MDXXIV

Anno diCristo MDXXIV. Indizione XII.
Clemente VII papa 2.
Carlo V imperadore 6.

Grandi consulti si fecero in Milano dai generali cesarei intorno alle operazioni della futura campagna, e fu risoluto di aspettar sei mila fanti che l'arciduca Ferdinando mandava di Germania. E perciocchè mancava il denaro, principal mobile negli affari di guerra, i Milanesi si indussero, per amore o per forza, a prestar novanta mila ducati d'oro al loro duca. Papa Clemente anch'egli, tuttochè mostrasse ai ministri del re Cristianissimo di non volere impacciarsi nelle guerre de' potentati cristiani, pure segretissimamente inviò venti mila ducati d'oro ad essi imperiali, e trenta mila ancora ne fece lor pagare dai Fiorentini. Venne poi l'aspettato corpo di Tedeschi a rinforzare l'armata cesarea, e seco si congiunse ancora colle sue genti Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, generale de' Veneziani, di modo che ascese quell'esercito a mille ed ottocento lancie, a venti mila fanti fra tedeschi, spagnuoli ed italiani, e a due mila cavalli leggieri. Uscì il vicerè Lanoia in campagna, e andò a postarsi a Binasco: al quale avviso, l'ammiraglio Bonivet raccolse l'esercito suo a Biagrasso, per quivi fermarsi, finchè gli venissero i tante volte promessi rinforzi di Francia; ma non senza timore, d'assediatore stato fin qui, di divenire assediato. Chiariti i cesarei che troppo caro riuscirebbe il tentar di sloggiare da quel fortissimo accampamento i nemici, passarono il Ticino, e iti a Gambalò, di là cominciarono a scorrere tutta la Lomellina, impedendo il trasporto dei viveri al campo franzese. Nel qual tempo, cioè verso il fin di febbraio, il comandante franzese del castello di Cremona, essendo ridotto agli estremi, ne pattuì la resa, se in termine di otto giorni non gli veniva soccorso, e l'ammiraglio vergognosamente lasciò cader quella fortezza. All'incontro, sul principio di marzo Federigo da Bozzolo, comandante de' Franzesi in Lodi, fece una scorreria per tutto il piano di Bergamo e Crema, asportandone un immenso bottino. Ma non potendo più il Bonivet sussistere in Biagrasso per mancanza di viveri, passò a Vigevano; e il duca di Urbino colle genti venete applicò le artiglierie al castello di Garlasco, e con un sanguinoso assedio se ne impadronì, e tutto poi lo diede a sacco. La stessa orribil disavventura toccò al castello di Sartirana, dove tagliato fu a pezzi il presidio franzese. Avea l'ammiraglio Bonivet tentato di venire a battaglia campale con gl'imperiali; ma questo giuoco azzardoso non piacendo al vicerè e a' suoi capitani, si contentarono di andarlo inquietando con delle scaramuccie. Era egli ancora uscito per soccorrere Sartirana, e non fu a tempo. E perciocchè i cesarei ebbero in lor potere la città di Vercelli, egli, trovandosi sempre più impaniato, si ridusse a Novara, per aspettar ivi otto mila Svizzeri, già assoldati dal re Cristianissimo, che non trovavano mai la via per muoversi. Calarono bensì cinquecento Grisoni nella pianura di Bergamo; ma il duca di Milano spedì contra di loro Giovanni de Medici, uomo sopra modo ardito, con quattro mila fanti e due mila cavalli, che, dopo averli fatti ritornare alle lor montagne, prese a forza d'armi la terra di Caravaggio in Ghiaradadda, dove andò a fil di spada quasi tutto il grosso presidio franzese; e poi rallegrò le sue truppe, con saccheggiarne tutti gl'infelici abitanti. Di là, per ordine del duca, passò il Medici a Biagrasso, dove tuttavia restavano mille Franzesi di guarnigione; ed, avendo prima tolto il ponte che teneano essi Franzesi sul Ticino, nello stesso giorno colle artiglierie fece gran rottura nelle mura di quella terra, ed immediatamente venuto all'assalto, in meno di mezz'ora v'entrò, con uccidere nel primo empito da ottocento tra soldati ed abitanti. Restarono gli altri prigionieri, e quivi pure fu dato un orrido sacco con tutte le sue conseguenze. Non avevano peranche imparato gl'Italiani d'allora a far opere esteriori ai luoghi di difesa, come usarono dipoi; e però sì facile era l'accesso, e il fiero effetto delle artiglierie.

Costò ben caro alla misera città di Milano l'acquisto di Biagrasso; perocchè nella lunga stanza in quel luogo essendo entrata la vera peste, oppure una micidiale epidemia ne' Franzesi, portata poi gran parte di quel bottino a Milano, cominciò ivi a spargere un occulto crudel veleno, di cui avremo a parlare andando innanzi. Scesero in questi tempi cinque oppure otto mila Svizzeri al soldo di Francia, e giunsero fino ad Ivrea (l'Anonimo Padovano dice a Varese) con disegno d'unirsi all'esercito franzese in Novara. Ma perciocchè marciavano senza gran fretta, veggendo il Bonivet andar di male in peggio i suoi affari, venir meno le vettovaglie, e sminuirsi tutto di la sua armata per li soldati che fuggivano alla volta di Francia, determinò anch'egli sul principio di maggio d'avviarsi colà. Il perchè con grande ordinanza passò a Romagnano, e gittò un ponte sulla Sesia, dove da lì a poco arrivarono anche gli Svizzeri. Di grandi istanze fece allora il duca di Borbone, tutto pregno d'odio contra della sua nazione, perchè si assalisse un'armata impaurita e quasi fuggitiva. Ma gli altri capitani l'intendeano diversamente, allegando l'antico proverbio: A nemico che fugge fagli i ponti d'oro. Secondo il Giovio, anche il marchese di Pescara aringò contra di questo proverbio. Intanto l'ammiraglio si applicò a far passare le sue genti di là dalla Sesia; quand'ecco arrivargli addosso mille cavalli ed altretanti fanti nemici, che senza commissione del lor generale venivano a cercar fortuna. Questo assalto, e la fama o credenza d'aver sulle spalle tutto il cesareo esercito, mise come in rotta i Franzesi, che disordinatamente cominciarono a valicare il fiume. Ivi fu una calda scaramuccia, in cui restarono morti moltissimi soldati ed uffiziali de' fuggitivi, e lo stesso Bonivet ne riportò una ferita per colpo d'archibugio in un braccio, con restar anche in poter de' cesarei sette pezzi d'artiglieria, alcune bandiere ed assai carriaggi. Passati i Franzesi, tal fu la lor fretta e voglia di mettersi in salvo, che lasciarono indietro a Santa Agata quindici altri cannoni, forse credendoli in sacrato, per essere nello Stato di Savoia; ma gl'imperiali, cioè la lor cavalleria leggiera, che andò per gran tratto di paese inseguendoli, senza cerimonie li prese e condusseli al suo campo. Il Giovio dà tutto l'onore di quest'ultima impresa al marchese di Pescara. E questo fu il fine che ebbe la spedizione dell'ammiraglio Bonivet in Lombardia, non riportando egli in Francia se non vergogna, e la brutta gloria delle tante miserie cagionate in queste contrade. Restava tuttavia in man de' Franzesi Alessandria, alla cui guardia era il signor di Bussì o Boisì, difendendola da tre mila fanti genovesi, venuti contro quella città. Ebbe ordine l'indefesso marchese suddetto di portarsi colà con mille cavalli e quattro mila fanti spagnuoli. Licenziato ancora il duca d'Urbino colle milizie venete, fu pregato di liberar Lodi dalle mani di Federigo da Bozzolo, che quivi era restato con cinquecento cavalli e tre mila fanti italiani; e così egli fece. Non voleva Federigo ascoltar parola di resa; ma certificato della ritirata de' Franzesi, e che speranza non rimaneva di soccorso, giudicò meglio di salvar quella gente per servigio del re, e capitolò di poter andarsene con tutti gli onori militari in Francia; laonde quella città fu consegnata al duca di Milano. Nel passare che fece Federigo per l'Alessandrino, trovò che due giorni innanzi il marchese di Pescara avea costretto il Bussì a rendere quella città colle medesime onorevoli condizioni; ed accozzatisi insieme, condussero in Francia cavalli cinquecento e fanti cinque mila, che prestarono poi buon servigio a quel re. Ciò fatto, il vicerè Lanoia condusse anch'egli l'esercito nel Monferrato e in quel di Saluzzo, acciocchè la sua gente si ristorasse, anzi si deliziasse alle spese di que' popoli, col pretesto che fossero stati fautori de' Franzesi. A chi studia il libro della forza armata, troppo diverso da quel del Vangelo, non mancano mai ragioni da assassinar gl'innocenti.

Si crederà oramai taluno terminata qui la tragedia dell'anno presente, eppur vi restano altre scene, fors'anche più strepitose, da vedere. Cotanto fu importunato l'imperadore da Carlo duca di Borbone, ribello e nemico del re Francesco, che si lasciò indurre a permettere che fosse portata la guerra in Francia, dove il Borbone facea sperar cose grandi pel credito e per le attinenze ed amicizie sue. Pensava esso Augusto di muover guerra nello stesso tempo anch'egli a' Franzesi dalla parte di Guascogna, e sperava che altrettanto farebbe in Piccardia Arrigo re d'Inghilterra, con cui era unito di sentimenti. Passò dunque il Borbone nel mese di luglio con sedici mila fanti e mille lancie le Alpi, conducendo seco un bel treno di artiglieria grossa e minuta. Ducento mila scudi rimessi a Genova dall'Augusto Carlo e dal re inglese, e pagati ad esse truppe, le fecero camminar di buon cuore, aggiunta la speranza di ben bottinare in paese nemico. Contro il parere d'esso Borbone, vollero i capitani cesarei che si andasse a mettere l'assedio alla città di Marsilia in Provenza, sperandone buon mercato, perchè sarebbono fiancheggiati per mare da una forte squadra di legni genovesi, accorsi a quell'impresa. Avea il re Francesco guernita quella città di sei mila fanti italiani e di trecento lancie franzesi sotto il comando di Renzo da Ceri e di Federigo da Bozzolo; i quali tosto s'applicarono a far de' bastioni ed altre difese dalla parte non men di terra che del mare. Per molti giorni continuamente fu combattuta quella città dalle batterie; ma quanto di giorno era atterrato di muro, la notte dai prodi capuani veniva riparato con più forti argini di terreno. Si fecero varie sortite per terra e varii combattimenti in mare fra le squadre nemiche; e infine niuna apparenza restava di vincere una città sì valorosamente difesa tanto da' soldati che dal popolo nemico del nome spagnuolo. Ebbe Renzo anche la fortuna di scoprire un tradimento ordito quella città, e di rimediarvi. Intanto il re Francesco stava in Lione (il Guicciardini scrive in Avignone) ammassando una potente armata, con aver già presi al suo soldo sedici mila Svizzeri e sei mila Tedeschi. Avvenne che il re d'Inghilterra niun movimento fece contra dei Franzesi. Di poco momento ancora fu quello dell'imperadore dalla banda della Navarra; operò, avendo il re Cristianissimo richiamata buona parte delle milizie che dianzi aveva opposto ai lor tentativi, l'esercito imperiale, informato di tanto apparato di guerra, determinò di levare il campo da Marsilia. Ma, nel levarsi, nacque voce che il re con ismisurate forze veniva contra di loro; uscì ancora coi suoi Renzo da Ceri, per dar loro la ben andata: onde non lieve timore e disordine sorse fra essi, talmente che sei pezzi d'artiglieria lor furono presi, e molti lasciarono ivi la vita. Ritiratisi poi il meglio che poterono quindici miglia da Marsilia in forte alloggiamento, stavano aspettando qual risoluzione fosse per prendere il re Francesco.

La risoluzione fu, che il re, sempre voglioso di conquistar lo Stato di Milano, veggendolo ora sguernito di difensori, e che più agevole sarebbe a lui di arrivar prima colà che alla nemica armata del Borbone, a cui conveniva passar per le disastrose strade della riviera del mare; s'avviò verso il Monsenisio con tutte le sue forze, credendo che la persona e presenza sua rimoverebbe qualunque ostacolo che finora a' suoi capitani avea impedito l'acquisto, oppure la conservazione dello Stato di Milano. Attesta il Belcaire che esso re inclinava alquanto alle guasconate, nè egli volle abboccarsi colla regina sua madre, che era venuta per dissuaderlo da questa impresa. Giunto il re a Susa (ed era sul principio di ottobre), ivi si fermò due giorni, aspettando il resto dell'esercito suo, che tutto consisteva in due mila lancie, tre mila cavalli leggieri e venticinque mila fanti. Il Guicciardini parla di venti mila fanti, e nulla dice della cavalleria leggiera, di cui non di meno niuna armata soleva andar senza. All'avviso di questa mossa, il duca di Borbone s'affrettò per tornare in Italia. Se crediamo al Giovio, fece fondere le artiglierie; se al Guicciardini, le fece rompere e portare sui muli: l'Anonimo Padovano ha, che, caricatele sulla flotta dei Genovesi, le spedì a Genova. Giorno e notte marciando i suoi soldati per quelle asprissime strade dietro al mare, giunsero finalmente mezzo morti al Finale. Trovossi il vicerè Lanoia in questo inaspettato temporale stranamente confuso, perchè, per aver mandato il fiore del suo esercito in Francia, non vedea maniera di resistere a sì gran torrente. Era impossibile il difendere Milano; perciocchè, portata colà, siccome dicemmo, la peste da Biagrasso, nè facendosi provvisione alcuna, prese tanta forza il male, che tal giorno fu che morirono ivi mille persone e più. E si pretende che in termine di quattro mesi, ne' quali fu la strage maggiore, vi perissero più di cinquanta mila abitanti. Sicchè, tra questo flagello e la fuga di tanti altri cittadini, restò la infelice città quasi disabitata. A cagion d'esso malore il duca Francesco s'era ritirato a Pizzighittone. Andò il vicerè ad Alessandria, per dar mano all'armata sua che tornava in Italia; e nel medesimo dì che il marchese di Pescara giunse ad Alba, anche il re Cristianissimo arrivò a Vercelli. Venne dipoi il vicerè a Pavia, e di là si portò col Pescara e sua gente a Milano, dove del pari chiamò il duca Francesco, che non si arrischiò a passare. Conoscendo poi disperato il caso per quella città, e che i Franzesi con marcie sforzate tendevano a quella volta, si ritirò di là per andare a Lodi. Nel medesimo tempo ch'egli usciva di Milano per porta Romana, la vanguardia franzese v'entrò per porta Ticinese e Vercellina. Seguì ancora una fiera scaramuccia fra essi e il marchese di Pescara, che conduceva la retroguardia; e fu sentimento de' saggi, che se i Franzesi non si fossero fermati in Milano, ed avessero seguitato l'esercito cesareo, in quel dì si potea finire la guerra. Francesco Sforza, ch'era venuto a Pavia, ciò inteso, a seconda del Ticino in barca si condusse a Cremona, oppure a Soncino. Colà ancora si ridusse il vicerè Lanoia coi più del suo esercito e col Borbone, dopo aver guernita la città di Pavia con cinque mila Tedeschi, mille Spagnuoli e quattrocento cavalli sotto il comando di Antonio da Leva, capitano di gran valore e sapienza nell'arte militare. Lasciò ancora in Lodi il marchese di Pescara con due mila fanti; ma, secondo l'Anonimo Padovano, quivi restò Alfonso marchese del Vasto, giovane di gran valore. V'andò poi più tardi il Pescara. Anche Alessandria, Como e Trezzo furono ben presidiate.

Non volle il re Francesco entrare in Milano, ma solamente spedì colà un corpo di gente capace di far l'assedio del castello, entro di cui erano settecento fanti spagnuoli, e diede ordine che non fosse inferita molestia all'afflitto e troppo diminuito popolo di quella città. Quindi s'inviò ad assediar Pavia, per non lasciarsi alle spalle una città poderosa per sè stessa, e vieppiù forte per la gagliarda guarnigione che la custodiva. E venne ben biasimato da non pochi per questo, credendosi che s'egli avesse tenuto dietro all'esercito imperiale, l'avrebbe o disfatto o costretto a ritirarsi in Germania. Nel dì 28 d'ottobre andò l'esercito franzese ad accamparsi intorno a Pavia, e furono distribuiti i quartieri per Giovanni duca d'Albania della casa Stuarda di nazione Scozzese, per Arrigo d'Albret re di Navarra, pel maresciallo della Palissa, per l'ammiraglio Bonivet e per altri nobili uffiziali. Il re si fermò all'insigne Certosa di Pavia, cinque miglia lungi dalla città. Diedesi principio all'incessante sinfonia delle artiglierie; furono fatte breccie; si venne anche a qualche assalto; tutto nondimeno invano, perchè Antonio da Leva suppliva ad ogni bisogno con nuovi ripari, trincee e cavalieri, ossia alzate di terra, dalle quali colle sue artiglierie inferiva notabil danno al campo franzese. Ora, parendo inespugnabile da quella parte la città, fu proposto al re di assalirla dalla banda del Ticino, dove il Leva non avea creduta necessaria fortificazione alcuna. Fu dunque da incredibil numero di guastatori serrato il ramo del Ticino, che bagna le mura di Pavia, e voltata quell'acqua per l'altro ramo appellato il Gravellone: il che osservato da Antonio da Leva, con tutta la cittadinanza e colle milizie si affrettò a formare anche verso il fiume, quanti mai potè, bastioni di terra. Ma appena fu voltato il fiume, che cominciò una dirotta pioggia, per cui, ingrossate le acque ruppero tutto il lavoro, e tornarono a camminare nell'alveo consueto, con recare eziandio non lieve danno agli stessi assedianti. Calate le pioggie, il re ordinò che si desse nel dì 4 di dicembre una fiera battaglia da due bande a Pavia, e vi volle egli assistere continuamente in persona. Altro guadagno non fece in tre ore di orribil combattimento, che di perdere ottocento fanti, e di ritirar molto maggior numero di feriti.

Trovossi papa Clemente in questi tempi in grande imbroglio, perchè, dopo aver ricusato di confermar la lega di papa Adriano VI coll'imperadore, neppure acconsentiva a farla col re Cristianissimo. Con tutto ciò, mirando le forze superiori d'esso re in Italia, e forse essendogli discaro che Carlo V, insieme imperadore e re di Spagna, Napoli e Sicilia, si assodasse ancora nello Stato di Milano, per mezzo di Alberto Pio da Carpi e di Gian-Matteo Giberti suo datario, segretamente segnò un accordo col re Francesco, mettendo gli Stati della Chiesa e Firenze con quella balìa e governo quasi dispotico ch'egli tuttavia manteneva in quella repubblica, sotto la protezione di lui, col solo obbligo di non prestar aiuto alcuno contro del medesimo re. Almeno così fu creduto, perchè non si seppe mai bene il netto di quel trattato segreto: tanto andava cauto il politico papa. Per quanto so, trovandosi il re Cristianissimo scarso di moneta (disgrazia che spesso accadeva ai guerreggianti d'allora), ed essendogli mancate molte provvisioni da guerra, lo stesso papa cooperò che Alfonso duca di Ferrara, col guadagnar la protezione dello stesso re, gl'inviasse cento mila libbre di polve da artiglieria, gran copia di palle e dodici cannoni di bronzo. Inviò il duca queste munizioni per Po fin sul Parmigiano in cinque navi, non già nel dì 5 di settembre, come io già scrissi nelle Antichità Estensi, ma bensì nel dì 10 di dicembre, come ha Antonio Isnardi nella sua Cronica manuscritta di Ferrara. Di là poi per terra su carra, ordinate in Parma e Piacenza dal papa, continuarono il viaggio. Verisimilmente ancora (e lo scrive l'Anonimo Padovano), per occulto maneggio del papa, il valoroso Giovanni de Medici si ritirò dal servigio dell'imperadore a quello del re Francesco, e fu egli stesso inviato con mille e cinquecento fanti a scortar le suddette munizioni. Strana risoluzione intanto parve ai saggi quella d'esso re Cristianissimo, che, quantunque non si fosse impadronito di Pavia, nè del castello di Milano, e tuttochè restassero molte forze al vicerè Lanoia, e si sapesse che il duca di Borbone era passato in Lamagna a procacciar nuovi rinforzi di gente, pure determinò di far l'impresa di Napoli nel tempo stesso. Contava egli per facilissima cosa l'acquisto di quel regno, perchè sprovveduto allora di gente d'armi, e giacchè gli convenne ridurre in blocco l'assedio di Pavia, con formare una forte e mirabil circonvallazione intorno a quella città, giudicò che intanto, durante il verno, gran ricompensa di quella inazione sarebbe il guadagnare il regno suddetto. Fu infin creduto che il papa stesso l'incitasse a questa spedizione per suoi fini politici, e lo scrivono Jacopo Nardi e Galeazzo Cappella storici contemporanei, con altri. Ma il Guicciardini, il Rinaldi ed altri son di parere diverso. Inviò dunque il re Francesco Giovanni Stuardo duca d'Albania con dieci mila fanti e settecento uomini di arme alla volta della Toscana, che, passati per la Garfagnana, s'unirono a Lucca con Renzo da Ceri, il quale conduceva seco tre altri mila fanti. Furono astretti i Lucchesi a pagargli dodici mila ducati d'oro, e a prestargli delle artiglierie. A requisizion del papa si fermò ancora lo Stuardo intorno a Siena per mutar quel governo. Tutte le fin qui narrate azioni del pontefice, e l'aver egli finalmente confessato d'aver fatta una specie di concordia col re Cristianissimo, amareggiarono non poco l'animo di Carlo imperadore e di tutti i suoi ministri; e tanto più perchè parea loro d'intendere che una segreta lega, e non già una semplice concordia, fosse contra d'essi la decantata da Clemente VII. Ne fecero perciò di gravi doglianze. Voleva a tutte le maniere il vicerè Lanoia correre alla difesa del regno di Napoli; ma cotanto seppe dire il marchese di Pescara, che il fermò in Lombardia. Del quel consiglio, perchè riuscì poi utilissimo, i nostri storici concordemente diedero gran gloria ad esso marchese, ancorchè gli altri capitani concorressero nel medesimo parere. In questi tempi, con tutte le istanze fatte dal vicerè suddetto per aver soccorso di gente o di danari dal senato veneto, nulla mai potè ottenere, barcheggiando sempre quei saggi signori per vedere qual esito avessero l'armi franzesi in Lombardia.