Trovavasi ne' suoi regni di Spagna Carlo V, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi col re Arrigo VIII, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chi ciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciò papa Leone X non potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale anche Federigo duca di Sassonia. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensì fra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.
Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne a Gian-Paolo Baglione che avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzo papa Leone questo mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze al giovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dal conte Annibale Rangone, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa.
Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviato Giovanni de Medici, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra di Lodovico Freducci tiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara il duca Alfonso, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modena e Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fu Uberto Gambara, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno.
MDXXI
| Anno di | Cristo MDXXI. Indiz. IX. |
| Leone X papa 9. | |
| Carlo V imperadore 3. |
Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da Carlo V imperadore, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero. Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente eresia di Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza, e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito. Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori: passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità. Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche nella Navarra, già occupata da Ferdinando il Cattolico, si fecero più commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in addietro ai Franzesi. Ora Francesco I re di Francia che si sentiva pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la Navarra, per renderla, diceva egli, ad Arrigo re fanciullo, il cui padre Giovanni era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini, che a dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente, fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto, se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di papa Leone X che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al duca Alfonso, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra. Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto mio, tralascio.
Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano: certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio una lega con Carlo V imperadore a difesa della casa de' Medici e de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato di Milano, questo si desse a Francesco Maria Sforza, figliuolo del fu Lodovico il Moro, il quale se ne stava tutto dimesso in Trento, aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di Napoli ad Alessandro, figlio bastardo di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi. Alfonso duca di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè, come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere, e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla, per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche Girolamo Morone, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè era in Francia il Lautrec, il signor dello Scudo suo fratello, vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel dì 24 di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese. Vi restò morto Alessandro Trivulzio, e gli altri se ne fuggirono. Lo Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona; corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il bisognevole.
Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia, i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri cinque cento, sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio l'armata pontifizia il Lautrec mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello, e da Federigo signor di Bozzolo. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo Stato di Cristoforo Pallavicino, a cui tolse anche la vita, perchè accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova Ottavino Fregoso e i Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno. Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla giovò. Chiamò papa Leone a Roma Prospero Colonna, il quale era stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio Federigo marchese di Mantova con titolo di capitan generale della Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole; e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa, perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior parte della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava lo Scudo il signor di Lautrec suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata, composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte le loro misure. Era stato fin qui paziente Alfonso duca di Ferrara, mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui papa Leone X, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati, bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso di Modena il conte Guido Rangone, e poi sciogliessero l'assedio di Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione.
Aveva intanto il papa fatto assoldare dal cardinale di Sion, chi dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno, e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler combattere co' Franzesi, per essere con loro in lega. Prospero Colonna adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro, siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore, colà comparve il cardinal Giulio de Medici, spedito dal papa con titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il Colonnese e il marchese di Pescara, e desse calore alla impresa. Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de' collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè il cardinale di Sion e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori. Restò allora ben confuso il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava il danaro per pagarli. Imperciocchè il re Francesco dopo avere sì superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a Carlo imperadore, si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno seguente l'esercito collegato in vicinanza di Milano, essendo stato spedito avanti il valoroso Ferdinando di Avalos marchese di Pescara con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani con Teodoro Trivulzio e Andrea Gritti. Si combattè, ma venne meno il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo, come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè occorse di più, perchè il Lautrec la notte, lasciato ben guernito il castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi. Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di Prospero Colonna, e non con minore del marchese di Pescara, che in quella occasione fece mirabili prove di sua persona.