Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare un valevole antidoto ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnare Guglielmo re d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che a Luigi Delfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei, e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'arciduca Carlo secondogenito dell'imperador Leopoldo. Si provvedeva ancora a varii casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto fina fosse la politica del re cristianissimo Luigi XIV; perciocchè se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de' contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri, poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni del marchese di Harcourt ambasciatore a Madrid, non potersi dare al ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte doglianze di un sì violento procedere a tutte le corti, e massimamente con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.

Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia della regina Marianna, a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova. Ma perciocchè il re Carlo II tenea saldo il suo buon cuore verso l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a finire nell'arciduca Carlo, per quante mine e trame si adoperassero, niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al pontefice Innocenzo XII in maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia, che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato preteso che dalla corte di Roma fosse dipoi insinuato al cardinale Lodovico Emmanuele Portocarrero, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima, e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona. Attonito rimase il re Carlo II a queste proposizioni; e di una in altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica. Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e collegata la Francia.

Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò erede Filippo duca d'Angiò, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in caso di mancanza il duca di Berry terzogenito, e a questo l'arciduca Carlo d'Austria e dopo queste linee il duca di Savoia. Stavano intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca, affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo al duca Moles suo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita il re Carlo II nel dì primo di novembre dell'anno presente: principe di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri, e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere del re Luigi XIV, preponderando in suo cuore la gloria di vedere il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre, Filippo duca d'Angiò, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna, e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di quei regni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato il principe di Vaudemont, governatore di Milano; e quali amarezze covasse contra dell'imperadore l'elettor di Baviera Massimiliano, s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero l'Augusto Leopoldo, il re d'Inghilterra Guglielmo e la repubblica d'Olanda, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii, e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta, niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.

Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe, e finivano in credere minacciata la vita o del re di Spagna Carlo II, o del sommo pontefice Innocenzo XII: predizion poco difficile d'un di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue. Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è veduto aver egli tolto con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti. Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia, benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè per le tante ruote segrete che seppe muovere Cosimo III gran duca di Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno, e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra, e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà, e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.

Entrati i cardinali nel conclave, diedero principio ai lor congressi, e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico. Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì il cardinale Radulovic da Chieti per rappresentare la necessità di eleggere senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa, e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il sommo pontificato. Questo fu il cardinale Gian-Francesco Albani da Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura, per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlasse di cuore, i fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte del principe di Monaco ambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini, pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre, festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di assumere il nome di Clemente XI. Straordinario fu il giubilo in Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città, ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.


MDCCI

Anno diCristo MDCCI. Indizione IX.
Clemente XI papa 2.
Leopoldo imperadore 44.

Non sì tosto fu assiso sulla cattedra di San Pietro Clemente XI, che diede a conoscere quanto saggiamente avessero operato i sacri elettori in confidare a lui il governo della Chiesa di Dio e dello Stato ecclesiastico. Mirava già egli in aria il fiero temporale che minacciava l'Europa, e siccome padre comune mise immediatamente in moto tutto il suo zelo e la singolar sua eloquenza per esortar i potentati cristiani ad ascoltar trattati di pace prima di venire alle armi. A questo oggetto spedì brevi caldissimi, fece parlare i suoi ministri alle corti, esibì la mediazione sua, e quella eziandio della repubblica veneta. Predicò egli a' sordi; e tuttochè l'imperadore inclinasse a dar orecchio a proposizioni d'accordo, non si trovò già la medesima disposizione in chi possedeva tutto, e nè pure un briciolo ne volea rilasciare ad altri. Grande istanza fecero i ministri del nuovo re di Spagna Filippo V, secondati da quei del re Cristianissimo Luigi XIV, per ottenere l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, siccome feudi della santa romana Chiesa. Fu messo in consulta co' più saggi dei cardinali questo scabroso punto; e perciocchè una pari richiesta veniva fatta dall'imperadore Leopoldo, a tenore delle sue pretensioni e ragioni: il santo padre, per non pregiudicare al diritto di alcuna delle parti, sospese il giudizio suo; e per quante doglianze e minaccie impiegassero Franzesi e Spagnuoli, non si lasciò punto smuovere dal proponimento suo. Diedero intanto principio gl'imperiali alla battaglia con dei manifesti, ne' quali esposero le ragioni dell'augusta famiglia sopra i regni di Spagna, allegando i testamenti di que' monarchi in favore degli Austriaci di Germania, e le solenni rinunzie fatte dalle due infante Anna e Maria Teresa, regine di Francia. Fu a questi dall'altra parte risposto, aver da prevalere agli altri testamenti l'ultima volontà del regnante re Carlo II, nè doversi attendere le rinunzie suddette; non potendo le madri privar del loro gius i figliuoli: pretensione che strana sembrò a molti, non potendosi più fidare in avvenire d'atti somiglianti, e restando con ciò illusorii i patti e i giuramenti. Ma non s'è forse mai veduto che le carte decidano le liti de' principi, se non allorchè loro mancano forze ed armi per sostenere le pretensioni loro, giuste od ingiuste che sieno. Però ad altro non si pensò che a far guerra, come già ognun prevedeva; e la prima scena di questa terribil tragedia toccò alla povera Lombardia.

Per gli uffizii della corte cesarea era già stato appoggiato il governo della Fiandra a Massimiliano elettor di Baviera, sulla speranza di trovare in lui un buon appoggio nelle imminenti contingenze. Fece il tempo vedere ch'egli più pensava a sostener le ragioni del figlio suo che le altrui; e rapitogli poi dalla morte questo suo germe, crebbero sempre più le amarezze sue contro la corte di Vienna, la quale non ebbe maniera di torgli quel governo, perchè più numerose erano le di lui milizie in Fiandra che le spagnuole. Misero tosto i Francesi un amichevole assedio a questo principe, e con obbligarsi di pagargli annualmente gran somma di danaro, e con promesse di dilatare i suoi dominii in Germania, il trassero nel loro partito; e si convenne che, movendosi le armi, egli sarebbe dei primi in Baviera a far delle conquiste. Ciò fatto, ebbero maniera le truppe franzesi d'entrar quetamente nelle piazze di Fiandra, ove gli Olandesi tenevano guernigione, con licenziarne le loro truppe. Rivolse nello stesso tempo il gabinetto di Francia le sue batterie a Vittorio Amedeo duca di Savoia, per guadagnarlo. Ben conosceva questo avveduto principe che, caduto lo Stato di Milano in mano della real casa di Borbone, restavano gli Stati suoi in ceppi, ed esposti a troppi pericoli per l'unione o fratellanza delle due monarchie. Ma sicuro dall'una parte che non gli sarebbe accordata la neutralità, e dall'altra, che ricalcitrando verrebbe egli ad essere la prima vittima del furore franzese, giacchè il re Cristianissimo s'era potentemente armato, e l'Augusto Leopoldo avea trovato all'incontro assai smilze le sue truppe, e troppo tardi sarebbero giunti in Italia i suoi soccorsi: però con volto tutto contento contrasse alleanza colle corone di Francia e Spagna; e si convenne che il re Cattolico Filippo V prenderebbe in moglie la principessa Maria Lodovica Gabriella sua secondogenita; ch'egli sarebbe generalissimo dell'armi gallispane in Italia; somministrerebbe otto mila fanti e due mila e cinquecento cavalli; e ne riceverebbe pel mantenimento mensualmente cinquanta mila scudi, oltre ad uno straordinario aiuto di costa per mettersi decorosamente in arnese. Qui non si fermarono gl'industriosi Franzesi. Spedito a Venezia il cardinale d'Etrè, gli diedero commissione di trarre in lega ancor quella repubblica; ma più di lui ne sapea quel saggio senato, risoluto di mantenere in questi imbrogli la neutralità: partito pericoloso per chi è debile, ma non già per chi ha la forza da poterla sostenere, quali appunto erano i Veneziani. Fornirono essi le lor città di copiose soldatesche, lasciando poi che gli altri si rompessero il capo. Non così avvenne a Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova, che si trovava a' suoi divertimenti in Venezia. Oltre all'avere il cardinal suddetto guadagnati i di lui ministri con quei mezzi che hanno grande efficacia nei cuori venali, tanto seppe dire al duca, facendo valere ora le minaccie, ora gli allettamenti di promesse ingorde, che non seppe resistere; e massimamente perchè in suo cuore conservava un segreto rancore contra di Cesare per cagion di Guastalla, a lui tolta con Luzzara e Reggiuolo, e perchè sempre abbisognava di danaro, secondo lo stile degli altri scialacquatori pari suoi. Per dar colore a questa sua risoluzione inviò a Roma il marchese Beretti suo potente consigliere, acciocchè pregasse il pontefice di voler mettere presidio papalino in Mantova, affine di non cederla ad alcuno. E a ciò essendo condisceso il santo padre, poco si stette poi a scoprire essere seguito accordo fra lui e i Franzesi ed essere una mascherata quella del suo inviato a Roma; il perchè fu questi licenziato con poco suo piacere da quella sacra corte. Comunemente venne detestata questa viltà del duca, essendo Mantova città che anche fornita di soli miliziotti si potea difendere, oltre al potersi credere che i Franzesi non sarebbono giunti ad insultarlo, se avesse resistito. Ne fece ben egli dipoi un'aspra penitenza. In vigore del suddetto concordato, sul principio di aprile, circa quindici mila Franzesi, ch'erano già calati in Italia, si presentarono sotto il comando del conte di Tessè alle porte di Mantova, minacciando, secondo il concerto, di voler entrare colla forza in quella forte città; e però il duca, mostrando timore di qualche gran male, cortesemente ricevette quegli ospiti novelli, e gridò poi dappertutto (senza però che alcuno glielo credesse) che gli era stata usata violenza.