Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegati Orazio Baglione, vi uccise Gentile Baglione, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti il principe d'Oranges, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano, papa Clemente coi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva, e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'Augusto Carlo V mostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto il vicerè Lanoia, e subentrato nel governo di Napoli Ugo di Moncada, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unirono Girolamo Morone e il cardinal Pompeo Colonna, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusse Clemente VII a crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati da Luigi Gonzaga, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra e saccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione.


MDXXVIII

Anno diCristo MDXXVIII. Indizione I.
Clemente VII papa 6.
Carlo V imperadore 10.

Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto il pontefice Clemente, non tardò il duca d'Urbino cogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso la metà poi di gennaio inviò il vescovo sipontino a Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandarono Gasparo Contarino, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo il Lautrec in Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra il re Francesco I e l'imperador Carlo V. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano presero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi veduto praticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono a Pietro Navarro, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali.

Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto il principe d'Oranges, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entrò Napoleone Orsino abbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti del marchese di Saluzzo, de' Veneziani e de' Fiorentini. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldati e copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè don Ugo di Moncada si ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.

Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamata mal mazzucco, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonare per conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietro Antonio da Leva, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempi Gian-Giacomo de Medici castellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da Milano Filippo Torniello, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenuto gran consigliere anche del principe di Oranges; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti.

Era noto all'imperator Carlo il bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando di Arrigo duca di Brunsvich, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendo Antonio da Leva intelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso di Napoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti da Giam-Paolo Sforza governatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, il signor di San Polo comandante d'essi, e il duca d'Urbino generale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sotto Pietro da Birago e Pietro Bottigella. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'imperador Carlo V le tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchè Antonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente.

Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città. Andrea Doria capitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandò Filippino Doria a chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche il vicerè Moncada, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stesso vicerè, Cesare Feramosca ossia Fiera Mosca, Jaches di Altamura, con altri assaissimi; e rimasero prigioni il marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si fece per tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita il nunzio del papa e Luigi Pisano legato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche il Lautrec, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando al marchese di Saluzzo. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigione Pietro Navarro con altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stesso marchese di Saluzzo, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò il conte Guido Rangone a parlare col principe di Oranges; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restassero prigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. Perocchè Renzo da Ceri con alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta di Cacciadiavoli Contarino occupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma il principe d'Oranges, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere di Girolamo Morone, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.

Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valoroso Andrea Doria era passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano il marchese del Vasto, Ascanio Colonna, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movesse ad abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando: Libertà, e Teodoro Trivulzio regio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso al signor di San Paolo e al duca di Urbino. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere Andrea Doria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.