Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fece papa Leone quante pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma senza frutto: tanto era irritato quel senato contro la mala fede degli Spagnuoli. Però, essendosi il vicerè Cardona ridotto con tutti i capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì 17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti, di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti, tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima città: il che riempiè di terrore il popolo. L'Alviano, che in Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa, che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un saggio e prudente capitano, avrebbe di troppo angustiato il nemico, e, senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunque Andrea Gritti e Andrea Loredano legati della repubblica colla maggior parte de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano, se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il saggio Prospero Colonna, ben conoscente del genio fervido e superbo dell'Alviano, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi.
La mattina dunque del dì 7 d'ottobre, Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo, circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage de' fanti. Restarono prigioni Gian-Paolo Baglione governatore della veneta armata, Giulio Manfrone, Andrea Loredano legato del campo, che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano, può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma il vescovo Gurgense Matteo Langio, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di pace, e ne fu fatto compromesso in papa Leone X; ma ancor questa volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In Lombardia Prospero Colonna, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano, andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso. Dentro v'era Renzo da Ceri, che fece delle maraviglie di valore, con rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da altre storie.
MDXIV
| Anno di | Cristo MDXIV. Indizione II. |
| Leone X papa 2. | |
| Massimiliano I re de' Romani 22. |
Ancorchè durasse la discordia fra tanti principi cristiani, e continuasse anche la guerra in Italia, pure nell'anno presente non si contarono avvenimenti sì strepitosi, come ne' precedenti. Ai tanti infortunii patiti fin qui dalla veneta repubblica, se ne aggiunse uno gravissimo nel dì 13 di gennaio. Circa un'ora di notte attaccatosi, o per inavvertenza o per malizia degli uomini il fuoco in Rialto a una bottega di telerie, questo, a cagione d'un gagliardo vento che soffiava, sì fieramente si dilatò, che in poco tempo bruciò la parte più ricca e frequentata di Venezia, perchè piena di drapperie, argenterie e d'ogni altra sorta di merci preziose; calcolandosi che circa due mila tra botteghe e case col fondaco de' Tedeschi restassero preda del furioso incendio. Seguitava intanto la guerra nel Friuli, dove Cristoforo Frangipane e il capitan Rizzano con mille cavalli e cinque mila fanti tedeschi assediarono e bombardarono Osopo, castello fortissimo. In tre assalti che gli diedero, vi perderono circa mille e cinquecento persone. Girolamo Savorgnano, che difendea quella rocca, s'era infine ridotto con soli ventiquattro uomini, essendo perito il resto di sua gente; e però fece sapere a Venezia la necessità di rendersi, qualora non gli venisse soccorso. Allora il senato ordinò all'Alviano di portarsi colà il più segretamente che potesse, quantunque il vicerè Cardona fosse tuttavia ad Este e a Monselice, e le di lui soldatesche facessero di tanto in tanto delle scorrerie sino alle porte di Padova. Andò l'Alviano alla sordina (era il mese di marzo) con un buon corpo di gente, e giunto a Sacile, spinse Malatesta Baglione contro il capitan Rizzano, che restò prigione. Sconfitti i Tedeschi del suo seguito, si salvarono a Pordenone; ma poco stette a comparir colà l'Alviano e a piantar le artiglierie. Terminò la faccenda colla presa e col sacco dell'infelice castello, e colla strage di tutti i difensori. Questo colpo fece ritirare in fretta il Frangipane dall'assedio d'Osopo; laonde l'Alviano se ne tornò trionfante a Padova. Perchè premeva non poco ai Veneziani di ricuperar Marano, castello di molta importanza, fu spedito colà il Savorgnano con gente assai, che cominciò a bersagliarlo colle batterie: nella quale occasione a Giovanni Vetturi riuscì in un aguato di far prigione lo stesso Frangipane, gran nemico della repubblica, e d'inviarlo nelle carceri di Venezia. Ma, sciolto che fu questo assedio, anche il Vetturi, colto in un'imboscata dai Tedeschi, restò prigione con cento de' suoi. Andò poscia il vicerè con tutto il campo spagnuolo addosso a Cittadella, e, formata la breccia, fece dare, nel dì 27 di giugno, un fiero assalto, per cui restò preso e saccheggiato quel castello, e i soldati e cittadini tutti fatti prigioni.
In questi tempi, venuta meno la vettovaglia al castello di Milano, fu forzato a capitolare la resa, e il presidio franzese libero venne condotto sino ai monti. Da lì a pochi giorni altrettanto fece il castello di Cremona: il che quanta letizia recò al duca di Milano, altrettanto scemò la riputazion de' Francesi in Italia. Restava in lor potere la sola creduta inespugnabil fortezza della Lanterna, presso a Genova; ma, per mancanza di viveri, fu anche essa astretta nel dì 26 d'agosto a rendersi ai Genovesi, che per più mesi l'aveano tenuta assediata; nè tardarono a spianarla sino a' fondamenti: con che parve tolta affatto ogni apparenza che i Franzesi avessero più a comparir in Italia: il che diede non poco affanno alla repubblica veneta, restata sola contro a tanti nemici, ma che nondimeno giammai non invilì, nè volle consentire a proposizione alcuna di pace, per cui avesse da cedere alcuna delle città a lei tolte in terra ferma. Pure con tutte queste peripezie il re Luigi XII più che mai si sentiva acceso della costante brama di ricuperare lo Stato di Milano. E però, dappoichè con paci, tregue e parentadi ebbe acconci i suoi interessi coi re d'Inghilterra e d'Aragona, che gli aveano date delle disgustose lezioni in varii fatti di arme, si diede tutto a nuovi preparamenti di gente d'arme, d'artiglierie e munizioni, risoluto di calar di nuovo in Italia nello anno seguente. Fu in quest'anno fatta una specie di blocco dall'armi del duca di Milano comandate da Silvio Savello all'insigne terra di Crema. Dentro v'era la peste, la guarnigione senza paghe e gran carestia di viveri, per modo che Renzo da Ceri, ivi comandante, omai diffidava di potersi sostenere. Pure, siccome persona di mirabil senno ed attività, nel dì 25 d'agosto uscito all'improvviso addosso ai nemici, li mise in rotta; e fama fu che il Savello vi perdesse trecento fanti e quattrocento cinquanta cavalli uccisi, oltre ad altrettanti rimasti prigioni. Fu poi rifornita Crema di vettovaglia da' Veneziani, e il conte Niccolò Scotto v'introdusse mille e cinquecento fanti. Animato da questo rinforzo il valoroso Renzo da Ceri, uscì una notte di Crema, e all'improvviso comparve a Bergamo, e v'entrò senza contrasto, essendo fuggiti que' pochi Spagnuoli che v'erano di presidio, nella Cappella, fortezza sopra il monte. Diedesi egli immantenente a far bastioni ed altri ripari, con risoluzion di difendere di nuovo quella città. Avvisati di ciò il duca di Milano e il vicerè Cardona, che stava nel Polesine di Rovigo, affinchè Renzo maggiormente ivi non si afforzasse, si affrettarono per isloggiarlo di là. Andò lo stesso vicerè con un corpo di gente e molta artiglieria colà, ed, unitosi con Prospero Colonna generale dell'armi duchesche, cominciò aspramente a percuotere le mura di quella città. Ma quanto danno si faceva il giorno, la notte veniva con tagliate e nuove fortificazioni riparato dall'indefesso Renzo, il quale non lasciava di far anche delle sortite con grave incomodo degli assedianti. Per segreti messi gli faceva intanto sapere lo Alviano che si difendesse, perchè farebbe tal diversione, che il vicerè sarebbe astretto a ritirarsi. Tentò infatti Verona, ma senza frutto. Quindi sollecitamente, passato verso la nobil terra di Rovigo, spinse innanzi Baldassare di Scipione con secento cavalli, che nel dì 19 di novembre trovati gli Spagnuoli senza guardia, quasi tutti li fece prigioni od uccise; e furono cento uomini d'arme, ducento cavalli leggeri e cinquecento fanti. Sopraggiunto poi esso Alviano, la misera terra andò tutta a sacco. Questo colpo fece scappare in fretta da Lendenara e dalla Badia quanti Spagnuoli si trovavano in quelle terre. In questo mentre Renzo da Ceri, lusingato sempre dalla speranza che l'Alviano il soccorresse, avea consumata buona parte di sue genti nella difesa di Bergamo. Conosciuto poi disperato il caso, capitolò la resa, se in termine d'otto giorni non veniva soccorso, con patto che la città fosse salva dal sacco, e che uscissero i suoi soldati con armi e bagaglio, ma senza poter entrare in Crema per lo spazio di sei mesi. Spirati gli otto giorni senza che comparisse soccorso alcuno, fu presa dal vicerè e dal Colonna la tenuta della città, ma città bersagliata da infinite sciagure, perchè condannata anche in questa occasione allo sborso di ottanta mila ducati d'oro. Tornato poscia il vicerè a Verona, ed uscito in campagna contro l'armata dell'Alviano, tal terrore ad essa recò, che come in rotta si ritirarono i Veneziani a Padova, con perdita di molti cavalli. La dirotta pioggia e le strade piene di fango impedirono agli Spagnuoli di più ottenere nell'anno presente.
Quali fossero in tempi di tante discordie i maneggi e raggiri di papa Leone, chiunque bramasse d'esserne pienamente informato, dee ricorrere al Guicciardino, storico provveduto di un buon microscopio, per discernere le simulazioni e dissimulazioni della politica mondana de' principi, nella quale certamente eccellenti furono in questi tempi esso pontefice e Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e delle Due Sicilie. Ebbe esso pontefice, mentre continuava ancora il concilio lateranense, la consolazion di vedere affatto estinto lo scisma de' Franzesi, cominciato col conciliabolo pisano. Nel dì 12 di marzo ricevette ancora con gran pompa gli ambasciatori di Emmanuello re di Portogallo [Orosius, de Rebus Emanuelis regis.]. Condussero essi, oltre ad altri preziosi regali, in dono al papa un superbo elefante, che riempiè di maraviglia il popolo romano, concorso a folla per mirare un animale strano agli occhi loro, ma sì familiare agli antichi Romani. Giunta questa bestia davanti alla finestra, dove era assiso il papa, tre volte s'inginocchiò, ubbidendo a chi lo avea così ammaestrato. Poi da un tino d'acqua preparata ne tirò colla sua tromba o proboscide una buona quantità, con cui asperse chi si trovava anche nelle finestre più alte, e molto più ne spruzzò sopra la circostante plebe. Perchè ancora a quel re era noto come il pontefice, senza gran cura della sua dignità, si dilettasse della caccia, gl'inviò in dono una pantera, avvezzata a quell'esercizio; e fattane la pruova, quante bestie le si affacciarono, tutte in breve tempo le strozzò. Attendeva intanto papa Leone, come si ha dal suddetto Guicciardino e dall'autore della Lega di Cambrai, a coprir le segrete sue intenzioni, con deludere or questo, or quello de' principi, essendo la general mira di seminar fra loro la mala intelligenza, e di persuadere a cadauno la sua predilezione, per desiderio di rendersi arbitro degli affari. Ma l'aver egli inviato a Venezia il celebre Pietro Bembo per istaccare quella repubblica dall'alleanza coi Franzesi, senza però poterla smuovere, fece infine capire al re Lodovico che capitale avesse egli a fare delle belle proteste di questo pontefice. Peggio intervenne ad Alfonso duca di Ferrara. Dopo aver questi assistito alla coronazion di questo papa, se ne tornò a casa sua carico di carezze e di promesse quante ne volle. Insisteva il duca perchè gli fosse restituita la città di Reggio, indebitamente occupata a lui da papa Giulio II contro la fede obbligata nel salvocondotto. Era disposto Leone a restituirla; ma questo benedetto giorno non arrivava giammai [Antichità Estensi, tom. 2. Piena Esposizione dei diritti imperiali ed estensi sopra Comacchio.]. Dopo grandi maneggi si lasciò indurre il duca nel dì 15 di giugno a spogliarsi del diritto di far sale nella città di Comacchio, della quale la casa d'Este per tanti anni era stata, ed è tuttavia, investita dai soli imperadori; ma senza pregiudizio della cesarea maestà, e non altrimenti, nè in altro modo, come canta quella convenzione. Oltre allo essere stati annullati tutti i processi di papa Giulio, promise il papa di restituire ad esso duca in termine di cinque mesi Reggio. Ma questi cinque mesi nel cuor di papa Leone doveano essere cinquecento mesi, perciocchè non solamente mai non volle rendere quella città al duca, ma due giorni appena dopo la convenzione suddetta stipulò coi ministri di Massimiliano Cesare la compera (salvo il gius della ricupera) della imperial città di Modena pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro, contati a quel monarca, sempre ansioso e sempre bisognoso di pecunia, e che nulla badò a commettere una sì patente ingiustizia in pregiudizio di un vassallo che nulla avea operato contra del sacro romano imperio. Fruttava questa città di sole rendite annue altrettanta somma. Troppo stava sul cuore al pontefice l'acquisto di Modena, per aver libero il passaggio e la comunicazione colle città di Reggio, Parma e Piacenza, che erano già in suo potere. Gli occulti fini nondimeno d'esso papa non terminavano qui, come osserva il Guicciardino. Imperciocchè, se non il primo, certo uno de' principali pensieri di Leone era quello d'ingrandire la propria casa de Medici, e non già con allodiali o feudi minori, ma con di que' principati e Stati, che partecipano della sovranità, spogliandone i legittimi possessori. Questa malattia l'abbiam trovata in altri precedenti papi, ma specialmente comparve dipoi in esso Leone X e in Clemente VII, amendue della stessa casa, che, per ottenere quest'intento, impiegarono senza misura i tesori della Chiesa, e fecero o fomentarono più guerre fra i popoli battezzati. Tale certo non era la intenzione di Dio, allorchè li pose sulla cattedra di san Pietro, e li costituì pastori del gregge suo. Avea papa Leone Giuliano suo fratello, avea Lorenzo figlio di Pietro Medici che era suo nipote, e continuamente pensava ad innalzarli. Poichè quanto a Giulio suo cugino, figlio di Giuliano ucciso nella congiura de' Pazzi, che fu poi papa Clemente VII, benchè dal Nardi, dal Guicciardino, dal Varchi, dal Panvinio e da altri si sappia essere egli nato fuori di matrimonio, Leone l'avea creato cardinale nell'anno precedente. Le idee di esso papa Leone erano di formare per Giuliano un principato di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e, se gli veniva fatto, d'aggiugnervi anche Ferrara. Fu eziandio creduto che trattasse col re di Francia di acquistare il regno di Napoli o per la Chiesa, oppure pel suddetto suo fratello, già creato prefetto di Roma, e generale e gonfaloniere della santa romana Chiesa. Qual esito avessero i suoi grandiosi disegni l'andremo a poco a poco vedendo.