Verso il principio della primavera cominciarono a calare in Italia le truppe franzesi a fin di difendere lo Stato di Milano; giunse anche a Torino nel dì 4 di aprile il maresciallo di Catinat, con dimostrazioni di gran giubilo accolto da quel real sovrano che il trattò da padre, e più volte gli disse di voler imparare sotto di lui il mestier della guerra, e a guadagnar battaglie. Nacque appunto nel dì 27 del mese suddetto al duca il suo secondogenito, a cui fu posto il nome di Carlo Emmanuele, oggidì re di Sardegna e duca di Savoia. Accresciuta poi l'armata franzese da altre milizie che sopravvennero, e decantata secondo il solito dalla politica guerriera più numerosa di quel ch'era, il Catinat sul principio di maggio passò con essa sul veronese, e andò a postarsi all'Adige, armando tutte quelle rive per impedire il passo ai Tedeschi, i quali si credeva che tenterebbono il passo stretto della Chiusa. Erano in questo mentre calati dalla Germania quanti cavalli e fanti potè in fretta raunare la corte cesarea, e se ne facea la massa a Trento. Al comando di questa armata fu spedito il principe Eugenio di Savoia, non senza maraviglia della gente, che non sapeva intendere come un principe di quella real casa imbrandisse la spada contro lo stesso duca di Savoia generalissimo de' Gallispagni. Seco venivano il principe di Commercy e il principe Carlo Tommaso di Vaudemont (tuttochè il di lui padre al servigio della Spagna governasse lo Stato di Milano) e il conte Guido di Staremberg. Allorchè fu all'ordine un competente corpo d'armata, il principe Eugenio, prima che maggiormente s'ingrossasse l'esercito nemico (già più poderoso del suo) con truppe nuove procedenti dalla Francia, e con quelle del duca di Savoia, si mise in marcia per isboccar nelle pianure d'Italia. Trovò impossibile il cammino della Chiusa, e presi tutti i passi superiori dell'Adige. Se i Tedeschi non hanno ali, dicevano allora i Franzesi, certo per terra non passeranno. Ma il principe a forza di copiosi guastatori si aprì una strada per le montagne del Veronese e Vicentino, e all'improvviso comparve al piano con qualche pezzo d'artiglieria. Per un argine insuperabile era tenuto il grossissimo fiume dell'Adige; e pure il generale Palfi, nel dì 16 di giugno, ebbe la maniera di passarlo di sotto a Legnago. Il che fatto, i Franzesi a poco a poco si andarono ritirando, e gli altri avanzando. Nel dì 9 di luglio seguì sul veronese a Carpi un fatto caldo, e di là sloggiati con molta perdita i Gallispani, furono in fine costretti a ridursi di là dal Mincio, dove si accinsero a ben custodir quelle rive. Perchè in rinforzo loro colle sue genti arrivò Vittorio Amedeo duca di Savoia, ed erano ben forniti di gente e cannoni gl'argini di esso fiume, allora sì che parve piantato il non plus ultra ai passi dell'armata alemanna. Ma il principe Eugenio, nulla spaventato nè dalla superiorità delle forze nemiche, nè dalle gravi difficoltà dei siti, nel dì 28 di luglio animosamente formato un ponte sul Mincio, lo valicò colla sua armata, non avendo il Catinat voluto aderire al sentimento del duca di Savoia, di opporsi, perchè credea più sicuro il giuoco, allorchè fosse arrivato un gran corpo di gente a lui spedito di Francia. Prese questo maresciallo il partito di postarsi di là dal fiume Oglio, lasciando campo al principe Eugenio d'impadronirsi di Castiglion delle Stiviere, di Solferino e di Castel Giuffrè nel dì 5 d'agosto: con che le sue truppe cominciarono a godere delle fertili campagne del Bresciano, e a mettere in contribuzione lo Stato di Mantova con alte grida di quel duca, che cominciò a provar gli amari frutti delle sue sconsigliate rivoluzioni. Trovaronsi in questi tempi molto aggravati dalle nemiche armate i territorii della repubblica veneta. Ma essa nè per minaccie, nè per lusinghe si volle mai dipartire dalla neutralità saggiamente presa, tenendo guernite di grosse guernigioni le sue città, che per ciò furono sempre rispettate.

Era, non può negarsi, il maresciallo di Catinat, maestro veterano di guerra, non men provveduto di valore che di prudenza; ma dacchè si cominciò a scorgere che più anche di lui sapea questo mestiere il principe Eugenio, tuttochè non pervenuto ancora all'età di quarant'anni, giudicò il re Cristianissimo col suo consiglio che agli affari d'Italia, i quali prendeano brutta piega, occorreva un medico di maggior polso e fortuna. Fu perciò risoluto di spedir in Lombardia il maresciallo duca di Villeroy, con dargli il supremo comando dell'armata, senza pregiudizio degli onori dovuti al duca di Savoia generalissimo. Nuove truppe ancora, oltre le già inviate, si misero in cammino, affinchè la maggior copia dei combattenti, aggiunta alla consueta bravura franzese, con più felicità potesse promettersi le vittorie. Nel dì 22 d'agosto giunse il Villeroy al campo gallispano, menando seco il marchese di Villars, il conte Albergotti Italiano, tenenti generali, ed altri uffiziali, accolto colla maggiore stima dal duca di Savoia e da tutta l'ufficialità. Le prime sue parole furono di chiedere, dov'era quella canaglia di Tedeschi, perchè bisognava cacciarli di Italia: parole che fecero strignere nelle spalle chiunque l'udì. Per li sopraggiunti rinforzi si tenne l'esercito suo superiore quasi del doppio a quel de' Tedeschi: laonde il principe Eugenio ebbe bisogno di tutto il suo ingegno per trovar maniera di resistere a sì grosso torrente; e siccome egli era mirabile in divisare e prendere i buoni postamenti, così andò ad impossessarsi della terra di Chiari nel Bresciano, non senza proteste e doglianze del comandante veneto; e quivi si trincierò, facendosi specialmente forte dietro alcune cassine e mulini. Ardeva di voglia il Villeroy di venire alle mani col nemico, perchè si teneva in pugno il trionfo; e però valicato l'Oglio a Rudiano, a bandiere spiegate andò in traccia dell'armata tedesca, con risoluzion di assalirla. Era il dì primo di settembre, in cui arrivato a Chiari ordinò la presa di quel luogo, sulla credenza che ivi fosse una semplice guernigione, e non già tutta l'oste nemica. Ma vi trovò più di quel che pensava, cioè cannoni e gente che non si sentiva voglia di cedere. Lasciarono i Tedeschi ben accostare gli assalitori, e poi cominciarono un orrido fuoco; e per quanti sforzi facessero i Franzesi, sacrificarono ben sul campo di battaglia le lor vite, ma o non poterono forzar quei ripari, o appena ne forzarono alcuno, che indi a poco fu ripigliato dai coraggiosi cesarei. Tanta resistenza fece in fine prendere al Villeroy il partito di battere la ritirata col miglior ordine possibile, riportando seco un buon documento di un più moderato concetto di sè medesimo, e il dispiacere di aver data occasion di dire ch'egli era venuto per la posta in Italia, per aver la gloria da farsi battere. Tre mila persone si credette che costasse a' Franzesi quella azione tra morti e feriti, e pochissimi dalla parte degl'imperiali.

Vittorio Amedeo duca di Savoia in quel combattimento si segnalò nello sprezzo di tutti i pericoli; e o fosse una cannonata, come a me raccontò persona bene informata, o pur colpo di fucile, corse rischio della vita sua. E fu in questa occasione ch'egli si affezionò agli strologhi perchè un d'essi avea dagli Svizzeri due mesi prima scritto ad un confidente di esso principe che nel dì primo di settembre sua altezza reale correrebbe un gran pericolo. Per quanto false da lì innanzi egli trovasse le sue predizioni, non perdè mai più la stima di quell'arte vana ed ingannatrice. Accostandosi il verno, richiamò esso sovrano le sue milizie in Piemonte; e il Villeroy veggendo ostinati a tener la campagna i Tedeschi, giudicò meglio di ritirarsi egli il primo, e di ripartire a' quartieri massimamente sul Cremonese la maggior parte delle soldatesche sue; con che ebbero agio i Cesarei d'impadronirsi di Borgoforte, di Guastalla, d'Ostiglia e di Ponte-Molino e d'altri luoghi. Aveano già saputo col mezzo delle minaccie i Gallispani mettere il piede sui principii di quest'anno entro la fortezza della Mirandola. Seppe così ben concertare anche il principe Eugenio colla principessa Brigida Pico le maniere di cacciarli, che quella città vi ricevette presidio cesareo. A cavallo del Po spezialmente se ne stavano le milizie imperiali, invigorite ultimamente da nuovi soccorsi calati dalla Germania; s'impossessarono ancora di Canneto e di Marcaria; e giacchè, a riserva del castello di Goito e di Viadana non restavano più Franzesi sul Mantovano, diede principio esso principe Eugenio ad un blocco lontano intorno alla stessa città di Mantova, fornita d'un vigoroso presidio di Franzesi. Essendo oramai i cesarei in possesso di tutto il Mantovano, non s'ha da chiedere se facessero buon trattamento a que' poveri popoli; e tanto più perchè il loro duca era stato dichiarato ribello del romano imperio.

E fin qui la sola Lombardia avea sostenuto il peso della guerra, quando nel dì 25 di settembre scoppiò un turbine anche nella città di Napoli. Non mancavano in quella gran metropoli dei divoti del nome austriaco sì nella nobiltà che nel popolo. Negli eserciti dell'imperadore Leopoldo e del re Carlo II molti di quei nobili, militando in addietro, aveano pel loro valore conseguito dei gradi ed onori distinti. Questa fazione, valutando non poco l'essersi finora negata dal sommo pontefice l'investitura di quel regno al prelodato re Filippo, teneva per lecito l'aderire all'augusta casa d'Austria, e macchinava sollevazioni, senza nulla atterrirsi per le frequenti prigionie che faceva il vicerè duca di Medina Celi dei chiamati inconfidenti. Dimorava in questi tempi il cardinal Grimani veneto in Roma, accurato ministro della corte cesarea, e andava scandagliando i cuori di quei Napoletani, nei quali prevaleva l'amore verso del sangue austriaco, e che già aveano attaccati cartelli per le piazze di Napoli colle parole usate giù dal giudaismo, e riferite nel Vangelo: Non habemus regem, nisi Caesarem. Quando a lui parve assai disposta la mina, per la sicurezza che avea di molti congiurati, e sperandone molti più allorchè le si appiccasse il fuoco, spedì travestito a Napoli di barone di Sassinet segretario dell'ambasciata cesarea. Costui nel giorno suddetto, presa in mano una bandiera imperiale, uscì in pubblico, ed unitasi a lui gran copia di quei lazzari, cominciò a gridare: Viva l'imperadore. Crebbero a migliaia i sollevati, e s'impadronirono della chiesa di San Lorenzo, della torre di Santa Chiara e di altri posti. Lor condottiere fu don Carlo di Sangro nobile napoletano e uffiziale nelle truppe cesaree. Era stato fatto credere al buon imperadore Leopoldo, tale essere l'amore degl'Italiani, e massimamente nel regno di Napoli e Stato di Milano, che bastava alzare un dito, perchè tutti i popoli si sollevassero in favor suo. Ma questi non erano più i tempi dei Ghibellini, quando agguerriti i popoli d'Italia, e agitati dall'interno fermento delle fazioni, troppo facilmente tumultuavano e spendevano la vita per soddisfare alle loro passioni. Si trovavano ora i popoli inviliti; talun d'essi oppresso dai principi allevati nella quiete, e alieni da azzardare quanto aveano in tentativi pericolosi.

Alzatosi dunque il romore, la maggior parte della nobiltà napoletana corse ad esibirsi in difesa del vicerè, e non tardò lo stesso eletto del popolo con ischiere numerose di quei popolari ad assicurarlo della sua e lor fedeltà. Il perchè uscite le guernigioni spagnuole in armi, ed unite con quattrocento di quei nobili e più migliaia del popolo, non durarono gran fatica a dissipare i sollevati, a riacquistare i luoghi occupati, e a far prigione il barone di Sassinet e don Carlo di Sangro con altri nobili che non ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ad alcuni segretamente nelle carceri tolta fu la vita; pubblicamente mozzo il capo al Sangro; rasato il palazzo di Telesa di casa Grimaldi; e il Sassinet venne poi da lì a qualche tempo condotto in Francia. Calmossi tosto quella mal ordita sollevazione; e per maggior sicurezza di quella città, vi furono per terra e per mare spediti dal re Cristianissimo abbondanti rinforzi di milizie e di munizioni; e il duca d'Ascalona passò dal governo della Sicilia a quello di Napoli. Intanto non cessava la corte cesarea di perorar la sua causa in quelle delle amiche potenze, mettendo davanti agli occhi d'ognuna qual rovina si potea aspettare dall'oramai sterminata possanza della real casa di Borbone, per essersi ella piantata sul trono della Spagna. Di queste lezioni non aveano gran bisogno gl'Inglesi ed Olandesi per conoscere il gran pericolo a cui anch'essi rimanevano esposti; ed aggiuntovi il dispetto di essere stati beffati dal re Cristianissimo colle precedenti capitolazioni, non fu in fine difficile il trarli ad una lega difensiva ed offensiva contro la Francia. Fu questa sottoscritta all'Haia nel dì 7 di settembre dai ministri di Cesare, di Guglielmo re della Gran Bretagna, e dall'Olanda; laonde ognuno si diede a preparar gli arnesi per uscir con vigore in campagna nell'anno appresso. Ma nè pur dormiva il re Cristianissimo, e di mirabili preparamenti fece anche egli per ricevere i già preveduti nemici. Nel settembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Maria Luigia, secondogenita del duca di Savoia, col re di Spagna Filippo V; ed ella appresso si mise in viaggio per andare ad imbarcarsi a Nizza e passare di là in Ispagna.


MDCCII

Anno diCristo MDCCII. Indizione X.
Clemente XI papa 3.
Leopoldo imperadore 45.

Mentre lo zelante pontefice Clemente XI non rallentava le sue premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti, e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa, non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea. Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito il cardinale Archinto arcivescovo di Milano con titolo di legato a latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro il marchese del Vasto, principe aderente alla corona imperiale, per aver egli preteso che il cardinale di Gianson avesse voluto farlo assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per le dimostrazioni fatte dal papa al re Filippo V. Prevalse in Madrid e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza, e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di Pasqua, accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o, per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti, si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal congiuntura il papa Clemente il cardinale Cario Barberini, ornato del carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque al conte di Lamberg ambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione fu prescelto monsignor Tommaso di Tournon Piemontese, che con titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite lungamente stata fra la duchessa di Orleans e l'elettore palatino, già da gran tempo compromessa nella santità sua.

Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le operazioni militari del principe Eugenio. Fin qui Rinaldo d'Este duca di Modena avea goduta la quiete nei suoi Stati, risoluto di non prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze del cardinale d'Etrè, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani; ma avvenne che il tenente general franzese conte Albergotti lasciossi vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni. Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque fece il principe Eugenio unire un corpo di circa dodici mila soldati, e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione, fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla. Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligare Francesco Farnese duca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa, di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire, trasse poi le truppe pontifizie a guernir di presidio le suddette sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore, Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.