MDCLXXXVI
| Anno di | Cristo MDCLXXXVI. Indiz. IX. |
| Innocenzo XI papa 11. | |
| Leopoldo imperadore 29. |
Si moltiplicarono in quest'anno le allegrezze per tutta l'Italia a cagion dei continuati progressi dell'armi cristiane, tanto cesaree che venete contro il comune nemico. Città italiana non c'era, dove giugnendo di mano in mano le felici nuove di questi avvenimenti, non si facessero falò ed innumerabili fuochi di gioia, con giubilo de' popoli, i quali non d'altro parlavano che di Turchi sconfitti e di città conquistate. Allora fu che il nome dell'imperadore ricuperò ancora in Italia il genio e l'amore dei più delle persone. Diede principio alle militari azioni degl'imperiali il generale conte Mercy, con rompere i Turchi e Tartari nei contorni di Seghedino. Il generale Antonio Caraffa s'impadronì del castello di San Giobbe. Tanta era la fiducia del prode duca di Lorena, che fu risoluto di nuovo l'assedio di Buda. Colà passato l'esercito, trovò abbandonata la picciola città di Pest, e dopo aver valicato il Danubio sopra un ponte, cinse d'intorno quella città capitale dell'Ungheria. Trovata poca resistenza nella città bassa, tutte le forze si rivolsero contro il fortissimo secondo recinto. Carcasse, bombe, artiglierie faceano un orrido fuoco; erano frequenti e vigorose le sortite dei nemici, ora contro i Brandeburghesi e cesarei, ed ora contro i Bavari comandati dal loro elettore, con felice o pur con infelice riuscita. Si venne a più assalti, che costarono gran sangue, più sempre agli assalitori che agli assaliti. Aveano già i cristiani preso posto nel terzo recinto, quando si avvicinò il primo visire con un'armata di circa sessanta mila combattenti, voglioso di dar soccorso alla piazza. Fece costui molti tentativi, sacrificò anche della gente, e gli riuscì di far entrare alcune centinaia di fanti nella piazza; ma i cristiani per questo non rallentarono punto le offese. Uscì il duca di Lorena delle trincee con animo di far giornata col Barbaro, il quale giudicò meglio di ritirarsi; e però nel felicissimo dì 2 di settembre, dato un generale furioso assalto, colla forza entrarono i valorosi cristiani nell'ultimo recinto, e tutta restò in lor potere quella regal città. Grande fu la strage dei musulmani, a cui tenne dietro il saccheggio dato dalle avide milizie vincitrici. Ritrovaronsi nella città e castello almen trecento cannoni di bronzo, sessanta mortari, oltre ad una gran copia di attrezzi militari. Vi si trovò anche non lieve parte della suntuosa biblioteca, già ivi formata dal re Mattia Corvino, i cui manoscritti passarono di poi all'augusta libreria di Vienna. Che strepito facesse sì glorioso acquisto, non si può abbastanza esprimere. Parve che Dio avesse rivelato questo fortunatissimo giorno al santo pontefice Innocenzo XI, perchè egli nello stesso dì rallegrò infinitamente Roma colla tanto differita e tanto sospirata promozione di ventisette cardinali. Nel dì 9 del suddetto mese giunse a Roma il corriere con sì lieta nuova; e però nel dì 12 col suono di tutte le campane, colla salva di tutte le artiglierie, con fuochi innumerabili di gioia, e poscia con solenne messa si celebrò il rendimento di grazie a Dio. Continuarono dipoi gran tempo ancora cotali allegrezze, non sapendo il popolo romano far fine al giubilo. Altrettanto ancora avvenne in assaissime altre città. Nè qui si fermò il corso delle vittorie cesaree. Venne sottomessa dal generale conte Federigo Veterani la ricca e mercantile città di Seghedino sul Tibisco. Occupò il principe Luigi di Baden Cinque Chiese, Siclos e Dardo al Dravo. In somma non v'era settimana che non portasse qualche nuovo motivo di letizia agli amatori del nome cristiano.
Veniva poi questa mirabilmente accresciuta da altri felici progressi delle armi venete in Levante. Erasi il capitan bassà nella primavera presentato sotto Chiefalà nella Morea con forte speranza di ricuperarla. Arrivò a tempo il capitan generale Morosini; ma quando si credea di dover cacciare colla forza que' Barbari dal loro accampamento, trovò che col benefizio della notte se n'erano fuggiti lasciando indietro l'artiglierie. Avea la repubblica eletto per primario generale delle sue armate di terra il conte Ottone Guglielmo di Konigsmarch Svezzese; e dopo aver presa i generali la risoluzione di passar contra di Navarino, a quelle spiagge approdarono nel sacro dì della Pentecoste. Due sono i Navarini cioè il vecchio e il nuovo. Il primo non volle liti, e con buoni patti immantenente si arrendè; però passò il campo intorno al nuovo, piazza assai forte, contro la quale si diede principio a un terribil fuoco di bombe e artiglierie. Avvicinossi il saraschiere con un corpo d'armata per tentare il soccorso. Usciti i cristiani, con tal bravura andarono a trovarlo, che il costrinsero a prendere la fuga, lasciando indietro cinquecento padiglioni, fra' quali il suo composto di sette cupole e varie stanze, che occupava trecento passi di giro. A questa vittoria tenne dietro la resa di Navarino. Di là senza perdere tempo si voltarono i Veneti addosso alla città di Modone, che non fece lunga difesa. Quindi impresero l'assedio di Napoli di Romania, dove si trovò gran resistenza. In que' contorni allora comparve il saraschiere; ma non gli diedero tempo i cristiani di afforzarsi; perciocchè, iti a trovarlo, fecero di nuovo menar le gambe alla sua gente; dopo di che s'impadronirono ancora d'Argo, abbandonata da' Turchi. Perduta la speranza del soccorso, anche Napoli capitolò la resa. Oltre a ciò, Arcadia e Termis vennero all'ubbidienza della repubblica. Restò anche espugnata in Dalmazia la considerabil fortezza di Sign dal generale Cornaro nel mese di ottobre. Per questi avanzamenti delle cristiane armate giubilava il pontefice Innocenzo XI, sviscerandosi intanto per inviar quanti mai potea soccorsi di danaro all'imperadore Veneziani e Polacchi, tuttochè questi ultimi nulla di rilevante operassero contra del comune nemico.
Un'altra singolar consolazione provò il santo padre e Roma tutta per l'arrivo colà nel precedente anno del conte di Castelmene, spedito ambasciatore da Jacopo II re cattolico della Gran Bretagna alla santa Sede. Un'ambascieria tale, dopo quasi un secolo e mezzo di disunione di quella nazion potente, veniva considerata da tutto il cattolicismo come un grandioso regalo della divina provvidenza, se non che quel ministro procrastinava il mettersi in pubblico. Parimente nel dì 9 di aprile di quest'anno comparve a Roma Ferdinando Carlo duca di Mantova, i cui lunghi colloquii col papa diedero non poca gelosia ai Franzesi, che erano in rotta colla santità sua. Colà poscia pervenne ancora nel novembre di quest'anno Francesco II duca di Modena coll'accompagnamento di molta nobiltà e famiglia, per visitare la duchessa Laura madre sua e della regina d'Inghilterra, che tornata a quell'augusta città, avea quivi fissata l'abitazione sua. Ancorchè il santo padre, per cagion della podagra che il tenea per lo più confinato in letto, desse poche udienze, pure ne diede una di quattro ore a questo principe, compartendogli ogni possibil onore e dimostrazione di amore e di stima. Passò dipoi esso duca per sua ricreazione anche alla gran città di Napoli, dove il marchese del Carpio vicerè sorpassò l'espettazione d'ognuno nelle tante finezze che praticò con questo sì illustre pellegrino. Un solo intrico era quello che teneva in grave agitazione l'animo del buon pontefice Innocenzo. Era mancato di vita nel precedente anno il cattolico Carlo conte palatino, ed elettore del Reno, senza succession maschile; e ne' suoi Stati, per dritto proprio, e in vigore ancora del suo testamento, era succeduto il duca di Neoburgo Filippo Guglielmo, fratello di Leonora Maddalena moglie augusta dell'imperador Leopoldo. Mosse tosto pretensioni sopra l'eredità del defunto elettore la duchessa d'Orleans Elisabetta, sua sorella, tenendosi ella chiamata a quegli Stati, o almeno a tutti i beni allodiali: laddove il duca di Neoburgo sosteneva il suo punto colle leggi dell'imperio, esclusive nelle femmine, e col testamento suddetto. Non fu pigro a prendere la protezion della cognata il re Lodovico XIV, e fin d'allora si cominciò a prevedere inevitabile una guerra a cagion di questo emergente. Contuttociò il re Cristianissimo con rara moderazione consentì di rimettere tal pendenza alla decisione del regnante pontefice; ma, questi dopo aver fatto esaminar le ragioni, sentendo troppo alte le pretensioni delle parti, non osava di discendere a laudo alcuno, per la chiara conoscenza che disgusterebbe l'una delle parti, e forse anche amendue. Siccome padre comune, e sommamente bramoso di conservar la pace fra i principi cristiani, in tempo spezialmente che procedeva sì felicemente la guerra contra de' Turchi, forte s'affliggeva per questo litigio, e moveva tutti i principi, affinchè, interponendo i loro uffizii, non si venisse a rottura. Dalle premure del re Cristianissimo fu mosso in quest'anno Vittorio Amedeo II duca di Savoia a pubblicare un editto, per cui si comandava l'esercizio della sola religion cattolica nelle quattro valli abitate dai Valdesi, ossia dai Barbetti eretici: editto che niun buon esito produsse. Portossi dipoi questo sovrano sul fine dell'anno presente a Venezia, per godervi di quel carnevale, e ricevette da quel saggio senato tutti i maggiori attestati di stima. I curiosi politici immaginarono in tale andata non pochi misteri.
MDCLXXXVII
| Anno di | Cristo MDCLXXXVII. Indiz. X. |
| Innocenzo XI papa 12. | |
| Leopoldo imperadore 30. |
Col taglio di una pericolosa fistola al re Luigi XIV salvò in quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi, ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno, se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava più in Roma alcun d'essi, a riserva del duca d'Etrè ambasciatore del re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre il cardinal Ranucci nunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.
Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo ambasciatore Arrigo Carlo marchese di Lavardino; e quantunque sapesse le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino. Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti quartieri. Fece chiedere udienza al papa, nè la potè ottenere; e siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa, e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice, risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo: Hi in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus. Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro trattamento da lui fatto a papa Alessandro VII. Molto meno poi si potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimo papa Innocenzo XI; perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti all'interdetto.