Nel dì 3 di marzo il pontefice Clemente fece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Roberto Bellarmino della compagnia di Gesù, da Monte Pulciano, Arnaldo d'Ossat Franzese, e Silvio Antoniano Romano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di Spagna Margherita coll'arciduchessa sua madre e coll'arciduca Alberto, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dal principe Doria, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato il re Filippo III suo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'infanta Isabella sua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato il cardinale Francesco di Dietrichsteim. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.
Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti di aver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'arciduca Andrea cardinale, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono, che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.
Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità. Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Già si sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172, de homicidio, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.
MDC
| Anno di | Cristo MDC. Indizione XIII. |
| Clemente VIII papa 9. | |
| Rodolfo II imperadore 25. |
Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza di papa Clemente avea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti a cinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come il duca di Baviera e il cardinale Andrea di Austria, oltre ai duchi di Parma e di Bar, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.
Da Margherita di Valois regina sua moglie non avea, nè sperava più successione Arrigo IV re di Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto per forza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, e Ferdinando gran duca di Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regali Maria de Medici, figlia del già gran duca Francesco suo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata da Cristina di Lorena gran duchessa sua zia, da Leonora duchessa di Mantova, sua sorella maggiore, da Virginio Orsino duca di Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino, a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poi Lodovico XIII re di Francia.
Abbiano detto insorta guerra fra esso re Arrigo e Carlo Emmanuele duca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono le ragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.
Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passato alla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.