Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata dipoi il Quietismo) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di alto affare. Lo zelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome. Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte di Castelmene ambasciatore del re Giacomo II. E Francesco II duca di Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco la duchessa Laura sua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina della Gran Bretagna Maria Beatrice sua figlia.
Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda, Ferdinando Carlo duca di Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle intervenire anche alla campagna dell'anno presente. Della bravura di lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il valoroso generalissimo duca Carlo di Lorena e Massimiliano elettor di Baviera, risaputo che il primo visire con esercito, creduto di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì 12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari, immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenne Te Deum. Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'Abaffi principe di quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria, a cui intervenne l'imperadore Leopoldo; ed ivi restò proclamato e coronato re d'Ungheria lo arciduca Giuseppe, primogenito di esso Augusto.
Colle sue benedizioni accompagnò la divina clemenza anche l'armi della repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato, si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima quest'ostacolo. Ora il conte di Konigsmarch, primo fra essi, seppe trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici, i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare, come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea, facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero. Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani, che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono le glorie venete. Oltre all'avere il generale Cornaro fatti ritirare i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliò il senato veneto di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generale Morosino. Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei, giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi sì orgogliosi musulmani.
MDCLXXXVIII
| Anno di | Cristo MDCLXXXVIII. Indiz. XI. |
| Innocenzo XI papa 13. | |
| Leopoldo imperadore 31. |
Più feroce che mai si scoprì il re Luigi XIV nell'anno presente contra del buon pontefice Innocenzo XI, sperando pure col moltiplicare le violenze di ottenere ciò che egli non dovea pretendere, perchè contrario alla giustizia, alla pietà e alla riverenza professata dai re Cristianissimi alla Sedia apostolica. Ordinò dunque al marchese di Lavardino di far ben conoscere al popolo romano il suo disprezzo per le censure pontifizie, di sostener più che mai vigorosamente il possesso delle franchigie, e di camminare per Roma con più fasto che mai, come se si trattasse di città sottoposta ai gigli, e in cui avesse da prevalere all'autorità del pontefice sovrano quella del re di Francia. Il santo padre mirava tutto senza scomporsi, risoluto di vincere colla pazienza l'indebita persecuzione. Gli furono proposte leghe; ma egli riponeva tutta la sua difesa nella protezion di Dio e nella giustizia della sua causa. Portossi una mattina il Lavardino colla guardia di trecento uffiziali da trionfante alla basilica Vaticana, ed ebbe non so se il contento, oppure il rammarico di veder fuggire i sacerdoti dagli altari, per non comunicare con chi era aggravato di censure. Non contento di passi cotanto ingiuriosi il re Luigi, fece interporre dal parlamento di Parigi un'appellazione al futuro concilio contro la pretesa ingiustizia del papa, il quale non altro intendea che di poter esercitare la giustizia in casa sua, come usano nelle loro città gli altri principi, e massimamente la corte di Francia. Richiamato da Parigi il nunzio pontifizio cardinal Ranucci, il re non volle lasciarlo partire, e gli mise intorno le guardie col pretesto della sua sicurezza. Tanto innanzi andò l'izza di quel monarca, tuttochè fregiato del titolo di Cristianissimo, che mandò le sue armi a spogliare il pontefice del possesso di Avignone, come se questi avesse imbrandite l'armi per far guerra alla Francia. Al punto di sua morte non si sarà certamente rallegrato quel gran re di avere così maltrattato il capo visibile della religione da lui professata, e per una pretensione che niun saggio potrà mai asserire appoggiata al giusto.
Nella primavera di quest'anno arrivò al fine de' suoi giorni Marc'Antonio Giustiniano doge di Venezia. Tale era il merito acquistatosi dal capitan generale Francesco Morosino in tante sue passate prodezze, che i voti di tutti concorsero a conferirgli quella dignità, unita al comando dell'armi: unione troppo rara in quella prudente repubblica. Mentre egli dimorava nel golfo di Egina, gli arrivò questa nuova nel dì primo di giugno, e gran feste ne fece tutta l'armata. Otto galee di Malta comparvero in aiuto dei Veneti con un battaglione di mille fanti, e poscia quattro altre galee, e due navi del gran duca di Toscana con ottocento fanti e sessanta cavalieri. Ma andò a male un grosso convoglio di genti e munizioni spedito nella primavera da Venezia: colpo, che fu amaramente sentito dal Morosino. Contuttociò si prese nel consiglio militare la risoluzione di tentar l'acquisto dell'importante città di Negroponte, capitale della grande e ricca penisola appellata dagli antichi Eubea, conosciuta oggidì collo stesso nome di Negroponte. Ma non furono ben conosciute le maniere per progredire in così difficile impresa, e si cominciarono gli approcci dove non conveniva. Si venne al generale assalto di un gran trincierone fabbricato dagli infedeli, e fu superato con istrage loro, ed acquisto di trentanove pezzi di cannone e di cinque mortari; ma per questo e per tanti altri assalti, e più per le malattie cagionate dall'aria cattiva essendo periti lo stesso generale conte di Konigsmarch ed assaissimi altri valorosi uffiziali con gran copia di soldati; venuto che fu l'autunno, si trovò forzato il doge Morosino a ritirarsi ben mal contento da quello sfortunato assedio, senza poter fare altra impresa nella campagna presente. Maggior fortuna si provò in Dalmazia, dove il provveditor generale Girolamo Cornaro s'impadronì della fortezza di Knin, benchè armata di tre recinti, e poscia di Verlicca, Zounigrad, Grassaz e delle torre di Norin. Tali acquisti non compensarono già l'infelice successo di Negroponte, per cui rimase sommamente afflitta la veneta repubblica.
Ebbe all'incontro la corte cesarea motivi di singolar allegrezza per la prosperità delle sue armi nell'anno presente. Alba Regale città dell'Ungheria, che può contendere il primato colla regal città di Buda, fu bloccata nella primavera; ed allorchè quel bassà e presidio videro giunte le artiglierie da Giavarino, il dì 10 di maggio si esentarono da maggiori perigli, cedendo quella città ai cristiani con assai onorevoli condizioni. Si formò in questi tempi anche il blocco di Zighet e Canissa, piazze di molta conseguenza. Spedito eziandio il conte Caraffa alla città di Lippa, dacchè ebbe alzate le batterie e formata la breccia, vi entrò, essendosi ritirati tutti i Turchi nel castello, il quale bersagliato dalle bombe, da lì a poco ottenne di rendersi con buoni patti; siccome ancora fece Titul. Nè pure il general conte Caprara stette in ozio, avendo col terrore fatto fuggire dalle due fortezze di Illoch e Petervaradino i nemici. Nella stessa maniera l'importante posto di Karancebes, chiave della Transilvania, fu preso dal general Veterani. In somma davanti ai passi delle cesaree armate marciava dappertutto la vittoria. Imprese più grandi meditava intanto il prode elettor di Baviera, giunto nel dì 29 di luglio all'esercito primario di Cesare, che era composto di quaranta mila bravi Alemanni, oltre agli Ungheri del partito austriaco. Le mire sue erano contro l'insigne città di Belgrado capitale della Servia. Passò felicemente di là dal Savo la coraggiosa armata, ancorchè in faccia le stesse il saraschiere con circa dodici mila cavalli e alcuni corpi di Tartari ed Ungheri ribelli, comandati dal Tekely. Quindi s'inoltrò a Belgrado, con trovare abbandonata da coloro una gran trincea, che potea far lunga difesa, e dati alle fiamme tutti i borghi della città, dove si contavano migliaia di case. Accostavasi il fine d'agosto, quando giunsero da Buda le artiglierie, le quali tosto cominciarono a fracassar le mura della città. Nel dì 6 di settembre tutto fu all'ordine pel generale assalto, a cui inanimato ciascuno dalla presenza e dalle voci dell'intrepido elettore, allegramente volò. Superata la breccia, vi restava un interno fosso; ma nè pur questo trattenne l'ardor dei soldati, che penetrarono vittoriosi nel cuor della piazza, e sfogarono dipoi la rabbia, la sensualità e l'avidità della roba coi miseri abitanti. Restituita la croce in quella nobil città, nel dì 8 d'esso mese quivi si renderono grazie a Dio per sì maravigliosi successi. Passò dipoi con magnifico corteggio e passaporto un'ambasceria del nuovo gran signore Solimano all'imperador Leopoldo, per chieder pace. Anche nella Schiavonia in questi tempi Luigi principe di Baden, generale di gran grido, si rendè padrone di Costanizza, Brodt e Gradisca al Savo, e diede appresso una rotta al bassà di Bossina, o, come altri dicono, Bosna. Sicchè per tanti felici avvenimenti ben parea dichiarato il cielo in favore dell'armi cristiane, nè da gran tempo s'erano vedute sì ben fondate le speranze dei fedeli per iscacciar dall'Europa il superbo tiranno dell'Oriente.
Ma, bisogna pur dirlo: fu parere di molti che sempre sarà invincibile la potenza ottomana, non già per le proprie forze, ma per la protezione d'una potenza cristiana che non ha scrupolo di sacrificare il riguardo della religione, affinchè troppo non s'ingrandisca l'imperador de' cristiani. Almen comunemente fu creduto, che per reprimere cotanto felici progressi dell'armi cesaree contro del Turco, il re Luigi XIV movesse in questo anno l'armi sue contro la Germania. Se vere o apparenti fossero le ragioni del re suddetto di turbar la quiete della cristianità, meglio ne giudicheranno altri che io. Le pretensioni della cognata duchessa d'Orleans, almen sopra i beni allodiali del fu suo padre e fratello, erano tenute in Francia per giuste; ma non per motivi da mettere sossopra la Germania. Volea quella corte sostener le ragioni del cardinale Guglielmo di Furstemberg, eletto alla chiesa di Colonia da una parte dei canonici in concorrenza del principe Clemente di Baviera fratello dell'elettore; benchè al primo mancasse il breve dell'eligibilità e si trattasse d'un affare spettante al corpo germanico, e che si sarebbe dovuto decidere dal romano pontefice e dal capo dell'imperio. Si fecero anche gravi querele dal re Luigi, perchè l'imperadore, il re di Spagna e molti principi della Germania, nei dì 28 di giugno del 1686, in Augusta avessero formata una lega a comune difesa. Veniva questa considerata a Versaglies per un delitto. Pertanto nel settembre di quest'anno esso re, pubblicato un manifesto, a cui fu poi data buona risposta, improvvisamente mosse l'armi contra dell'imperatore, le cui forze si trovavano impegnate in Ungheria, senza che fosse preceduta offesa o ingiuria alcuna dalla parte di Cesare. Filisburgo fu preso; s'impadronirono le armi franzesi di Magonza, Treveri, Bonna, Vormazia, Spira e di altri luoghi. Penetrarono nel Palatinato, occupando Heidelberga, Manheim, Franckendal ed ogni altra piazza di quell'elettorato. Avvegnachè la maggior parte di quegli abitanti fossero seguaci di Calvino, pur fecero orrore anche presso i cattolici le crudeltà ivi usate, perchè ogni cosa fu messa a sacco, a ferro e fuoco, con desolazion tale, che le più barbare nazioni non avrebbero potuto far di peggio. Stesesi questo flagello anche a varie città cattoliche, dove, benchè amichevolmente fossero aperte le porte, neppure gli altari e i sacri templi e i sepolcri, non che le case dei privati, andarono esenti dal lor furore. Per atti tali, accaduti in tempo che niun pensava alla difesa, e contra di tanti innocenti popoli, coi quali niuna lite avea la Francia, un gran dire dappertutto fu della prepotenza franzese.