MDXII

Anno diCristo MDXII. Indizione XV.
Giulio II papa 10.
Massimiliano I re de' Romani 20.

Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerè Raimondo di Cardona col pontificio, in cui era legato Giovanni cardinale dei Medici, e sotto di lui Marcantonio Colonna, messo in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno precedente Pietro Navarro, mastro di campo, generale della fanteria spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria. l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signor Franzotto Orsino. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo il Bembo, vi fu formata e fatta giuocar una mina gravida di polve da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de' suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole dell'Ariosto:

Che poichè in lor man vinto si fu messo

Il miser Vestidel, lasso e ferito,

Senz'arme fu fra cento spade ucciso

Dal popol la più parte circonciso.

Alfonso duca di Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni. La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani.

Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna, postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della porta di santo Stefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa i Bentivogli con chi era del loro partito, e Odetto di Fois, ed Ivo d'Allegre capitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro. Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria, e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento, e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice, senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio. Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse l'allegrezza per tutta Bologna; quando eccoli arrivar corrieri con delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa.

Aveva il conte Luigi Avogadro nobile bresciano con altri suoi compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile, giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato avendo accudito il senato veneto, Andrea Gritti legato della loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo gridando ad alte voci Marco, Marco, il signor di Luda comandante franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello. Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de' Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze. Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato in Bologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento arcieri, e Federigo da Bozzolo con quattro mila fanti, nel lunedì 8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo che Gian-Paolo Baglione governatore dell'armata veneta era pervenuto all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso al conte Guido Rangone, che marciava con altre fanterie e con trecento cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori ad alloggiare in varie ville, dove si trovò aver eglino fatto quel giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio vera testimonianza. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui Storia manuscritta è in mio potere.