Anno fu questo di grave carestia per molte parti d'Italia, e massimamente in Roma; ma il provvido governo di papa Sisto sovvenne alla necessità de' suoi popoli senza risparmiare spesa e diligenza alcuna in pro di essi. E per provvedere ancora al bisogno dei tempi avvenire in aiuto della povertà, assegnò nell'anno seguente un capitale di ducento mila scudi romani, coi quali si fondasse una frumentaria: degno pensiero di chi è ottimo principe, e attende al bene de' sudditi suoi; se non che provvisioni tali non sogliono avere lunga vita. A Carlo Emmanuele duca di Savoia era nato nel precedente anno a dì 3 di aprile il suo primogenito. Volle egli nel presente solennizzarne il suo battesimo, e padrini furono il cardinal Sfondrato pel papa, madama di Carnevaletto per Caterina regina di Francia, Gianandrea Doria pel principe di Spagna, la marchesa di Garres per l'infanta di Spagna, Agostino Nani per la repubblica di Venezia, il vescovo di Malta pel gran maestro de' cavalieri. Giostre, tornei, macchine di fuochi artificiali, ed altri magnifici divertimenti furono dati in Torino a sì nobil brigata, e nel dì 12 di maggio seguì la festosa funzione del battesimo. Fu posto all'infante il nome di Filippo Emmanuele; ma questo principe premorì al padre nel 1605, con restare la primogenitura a Vittorio Amedeo, principe nato in mezzo alle suddette allegrezze nel dì 9 dello stesso mese di maggio. Rapì la morte in quest'anno a dì 13 d'agosto, dopo breve infermità di renella, Guglielmo Gonzaga duca di Mantova, mentre si trovava in Bozzolo, a cui succedette don Vincenzo unico suo figlio maschio. Mandò egli a prendere a Mantova venticinque mila scudi per distribuirli prima di morire a' suoi servidori, affinchè non avessero a litigar coll'erede. Non giunsero questi a tempo; con tutto ciò il nuovo duca Vincenzo fedelmente eseguì la mente del padre, ed altri atti di liberalità esercitò verso de' suoi popoli. Terminò del pari la carriera del suo vivere in età solamente di circa quarantasette anni Francesco gran duca di Toscana di una infermità creduta non pericolosa, nel dì 19 di ottobre alle ore cinque di notte. Nel giorno seguente, quindici ore dopo la morte del marito, mancò di vita anche la gran duchessa Bianca Cappello. Molte furono le dicerie per questo avvenimento funesto. Per attestato del vivente allora Traiano Boccalino, molti credettero ch'esso gran duca Francesco svaghito d'essa Bianca, per cieca passione da lui già sposata, si perdesse poscia in altri amori, e che la gran duchessa, donna di altero spirito, per vendetta gli desse il veleno; ma che, scoperto il delitto, anch'ella per la stessa via fosse fatta morire. Diversamente altri pensarono, credendo che il cardinal Ferdinando, fratello d'esso gran duca, non avesse mai potuto digerire quel matrimonio. Ma quanto è facile al popolo il voler entrare nei segreti laberinti dei principi, altrettanto facile è in casi tali l'ingannarsi. Comunque ciò fosse, non avendo esso gran duca lasciata prole maschile legittima, prese tosto le redini del governo il suddetto cardinal Ferdinando, principe più provveduto di senno e di altre virtù, che il defunto fratello, il quale non tardò a farsi riconoscere per padrone; perciocchè, avendo mostrato il castellano di Livorno alquanto di renitenza a consegnare quella fortezza ad un gentiluomo da lui inviato colà col contrassegno, il fece impiccare. Per altro restarono due figlie di esso principe, l'una Leonora che vedemmo maritata col suddetto don Vincenzo duca di Mantova, e Maria, che a suo tempo vedremo regina di Francia. Amendue erano nate dalla sua prima moglie Giovanna d'Austria. Nè si dee tacere che nel dì 13 dicembre un gran temporale succeduto a Napoli conquassò molti legni in quel molo, con perdita di non pochi uomini; e un folgore, figlio della terra o delle nuvole, accese il fuoco nel maschio di Sant'Ermo, dove era la polve da artiglieria, e lo fece saltare con tal forza, che rovesciò tutte le fabbriche circonvicine, ed uccise più di cento e cinquanta persone. Notabile offesa anche ne riceverono le chiese e case poste alle falde di quel monte. Crebbe in quest'anno smisuratamente la febbre della Francia, e fu soggetta a varii pessimi parossismi. Non comporta l'istituto mio ch'io prenda a descrivere quelle fiere civili discordie. Solamente accennerò che Arrigo re di Navarra, il Condè e gli altri ugonotti tirarono dei possenti aiuti dalla Germania protestante; e che, all'incontro, la lega appellata santa di Carlo cardinal di Borbone, del duca di Lorena, dei principi di Guisa e del maresciallo di Birone, fece dei copiosi armamenti dal canto suo, favorita in questi tempi dal re Arrigo III. Venne il cattolico duca di Gioiosa a battaglia nel dì 10 di ottobre col re di Navarra; lasciò egli la vita sul campo, e l'esercito suo andò tutto in isconfitta. Ma in breve si rifece quel danno, essendo riuscito al duca di Guisa e agli altri principi della lega di disfare l'esercito tedesco e svizzero guidato dal duca di Buglione, che marciava per unirsi al re di Navarra. Impadronissi in quest'anno in Fiandra il valoroso duca Alessandro Farnese di Deventer, città di molta importanza per essere capo della provincia di Overissel. Memorabile dipoi fu l'assedio da lui posto all'Esclusa, che immense fatiche costò, ma in fine obbligò quel presidio alla resa. L'anno fu poi questo in cui Elisabetta regina eretica d'Inghilterra con eterna sua infamia condannò alla morte Maria regina cattolica di Scozia non suddita sua, dopo la prigionia di moltissimi anni. Fu ella e prima e dipoi oppressa da infinite calunnie dei suoi nemici, per tentar pure di giustificar l'atto barbaro e tirannico d'Elisabetta, riprovato da chiunque portava il titolo di principe. Un'ammirabil costanza mostrò fino agli ultimi momenti di sua vita la povera regina, e al suo funerale pagarono un tributo di lagrime tutti i cattolici. Restò di essa un figlio, re di Scozia, cioè Giacomo, che giunse poi ad essere anche re d'Inghilterra, ma senza conservar la religione dei suoi maggiori: cosa che principalmente fece a lui raccomandare prima di morire la sfortunata sua madre. Di quella lagrimevol tragedia a me non convien dirne di più. Certo è che il pontefice Sisto non si potea dar pace per tanta barbarie; e però, oltre all'aver confermate, per quanto potè, ed accresciute le inutili censure contro quella inumana principessa, segretamente ancora e con promesse di aiuti commosse Filippo re di Spagna a fare un maraviglioso preparamento d'armi a danni della medesima, giacchè ella continuamente infieriva contro i cattolici, ed anche nell'anno presente sostenne colle sue armi i ribelli eretici dei Paesi Bassi contra dello stesso re Cattolico. Finalmente fra tante altre grandiose cose che tutto dì andava meditando ed eseguendo in bene del pubblico o in ornamento di Roma esso magnanimo papa Sisto, si dee annoverare in quest'anno l'istituzione da lui fatta in Roma di quattordici congregazioni di cardinali, coll'aver confermata nello stesso tempo quella dell'inquisizione. In esse compartì egli tutte le varie materie spettanti non meno alla religione che al governo civile, acciocchè tutto ivi fosse con ordine e nelle dovute forme esaminato, e riferito poscia ai sommi pontefici, dall'approvazion de' quali venissero sigillate le risoluzioni prese in cadauna di quelle assemblee. La bolla sua intorno a tali congregazioni fu pubblicata nel dì 22 di gennaio dell'anno presente. Fece egli parimente racconciare un antichissimo obelisco egiziano rotto in più pezzi, e dirizzarlo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma soprattutto glorioso fu il risarcimento della maravigliosa colonna istoriata che il senato e popolo romano dedicò a Traiano Augusto, e che papa Sisto nel dì 28 di novembre di quest'anno dedicò solennemente in onore di san Pietro principe degli Apostoli. L'iscrizione nondimeno parla dell'anno seguente.
MDLXXXVIII
| Anno di | Cristo MDLXXXVIII. Indiz. I. |
| Sisto V papa 4. | |
| Rodolfo II imperadore 13. |
Meritò somma lode in quest'anno la costituzione di papa Sisto emanata nel dì primo di agosto, in cui ordinò che per tutte le città e terre dello Stato ecclesiastico, a riserva di Bologna, si formasse un pubblico archivio, dove si avessero a registrare e conservare tutti gli atti dei pubblici notai: il che di quanto bisogno ed utile sia a cadaun paese, la pratica lo fa tutto dì conoscere. Biasimevol negligenza dee ben dirsi quella di quei paesi, dove si pensa a vivere solamente il dì presente, senza curarsi punto dell'avvenire. Compiè ancora l'indefesso papa una grande idea cominciata già negli anni addietro. Cioè, considerando i bisogni, ai quali potrebbe essere un dì esposto lo Stato ecclesiastico per le invasioni della potenza ottomana, ed anche dei principi cristiani, determinò di ragunare e mettere in serbo un tesoro, a cui si potesse ricorrere nella necessità per sua difesa. Aveva dunque nei passati anni messa in castello Sant'Angelo la somma di due milioni di scudi d'oro, e nel presente vi ripose tre altri simili milioni, obbligando poi con giuramento gli allora viventi ed anche i futuri porporati di non valersi di quel danaro, se non nei casi prescritti dalle bolle ch'egli intorno a ciò promulgò. Ma per mettere insieme tant'oro gli convenne imporre insolite gravezze a tutti i suoi sudditi, e tagliar l'unghie a diversi magistrati, e far altre riforme: il che non si potè eseguire senza gravi lamenti e grida dei popoli. Qual pro abbia poi fatto alla santa Sede quel tesoro, e in quale Stato esso di presente si truovi, non a me poco informato lo chiegga il curioso lettore, ma bensì a quei romani che san penetrare negli arcani di quella sacra corte. Bensì dirò io che i politici d'allora, al riflettere di quai magnifici disegni fosse capace la testa di papa Sisto, si figurarono fatta da lui sì gran massa di danaro per ricuperare il regno di Napoli, qualora fosse accaduta la morte di Filippo II, giacchè non meno nella bolla sua, che in alcuni motti a lui talvolta scappati di bocca, apparivano segni di una tal voglia: e tanto più perchè aveva fatto fabbricare ed armare dieci galee con imporre per la fabbrica di esse, e per la lor manutenzione in avvenire, un annuo taglione di sessantotto mila scudi a' sudditi suoi. Restavano intanto altri obelischi o, vogliam dire, guglie, già nobili ornamenti di Roma antica, stesi a terra, che sembravano raccomandarsi al regio animo del pontefice Sisto per essere rimessi nel pristino loro decoro. Fra gli altri uno ve ne era di smisurata grandezza, più di due mila anni prima dedicato dai re di Egitto al sole, e pieno di gieroglifici egiziani, che poi diedero campo all'ingegnoso padre Atanasio Kirchero di produrre sì bei sogni. Fu questo levato da Costantino Magno dal suo sito e trasportato pel Nilo ad Alessandria, con disegno di trarlo alla sua nuova Roma, cioè a Costantinopoli. Fecelo poi l'imperador Costanzo suo figlio condurre a Roma vera con una mirabil nave, mossa da trecento remiganti, ed alzarlo nel circo massimo. Da più secoli atterrato o dai Barbari, o da tremuoti, giacque quel nobilissimo monumento rotto in tre pezzi, e in parte seppellito nelle rovine d'esso circo: quando l'animoso Sisto fece maestrevolmente acconciarlo, e trasferirlo nella piazza lateranense, dove alzato tuttavia si ammira. Oltre a ciò trovandosi la biblioteca vaticana, dove si conserva un immenso tesoro di libri scritti a penna, mirabilmente accresciuto anche dai pontefici de' nostri tempi, in un sito basso, scuro e poco salutevole, Sisto fece fabbricar per essa un nobilissimo edificio nuovo con assaissime pitture, che restò compiuto nell'anno presente. Appresso alla stessa biblioteca in Belvedere istituì lo stesso pontefice una insigne stamperia con caratteri ebraici, greci, latini e di altre lingue orientali, affinchè spezialmente vi si stampassero le opere de' santi padri.
Gran pascolo ebbero in quest'anno i curiosi cacciatori degli avvenimenti del mondo. Imperciocchè Filippo II re di Spagna da gran tempo faceva una stupenda raunanza di armati e di vele, senza sapersi dove tendessero le mire sue. Sospettavano i più ch'egli la volesse contro l'Olanda; ma venne a scoprirsi che i disegni suoi erano contro Elisabetta regina d'Inghilterra, siccome quella che fin qui aveva dato gran braccio agli eretici ribelli nei Paesi Bassi, e già appariva che senza depressione di lei non si potea sperare di calmar giammai quella ribellione. Non ha mai veduto la Spagna un sì grandioso apparato di flotta navale, come fu questo, contandosi in esso cento trentacinque legni grossi tra galee, galeazze e vascelli tondi, allora chiamati galeoni, oltre ad altri minori e navi da carico, con immensa quantità di artiglierie, attrecci militari e munizioni, dove s'imbarcarono circa venti mila bravi combattenti. Immense spese costò un sì poderoso armamento. Aveva nello stesso tempo ricevuto ordine il duca Alessandro Farnese di allestire in Fiandra un'oste poderosa con legni da trasporto per traghettarla in Inghilterra al primo avviso che vi fosse approdata la flotta di Spagna. Cinque mila fanti trasse egli da Milano, quattro altri mila da Napoli, ed altri dalla Borgogna e Germania, oltre ai venturieri che da tutte le parti comparvero al servigio di sì rinomato principe. Si trovò il Farnese avere un esercito di circa quaranta mila fanti e di quasi tre mila cavalli. Il pontefice Sisto aveva anch'egli promesso di concorrere a quella grande impresa con un milione di scudi, ma non prima che gli Spagnuoli avessero posto piede in Inghilterra. Sospettando intanto di questo minaccioso turbine la regina inglese, non lasciò di ben premunirsi colle forze del regno, e coll'implorar soccorso dagli amici. Mise insieme anche ella una copiosa flotta di vascelli, creandone ammiraglio milord Carlo Howard, e viceammiraglio il corsaro Francesco Drago, famoso per tante percosse date in America ed altrove agli Spagnuoli. Fu creduto che ella assoldasse quaranta mila fanti, e poco inferior numero di cavalleria.
Nel mese di giugno fece vela la formidabil flotta di Spagna comandata dal duca di Medina Sidonia poco sperto nei combattenti navali, ma con cattivo augurio, perchè dissipata in breve da una fiera burrasca. Si raccolse essa in fine alla Corogna, e di là poi continuò il viaggio alla volta d'Inghilterra, finchè arrivò a vista della nemica armata navale. Si aspettavano tutti che si venisse a un terribil fatto d'armi, e tale era il consiglio de' capitani; ma il duca non poteva darla se non quando il consiglio di Spagna l'ordinava, o quando la collera altrui o la sua il levava dall'indifferenza. Intanto voltò egli le prode, con tempestare intanto il duca di Parma che uscisse in mare colle sue navi da trasporto, ma senza poterlo egli fare per varii riflessi, e spezialmente per non esporre navi disarmate alle artiglierie nemiche. Furono prese dal Drago alcune navi spagnuole sbandate: quand'ecco, mentre la flotta ispana solamente pensava a ritirarsi per non combattere co' nemici, vien forzata a combattere con una spietata tempesta di mare che all'improvviso si sollevò. Restò essa tutta spinta qua e là, parte in Iscozia ed Irlanda, e parte verso altre contrade. Molte di quelle navi rimasero ingoiate dall'infuriato elemento, altre caddero in mano degl'Inglesi; quelle infine che si ridussero salve in Ispagna, si videro tutte malconcie e sdruscite. Secondo gli scrittori spagnuoli, vi perirono solamente trentadue legni da guerra, oltre a quei da carico, e circa dieci mila soldati. Dai nemici si fece ascendere la perdita di essi Spagnuoli oltre a venti mila uomini e ad ottanta navi. Quel che è certo, inesplicabile fu il danno degli Spagnuoli, e in quella fortuna di mare naufragò ogni speranza di rintuzzar l'orgoglio della regina inglese e di saldar le piaghe dei popoli fiamminghi. Ma se grande, anzi massima fu quella disavventura, più grande ancora, per attestato d'ognuno, si trovò l'animo e il coraggio del re Filippo II, che niun segno di perturbazione mostrò, e placido come prima fece conoscere che il suo coraggio era superiore ad ogni scossa dell'avversa fortuna. Il suo sdegno nondimeno contro il Medina Sidonia non tardò a farsi conoscere; nè mancarono dicerie ed accuse contra di Alessandro Farnese, quasi che potendo non avesse voluto accorrere in soccorso dell'altro. Alcune imprese fece nel resto di quest'anno esso duca Alessandro; ma io mi dispenso dal raccontarle. Non vo' già tacere, aver molti creduto invenzione di questi ultimi tempi l'uso delle bombe, quando c'insegna Famiano Strada, che, inventate esse da un Italiano, oppure da altro ingegnere di Ventò con poca diversità dalle moderne, furono in quest'anno adoperate nell'assedio di Vactendon picciola fortezza della Gheldria, e molto cooperarono per costringerla alla resa.
Non minore strepito fece parimente nell'anno presente una scena succeduta in Francia, che esigerebbe molte parole, ma che io in poche spedirò. Mal soddisfatto era il re Arrigo III del duca di Guisa e de' suoi seguaci cattolici confederati, perchè la potenza d'essi faceva troppo ombra alla regal sua autorità. Furono a lui insinuati sospetti che il duca amoreggiasse la corona di Francia, senza neppure aspettarla dopo la morte sua. Furono infatti proposte da essi confederati al re alcune dure condizioni, e il Guisa volle venire a Parigi, con tutto che il re glie lo avesse vietato. Tanto più crebbe allora il sospetto e la paura di esso monarca; ed essendosi egli voluto premunire coll'introdurre in Parigi alcune compagnie di Svizzeri e Franzesi, ecco, nel dì 12 di maggio, appellato il dì delle Barricade, il cattolico popolo parigino, affezionato ai principi di Guisa, prender l'armi contro quella guarnigione: per la qual ribellione il re non si giudicando sicuro, si ritirò a Sciartres. Furono poi fatti dei gran maneggi per la concordia, e il re finalmente ricevette in grazia il duca di Guisa e tutti i suoi aderenti, anzi li colmò di onori, ma covando nell'animo un dispetto ed odio implacabile contra di loro. Non passò quest'anno senza farlo conoscere; imperciocchè nel dì 23 di dicembre, chiamato il duca nella camera del re, fu dalle guardie trucidato. Preso anche il cardinale di Guisa suo fratello, da lì a poco restò privato di vita. Vidersi inoltre imprigionati il cardinal di Borbone, l'arcivescovo di Lione, i duchi di Nemours e d'Elboeuf con altri: dopo di che Arrigo tutto glorioso proruppe in queste parole: Ora sì ch'io son re. Intanto il duca di Nemours fuggito di prigione, Carlo di Lorena duca d'Umala, il popolo di Parigi e gli altri cattolici più che mai rinforzarono la ribellione, declamando da per tutto contro il re, massimamente per la morte inferita alla sacra persona del cardinal di Guisa, e per la prigionia dell'altro di Borbone. Però in somma confusione restò quel regno, e grandi risentimenti ne fece la corte di Roma.
Fu detto che, preso il segretario del duca di Guisa, con tutte le scritture, si venisse a scoprire l'intelligenza che passava ai danni del re fra Filippo re di Spagna, Carlo Emmanuele duca di Savoia e il duca di Guisa. Può dubitarsi che fossero pretesti inventati per far comparire giusta la risoluzione presa dal re. Per altro, esso duca di Savoia si servì in questi tempi degli sconcerti della Francia in suo vantaggio. Possedeva da molti anni la corona di Francia il marchesato di Saluzzo in Italia, decaduto per la linea finita di que' marchesi. Sopra quello Stato avea la casa di Savoia delle giuste pretensioni, ma inutili fin qui per la troppo superior potenza della Francia. Accadde che il duca di Lesdiguieres, generale dell'eretico re di Navarra, possedendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava quel marchesato, e prese ancora Castel Delfino. Allora il duca, siccome quegli a cui premeva che l'eresia non penetrasse in Italia, e che i nemici del re di Francia non s'impadronissero di Saluzzo, giudicò meglio di prevenirli con impossessarsene egli. Adunque sul fin di settembre uscito in campagna prese Carmagnola, dove trovò circa quattrocento cannoni (se pur si può credere) e dei grossi magazzini di ogni sorta di provvisione. Poscia aiutato anche dal governatore di Milano, soggiogò Cental e Revel, entrò in Saluzzo, ripigliò Castel Delfino: in una parola, tutto quel marchesato venne alle sue mani. Ebbe un bel dire il duca Carlo Emmanuele: il re di Francia restò mal soddisfatto di quella occupazione, commosse i Genevrini e gli Svizzeri contra di lui, e di là da' monti si diede principio ad una molto pericolosa guerra: giacchè spedito dal re il signor di Pugnì al duca, nol potè muovere a rilasciar quel paese. Con queste sì fiere turbolenze di Stati terminò l'anno presente.