MDCII
| Anno di | Cristo MDCII. Indizione XV. |
| Clemente VIII papa 11. | |
| Rodolfo II imperadore 27. |
Somma pace si godè nell'anno presente in Italia, se non che nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, posta di là dall'Apennino, e contigua ai Lucchesi, per liti private di confinanti si venne alle armi. Era essa stata posseduta per qualche tempo da chi signoreggiava in Lucca, poi nell'anno 1429 passò sotto il dominio degli Estensi. Ancorchè fossero succedute chiare convenzioni dipoi fra i duchi di Ferrara e i Lucchesi per quelle terre, pure non s'era mai spento in essi Lucchesi il desiderio di ricuperarle. Trovato il pretesto suddetto, cominciarono le ostilità e i saccheggi. Fecero quanta resistenza poterono i Garfagnani, gente valorosa, finchè da Cesare duca di Modena fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito Bentivoglio suo generale con alquante migliaia di soldati lombardi, i quali a più doppii compensarono i danni sofferti col mettere a sacco non poche terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'assedio della forte terra di Castiglione, che avrebbe forse ceduto, se i Lucchesi, con ricorrere al conte di Fuentes governator di Milano, non l'avessero mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi, che fece deporre l'armi, e rimise al tribunale cesareo quella controversia. Sul fine poi dell'anno, e nella notte del dì 22 di dicembre, Carlo Emmanuele duca di Savoia fece un tentativo che diede molto da discorrere ai curiosi. Non aveva egli mai disarmato, nè se ne sapea il perchè. Il disegno suo era di ricuperar la città di Ginevra, già ribellata a' suoi maggiori. Fece lo industrioso principe fabbricare a questo effetto gran copia di scale sì artificiosamente composte, che si poteano allungare, raccorciare e portare a schiena di muli. Si erano accortamente scandagliati i siti, esaminata la poca vigilanza delle sentinelle e fatti con gran segreto marciar mille e ducento soldati scelti ai quali tenne egli dietro incognito. Data fu la scalata alla città, e vi entrarono felicemente trecento uomini; ma non essendosi potuto guadagnar porta alcuna, ed essendosi lungo tempo combattuto da quei di dentro e di fuori, necessario fu il ritirarsi con perdita di cinquecento persone dalla parte del duca. Motivo ancora di grandi ragionamenti tanto negli anni precedenti, che nel presente, fu la scena del finto Sebastiano re di Portogallo. Capitò a Venezia sul fine del 1598 un uomo che si spacciava per quello stesso principe che già vedemmo perduto nella guerra fatta in Africa contro i Mori nel 1578. Si assomigliava costui al vero Sebastiano nella statura, età e lineamenti del volto. Diceva di essere rimasto schiavo sconosciuto dei Mori: che miracolosamente s'era di poi salvato, e che per la vergogna di quella sì sconsigliata spedizione, costata tanto sangue ai Portoghesi, era andato vagando per varii paesi, ed ora solamente essersi dato a conoscere con pensiero di riavere il suo regno. Raccontava molti detti e fatti di quel tempo, e varii segreti maneggi tenuti col senato veneto: cose tutte che a primo aspetto accreditavano la sua persona, di modo che varii Portoghesi in Venezia il tennero francamente per quel desso. Per le istanze degli Spagnuoli fu costui messo prigione in Venezia, e vi stette per tre anni. Ma perchè a cagion di ciò in Portogallo nascevano ogni dì movimenti, e le dicerie erano senza fine, il senato veneto, senza voler decidere, il lasciò nel presente anno in libertà, con dargli il bando dai suoi Stati. Travestito da frate domenicano passò egli in Toscana con disegno di imbarcarsi per Lisbona; ma scoperto, venne per ordine del gran duca Ferdinando carcerato ed inviato a Napoli, dove come un impostore fu ignominiosamente sopra un asinello menato per le piazze e strade, e poi condannato al remo. Molti il crederono un ardito Calabrese che sapea ben rappresentare il personaggio. Poscia condotto in Ispagna (altri dicono a Lisbona), terminò, non si sa come, la sua vita in una prigione. Sparlarono forte del gran duca i Portoghesi, ed uscirono mordaci scritture che sempre più diedero a conoscere l'implacabil odio di quella nazione contra degli Spagnuoli. Altri esempli di somiglianti scene si leggono nelle vecchie storie, con essere nondimeno terminata sempre la fortuna di questi veri o finti risuscitati principi in un capestro.
In Fiandra continuò l'ostinato assedio di Ostenda, impreso dall'arciduca Alberto; e perciocchè il conte Maurizio non seppe trovar maniera di frastornarlo per terra, tuttochè vi si avvicinasse con grandi forze, voltò le sue armi contra la forte terra di Grave. Trincierò egli sì forte il suo campo, che indarno tentarono i cattolici di portarvi soccorso: il perchè fu costretto quel presidio alla resa con patti onorevoli. Passato intanto alla corte di Madrid Federigo Spinola, con rappresentare i bisogni della Fiandra, ottenne che alle sei galee da lui comandate se ne aggiugnessero otto altre; giacchè s'era alle pruove conosciuto quanto giovassero sì fatti legni per infestar gli Olandesi. Se ne cavò poi profitto. Ma riuscì bene di grande importanza e frutto l'avere in oltre impetrato che il marchese Ambrogio Spinola suo fratello maggiore, uomo di gran senno, facesse nello Stato di Milano la leva di otto mila fanti. Con questa gente in fatti sul principio di maggio s'inviò il marchese alla volta della Fiandra, e giunto a Gante, dove era l'arciduca, in tempo appunto di sommo bisogno cominciò a far conoscere quanto vagliano le teste italiane nel comando dell'armi. La Francia in quest'anno vide la tragedia di Carlo maresciallo duca di Birone, cotanto benemerito in addietro del re Arrigo IV pel suo valore, ma divenuto poi traditore per la sua incontentabil superbia. Si propalarono le sue intelligenze con gli Spagnuoli e col duca di Savoia in pregiudizio della corona di Francia; e però fu condannato a lasciare il capo sopra un palco. Di più non occorre che ne dica io. Sul principio ancora di quest'anno, mentre Filippo Emmanuele duca di Mercurio, della casa di Lorena, passava verso la Francia per far leva di gente in servigio dell'imperadore, colto da una malattia nella città di Norimberga, dopo avere ottenuto da que' protestanti il permesso di poter prendere il santissimo viatico de' cattolici, terminò il corso del suo vivere: perdita di gran conseguenza per gli affari dell'Ungheria, dove il solo suo credito si contava pel meglio di una armata. Male in fatti passarono gli affari nella guerra coi Turchi del presente anno; imperocchè assediata da que' Barbari la città di Alba Regale, infelicemente di nuovo tornò alle loro mani. Impadronironsi bensì i cesarei della città di Pest in faccia a Buda, con aver valorosamente preso e fracassato il ponte sul Danubio che congiungeva l'una all'altra città. Si applicarono ancora all'espugnazione di Buda stessa; ma accorso con forte esercito il bassà turchesco per soccorrere gli assediati, obbligò i cristiani a ritirarsi di là, e contentarsi del solo acquisto di Pest. Guai se il gran signore di questi tempi, cioè Maometto III, non fosse stato signoreggiato dalla lussuria, dappocaggine ed avidità de' piaceri; cose che il divertivano dall'attendere seriamente alla guerra: gli affari de' cristiani in Ungheria si sarebbono trovati in pessimo stato. Mancò poi di vita nell'anno seguente esso Maometto, ed ebbe per successore Acmet suo figlio.
MDCIII
| Anno di | Cristo MDCIII. Indizione I. |
| Clemente VIII papa 12. | |
| Rodolfo II imperadore 28. |
Tornarono in quest'anno ancora i Lucchesi a muovere guerra alla Garfagnana del duca di Modena, col mettere a sacco un buon tratto di quel territorio. Però fu forzato il duca a rispedire colà il marchese Bentivoglio con forze maggiori dell'anno precedente. Indussero i Lucchesi il vile comandante della forte terra di Palleroso a renderla, spogliarono altari e chiese, menarono via fin le campane, e lasciarono la terra in balia delle fiamme. Per rifarsi di questo insulto il Bentivoglio si spinse nel Lucchese, vi fece di grandi prede, conducendone via spezialmente mille e cinquecento paia di bestie. Quindi imprese di nuovo l'assedio di Castiglione, terra ben munita di artiglierie e di mille e ducento soldati scelti. Furono ivi atterrate dall'artiglierie di Modena molte case, e massimamente un alto campanile, dalla cui cima con due cannoni veniva inferito gran danno al campo del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i Modenesi a forza d'armi di un fortino fabbricato da' Lucchesi sopra una collina, daddove poi con piantarvi alcune bombarde, cominciarono maggiormente a bersagliare le mura. Ora i Lucchesi, allorchè videro sì mal incamminati i loro affari, tornarono al solito giuoco, facendo muovere di nuovo il conte di Fuentes, il quale, spedito a Modena il marchese Malvezzi, ottenne che si posassero l'armi e che il senato di Milano conoscesse la civil controversia in forma giudiziale. Questo era quello a che miravano essi Lucchesi. Furono appresso esaminate da quel senato le rancide lor pretensioni sopra la Garfagnana, e deciso in favore del duca di Modena, con dichiarare che ostava la prescrizione alle petizioni dei Lucchesi, i quali nè pur si quietarono, e portarono coll'appellazione la causa al tribunale di Cesare.
Finì di vivere in quest'anno a dì 4 d'aprile Elisabetta regina d'Inghilterra, donna di raro spirito e senno, ma gran flagello de' cattolici, e che di crudeltà non fu avara nè pure verso i suoi più cari. Opinione fu, che appunto pentita di aver tolto di vita il conte di Essec, suo gran favorito, si lasciasse per la rabbia morire. A lei succedette nel regno, in vigore ancora del di lei testamento, Giacomo re di Scozia, la cui madre regina Maria cattolica, per decreto del parlamento inglese e per iniquità d'Elisabetta già dicemmo privata di vita sopra di un palco. Fu creduto da molti, ed anche da papa Clemente VIII, che la religion cattolica avesse a montar sul trono con questo re. Si trovarono ben ingannati. Egli professò la credenza anglicana, e impugnò dipoi anche colla penna la cattolica. Fu allora che si cominciò ad usare il titolo di re della Gran Bretagna, perchè si unì il regno di Scozia con quello d'Inghilterra. In Fiandra, mentre proseguiva per parte dell'arciduca Alberto l'assedio di Ostenda, il conte Maurizio si portò a far quello di Boisleduc. Contuttochè dentro vi fosse un gagliardo presidio, pure la città, se non era rinforzata dall'arciduca, avrebbe corso gran pericolo. Vi stette accampato il Nassau sino al principio di novembre, e conoscendo oramai deluse le sue speranze, si ritirò per cercare miglior quartiere. Intanto sotto Ostenda continuavano sempre più gli approcci. Furono acquistati alcuni forti dai cattolici, e formata una piattaforma sì alta che sopravanzava le mura delle città, da dove con grossi cannoni venivano continuamente danneggiati nel di dentro gli assediati. Crebbero le forze dell'arciduca con tre mila Alemanni, e dall'Italia a lui vennero due terzi, l'uno di Spagnuoli e l'altro di Napoletani. Il motivo principale per cui il re di Spagna concorreva in assistere all'arciduca, era perchè già si prevedeva sterile il matrimonio di lui coll'infanta, e che perciò ricadrebbono quegli Stati alla corona di Spagna. Intanto esso arciduca, avendo oramai scorto quanto si potesse promettere del senno e della bravura del marchese Ambrosio Spinola Genovese, a lui appoggiò l'impresa dell'assedio di Ostenda: risoluzione che dagli effetti fu comprovata d'incredibil vantaggio. In Ungheria seguirono diversi fatti d'armi, ne' quali per lo più restarono superiori i cristiani. Specialmente nel mese di settembre invogliato Sardar bassà de' Turchi, comandante di un poderoso esercito di riacquistare Pest, gittato un ponte sul Danubio, fece passar sette mila cavalli e tre mila giannizzeri ben forniti di cannone. Ma assaliti da' cristiani, parte di essi o sul campo o nel fiume in ritirarsi lasciarono la vita. Cominciarono in questo anno i Veneziani a far lega coi Grigioni, sempre di poi mantenuta al dispetto del conte di Fuentes, che fece ogni sforzo per guastarla. Dichiararono ancora nobile della lor città Arrigo IV re di Francia, il quale mostrò gran contento di questo segno del loro amore, e mandò loro in dono la stessa armatura con cui s'era trovato in tante guerre degli anni addietro. Fu questa da' Veneziani riposta con tutto decoro nell'arsenale delle armi.