Trovandosi intanto l'Augusto Carlo stanco sotto la mole di tanti affari, e colla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania il principe don Filippo suo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infanta donna Maria sua primogenita in moglie all'arciduca Massimiliano, figlio del re Ferdinando suo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione del duca d'Alva, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria. Cosimo duca di Firenze, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlo don Francesco suo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora il duca Ottavio Farnese, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visita Carlo duca di Savoia. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimento di questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'anno Arrigo II re di Francia con quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi di don Ferrante Gonzaga dopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamato Ercole II duca di Ferrara, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò esso re Cristianissimo, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita a Francesco di Lorena duca di Umala, figlio del duca di Guisa suo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, dove ab antiquo cozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia; e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.


MDXLIX

Anno diCristo MDXLIX. Indizione VII.
Paolo III papa 16.
Carlo V imperadore 31.

Dopo avere il regal principe don Filippo d'Austria lasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento da Francesco duca di Mantova, alla qual città si portò anche Ercole II duca di Ferrara per inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi il re Ferdinando troppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempi Arrigo II re di Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dal re Francesco I suo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, con essersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.

Ondeggiava intanto papa Paolo fra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'imperadore Carlo che si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovo Parma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioni Camillo Orsino, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia a don Ferrante Gonzaga. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma a don Orazio suo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo del cardinale di Trento, cominciò un trattato con don Ferrante Gonzaga per acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando il cardinal Farnese, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.

Varia fu la fama che lasciò dopo di sè papa Paolo III. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano anche da pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degno di questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo: Et peccatum meum contra me est semper. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.

Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovo pastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze del duca Francesco Gonzaga con Caterina d'Austria figlia di Ferdinando re de' Romani. Nel qual tempo Lodovico fratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.


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