu papa Paolo II, che quest'uomo malvagio andò a rendere conto delle azioni sue al tribunale di Dio, restando suoi eredi due suoi figliuoli Francesco e Deifobo. Avvezzi amendue alla vita del padre, cominciarono tosto anch'essi a ricalcitrare agli ordini del pontefice, che li volea astrignere a rendere il maltolto. Perciò papa Paolo all'improvviso spinse loro addosso le sue armi col rinforzo di altre ottenute dal re Ferdinando; e in poco tempo e senza molta fatica li spogliò di tutti i loro Stati, ed essi confinò nelle carceri romane. Niccolò Forteguerra cardinale legato fu adoperato in questa impresa; e benchè paressero inespugnabili le rocche loro, pure in breve le ridusse all'ubbidienza del papa [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2.]. Malatesta Novello de' Malatesti, fratello di Sigismondo, godeva in sua porzione le città di Cesena e di Bertinoro. Durante la guerra fatta da papa Pio II a Sigismondo, perchè impiegò le armi sue in favor del fratello, incorse nella disgrazia di quel pontefice. Abbandonato anche egli dalla fortuna, ricorse alla clemenza di Pio, ed ottenne grazia, con obbligo nondimeno che, dopo sua morte senza figliuoli, quel dominio tornasse alla santa Sede. Per sicurezza di questi patti prestarono solenne giuramento ai ministri del papa i popoli di quelle città. Avvenne appunto nel presente anno la morte d'esso Malatesta. Era in questi tempi ito Sigismondo signor di Rimini al servigio de' Veneziani, e militava in Levante, contra de' Turchi. Roberto suo figliuolo bastardo, che, nella lontananza del padre, governava Rimini, corse immantenente a Cesena e a Bertinoro, pretendendo la eredità dello zio, di modo che, arrivati i ministri pontifizii per prenderne il possesso, trovarono chi s'era levato più di buon'ora che essi. Tuttavia da lì ad alcuni giorni, accortosi Roberto che i cittadini di Cesena voleano mantener la parola data al papa, se n'andò con Dio, e quella città tornò in potere della santa Sede, e non andò molto che anche Bertinoro fece lo stesso.

In grande ansietà ed irresoluzione si trovava nell'anno addietro, siccome accennai, il conte Jacopo Piccinino [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Ist. Bresc., tom. eod., ed altri.], perchè il funesto esempio del duca di Sessa gli facea leggere nel cuore del re Ferdinando, benchè in apparenza amico, dei torbidi pensieri anche contra di lui, per essergli stato nemico. Ne scrisse a Francesco Sforza duca di Milano; e questi colle più belle parole del mondo, non solamente l'affidò, ma anche si mostrò tutto per lui; anzi l'invitò a Milano, per unire finalmente seco Drusiana sua figliuola, a lui tanto tempo prima promessa in moglie. Tuttavia neppur si fidava il Piccinino di Francesco Sforza, ben sapendo egli che con tutto il bel dire di Giovanni Simonetta nella di lui Vita, alle occorrenze lo Sforza, somigliante ad altri suoi pari, non si facea scrupolo di anteporre l'utile all'onesto. Era il Piccinino per questi tempi [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] in sommo credito di valore e di perizia nell'armi; avea sotto le sue bandiere non poche squadre di bravi combattenti; per privilegio portava il cognome delle case di Aragona e Visconte [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], possedeva Sulmona, Cività di Penna, Francavilla, Cività di Santo Angelo, il contado di Campobasso, ed altre terre da lui occupate nel regno di Napoli. Però di lui solo avea apprensione o paura il re Ferdinando, e non ne era privo lo stesso duca di Milano. Se non s'inganna Cristoforo da Soldo, scrittore di questi tempi, i Fiorentini e Bolognesi l'assicurarono che andasse a Milano. Andò nel mese di agosto dell'antecedente anno; e infatti ricevè sommi onori e carezze da Francesco Sforza, e quivi sposò la di lui figliuola Drusiana. Tante finezze e sì bel parentado il fecero infine cader nella rete. Lo andava consigliando il duca Francesco [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] di passare a Napoli, per sigillar la buona amistà col re Ferdinando; e benchè il cuor gli dicesse che gliene avverrebbe del male, e ripugnasse gran tempo, e tanto più perchè il duca Borso signor di Ferrara, suo grande amico, gli andava scrivendo di non fidarsi; pure tante promesse e speranze gli furono cacciate in corpo, che si lasciò indurre al viaggio di Napoli. Partissi egli da Milano nel mese di maggio, accompagnato sempre da Pietro Posterla segretario del duca di Milano; ed arrivato a Napoli col salvocondotto del re, sel vide venire incontro lui stesso, che con somma allegrezza lo accolse ed introdusse nella sua corte, dove per 27 giorni il trattenne. Poscia nel dì 24 di giugno, festa di s. Giovanni Batista, sotto pretesto di volergli mostrare il suo tesoro, seco il condusse nel castello, e quivi il fece mettere in prigione. Furono svaligiati i suoi soldati, preso ancora Francesco di lui figliuolo; e il re mandò tosto a prendere la tenuta di tutte le di lui terre, che il misero avea consegnato, durante la sua lontananza, a Tommaso Tebaldi Bolognese, uffiziale del duca di Milano. Da lì a non molto fu strangolato in carcere il Piccinino per ordine del re, il quale fece dargli onorevole sepoltura, e spargere voce che, nel voler egli salire ad un'alta finestra per veder le navi regie che tornavano con trionfo, caduto, s'era rotto l'osso del collo. Gran mormorazione per cotal tradimento fu per tutta l'Italia, e n'ebbe incredibil vituperio non meno Ferdinando che Francesco Sforza, non si potendo cavar di testa alla gente che anche lo stesso Sforza avesse tenuto mano al tradimento; laonde si dicea dappertutto che il duca l'avea mandato alla beccheria, ed essere il re stato il suo boia. Tornossene poi l'infelice Drusiana nell'ottobre dall'Abbruzzo alla casa paterna, dopo avere servito di zimbello alla rovina del consorte.

Nell'aprile di questo medesimo anno era venuto a Milano don Federigo d'Aragona, spedito colà dal re Ferdinando suo padre, con accompagnamento di molta nobiltà e di quattrocento cavalli [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. eod.], per condurre a Napoli Ippolita legittima figliuola di Francesco duca di Milano, da molto tempo destinata in moglie di Alfonso duca di Calabria, primogenito del re. Nel dì 25 d'aprile arrivò a Bologna, e vi tornò colla sposa suddetta nel dì 17 di giugno, e con una comitiva splendida di più di mille persone. Giunta che fu questa nobil brigata a Siena, perchè si ebbe nuova della prigionia del conte Jacopo Piccinino, quivi si fermò sino al fine d'agosto, per intendere la risoluzione del duca di Milano, il quale non mancò di far delle smanie per l'accidente contro la fede occorso a chi era suo genero; ma infine si lasciò passar la collera, e ordinò alla figliuola Ippolita di continuare il viaggio. Pervenne essa a Napoli nel dì 14 di settembre, giorno in cui fu l'ecclissi del sole, e furono fatte per molti dì solennissime feste, giostre e bagordi [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Filippo Maria Sforza, fratello della duchessa Ippolita, che l'avea accompagnata colà, ne ebbe in ricompensa il ducato di Bari. Riuscì al re Ferdinando, nel dì 29 di giugno dell'anno presente [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], dopo alcuni giorni d'assedio, di ridurre alla sua divozione l'isola d'Ischia. Fu questo l'ultimo anno della vita di Lodovico duca di Savoia, principe di gran nome, essendo stato rapito dalla morte nel dì 29 di gennaio [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.]. Lasciò una numerosa figliuolanza di maschi, il primogenito dei quali Amedeo IX gli succedette nei ducal dominio, siccome ancora di femmine, fra le quali Carlotta fu moglie di Luigi XI re di Francia, e Bona divenne moglie di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. Morì parimente in quest'anno Lorenzo Valla, celebre letterato, oriundo di Piacenza, nato in Roma e nobile romano.


MCCCCLXVI

Anno diCristo MCCCCLXVI. Indiz. XIV.
Paolo II papa 3.
Federigo III imperadore 15.

Con somma tranquillità passava in questi tempi sua vita Francesco Sforza duca di Milano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.]. Per le molte obbligazioni che egli professava a Luigi XI re di Francia, il quale, trovandosi allora in una pericolosa guerra, a lui mossa dal duca di Borgogna, e da altri principi del sangue reale, faceva, in vigor della lega collo Sforza, istanza d'aiuti, gl'inviò Galeazzo Maria conte di Pavia suo primogenito in soccorso con quattro migliaia di cavalli e due mila fanti [Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], che fecero conoscere in quelle parti non vano il credito della milizia sforzesca. Per attestato di Tristano Caracciolo, dopo l'acquisto di Milano egli visse sempre inquieto pel timore che i Franzesi venissero coll'armi a far valere le lor pretensioni sopra quel ducato; e però si studiò sempre di tenerseli amici. Ma ecco la morte venire a metter fine al governo e alla vita del duca di Milano nel dì 8 di marzo. Quanto più si rifletterà alle azioni di questo invitto principe, tanto più si conoscerà non insussistente la credenza d'alcuni, che da moltissimi secoli in qua non avea l'Italia prodotto un eroe sì glorioso, come fu Francesco Sforza, in cui si unì un mirabil valore e un rarissimo senno. In ventidue battaglie che diede, sempre ne uscì vincitore, nè mai fu vinto da alcuno. Di bassissimo stato cominciò Sforza Attendolo suo padre la fortuna della propria casa; ma il figliuolo Francesco con passi giganteschi la condusse sì innanzi, che giunse in fine a signoreggiare il nobilissimo ducato di Milano, e la superba città di Genova colla Corsica, e a conseguir tal fama, che certo merita d'essere messo in confronto coi più gran capitani della antichità, e annoverato fra i personaggi più illustri nella storia d'Italia. Giovanni Simonetta, che ne scrisse diffusamente la Vita, ci lasciò ancora una dipintura de' suoi costumi e delle maniere del suo governo, ma con dimenticar nella penna gli eccessi della sua lussuria ed altri suoi difetti. Lasciò dopo di sè una figliuolanza numerosa, a lui procreata da Bianca Visconte, cioè Galeazzo Maria primogenito, Filippo Maria, Sforzino, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, oltre alle femmine e a varii bastardi. Ma niun di quei figliuoli ereditò il giudizio e le buone doti del padre; e però un sì ben piantato dominio cominciò in breve a traballare, e tutto infine precipitò. Trovavasi allora in Francia Galeazzo Maria suo successor nel ducato; ed avvisato con corrieri della morte del padre, si mise tosto in viaggio verso l'Italia, ma travestito, perchè non mancavano signorotti in questo secolo che faceano la caccia ai gran signori passanti per le lor terre, e bisognava che si riscattasse chi v'era colto. Niccolò III marchese estense e signor di Ferrara, siccome dicemmo, volendo, nell'anno 1414, passare in Francia, fu ritenuto da uno dei marchesi del Carretto, e molto vi volle a liberarlo. Corse un somigliante pericolo anche Galeazzo Maria alla Badia della Novalesa; ma ebbe la fortuna di salvarsi, e di arrivar sano sul Novarese, con far poi la sua solenne entrata in Milano come duca nel dì 20 di marzo. Per la buona provvision di sua madre non seguì tumulto alcuno interno nel ducato; nè movimento in contrario fecero le vicine potenze, ancorchè si dubitasse non poco de' Veneziani. A questa quiete contribuì ancora il pontefice Paolo II con lettere esortatorie ai principi, acciocchè non turbassero la pace d'Italia. Concorsero poi a Milano le ambascerie dei principi italiani e del re di Francia; ma non si vide, secondo alcuni, comparir quella de' Veneziani. Marino Sanuto non di meno attesta [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.] che vi mandarono; ed è poi certo avere il novello duca inviati loro i suoi ambasciatori per raccomandare a quella potente repubblica i suoi Stati, e n'ebbe dolci e buone parole.

Fu in quest'anno afflitto il regno di Napoli dai tremuoti [Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Avea ben perdonato il re Ferdinando colla bocca, ma non col cuore (cuore in cui bollivano sempre pensieri di vendetta), ad Antonio Santiglia marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, stato suo ribello nella guerra passata. Nell'anno presente, a dì 26 di gennaio, il fece imprigionare, maggiormente con ciò dando a conoscere che balorderia era il fidarsi di lui dopo averlo offeso. S'era cominciata a guastar in Firenze la nuova armonia fra i cittadini dopo la morte del magnifico Cosimo de Medici [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fra gli altri Lucca de' Pitti potente cittadino, o per invidia del ricco e felice stato della casa de Medici, oppure per zelo, parendogli pregiudiziale alla libertà della repubblica la prepotenza de' Medici, formò una fazione, per abbattere Pietro figliuolo d'esso Cosimo, e giunse anche a tramar insidie contro la di lui vita. Per tali sconcerti fu qualche movimento d'armi in Italia. Galeazzo Maria duca di Milano prese la protezione di Pietro de Medici, ed avea in Romagna più di due mila cavalli pronti ai bisogno. Era all'incontro assistito il Pitti da duca Borso Estense, signor di Ferrara, il quale avea spedito a' confini di Pistoia Ercole Estense suo fratello con mille e trecento cavalli e molta fanteria [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Ma in quest'anno nulla di più accadde per conto della guerra. In Firenze bensì prevalse la fazione de' Medici, in guisa tale che Luca dei Pitti andò a basso. Niccolò Soderini, Diotisalvi Neroni, Antonio Acciaiuoli ed altri partigiani de' Pitti furono mandati ai confini; e così per ora restò non già estinto, ma sopito quel fuoco. Attese in questi tempi il pontefice Paolo a riformare alcuni degli abusi della sacra sua corte, spezialmente con levare molti traffici simoniaci [Raynaldus, Annal. Eccl.]. E perchè l'uffizio degli abbreviatori era screditato per le esazioni esorbitanti che vi si commettevano, lo abolì; il che fece montare in collera Bartolomeo Sacchi Cremonese, cognominato il Platina, perchè nato in Piadena, terra del Cremonese, scrittor celebre, che era uno degli stessi abbreviatori. Scrisse egli perciò un'insolente lettera al papa, e ne disse poi quanto male seppe nelle Vite dei romani pontefici. Un gran flagello delle provincie cristiane, massimamente delle chiese e de' monisteri, erano da gran tempo i legati apostolici, che bottinavano a più non posso, dovunque si stendeva la lor giurisdizione. Con salutevol bolla mise il pontefice quel freno e rimedio che potè a sì fatto scandalo ed invecchiato disordine. Avvenne ancora che nel dì 28 di gennaio dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] da alcuni congiurati fu preso Cecco degli Ordelaffi signor di Forlì, odiato dai più per le molte sue ribalderie; e, ciò fatto, fu subito chiamato a quella signoria Pino degli Ordelaffi, fratello d'esso Cecco. Negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] solamente si legge che Cecco, dopo lunga infermità, morì nel dì 22 d'aprile. Cominciarono in questi tempi dei gravi dissapori fra papa Paolo II e il re Ferdinando. S'era messo in testa l'ultimo di voler che esso pontefice gli sminuisse il censo di Napoli. Trovò una testa forte che non volle punto condiscendere ai di lui voleri.