Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione in Carlo V della dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' Romani Ferdinando suo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cui furono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.
Per attestato di Gasparo Hedione [Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.], avea nell'anno precedente Carlo III duca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.] all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato il duca Alessandro de Medici, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa di Margherita sua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco era Giovanni Antonio Mussetola ambasciatore cesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di Monferrato Bonifazio figlio di Guglielmo, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. Vivea allora Gian-Giorgio suo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie del marchese Guglielmo, e sorelle del defunto Bonifazio, cioè Margherita ed Anna. Tanti maneggi fece Federigo duca di Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.
MDXXXII
| Anno di | Cristo MDXXXII. Indizione V. |
| Clemente VII papa 10. | |
| Carlo V imperadore 14. |
Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercito Antonio da Leva, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora il conte Guido Rangone, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colà Gabriello Martinengo generale dell'artiglieria, Alfonso marchese del Vasto generale della fanteria, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi, e finalmente don Ferrante Gonzaga generale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche il duca di Ferrara vi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papa Ippolito cardinale de Medici, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prode Andrea Doria, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia.
Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con aver eglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento con papa Clemente, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suo Alfonso duca di Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dal duca Federigo. Ivi creò poeta Lodovico Ariosto. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiuto Luigi Gonzaga, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concerto papa Clemente nel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoi Carlo V, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco era Alessandro de Medici, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a Ferrara Francesco Sforza duca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente.
Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto del duca Alessandro in quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autorità Francesco Guicciardini lo storico e Braccio Valori, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò in mano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se i Veneziani avessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella di Andrea Doria, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco.
Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi, ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste. Papa Leone X applicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buon papa Adriano VI, l'avrebbe fatto. Succeduto a lui Clemente VII, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'Augusto Carlo V ne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana.
In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese, e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani: Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola: Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena. O tempora! o mores!