Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato dall'indefesso principe Eugenio per sorprendere la città di Cremona, tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla presenza del maresciallo duca di Villeroy, che aveva quivi stabilito il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno, ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito di casa il maresciallo di Villeroy per conoscere che romor fosse quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati a ritirarsi il meglio che poterono. Con loro salvatosi il prete, passò poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principe Tommaso di Vaudemont, come era il concerto, giugnere a tempo pel Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generale marchese di Crenant con altri non pochi uffiziali, e lo stesso maresciallo di Villeroy. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più gloriosa certamente riuscì per li difensori.
Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito da Parigi il duca di Vandomo Luigi Giuseppe, principe dei più esperti nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco de' Tedeschi. Ritirò il principe Eugenio da varii siti le genti sue, e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere; e già s'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il re Filippo V, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato e superbamente regalato dal gran duca Cosimo III de Medici, dal gran principe Ferdinando e dalla gran principessa Violante di Baviera sua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato, ebbe la visita di Vittorio Amedeo suocero suo, e nel dì 18 con gran pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior nerbo della sua armata, inviò il generale marchese Annibale Visconti con tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia, senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo del dì 26 di luglio si videro comparire addosso il conte Francesco Albergotti tenente generale dei Franzesi, o pure lo stesso duca di Vandomo con quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa e cattiva disposizione; ma in fine convenne loro voltar le spalle, e lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi, due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti, altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di mirare il fine di quella mischia.
Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29 di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere a Rinaldo d'Este duca di Modena qual animo covassero contra di lui i re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata, che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe, colle quali il vecchio principe di Vaudemont dianzi campeggiava in difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale, si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante tedesco che, all'intimazion della resa, non rispose se non col fuoco de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse perdè la vita il generale cesareo principe di Commercy. Era già suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura, con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenni Te Deum, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria: il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia, e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di trincea aperta, il general Solari a renderla nel dì 9 di settembre, mise in possesso di quella città Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono: Viva l'imperadore; e salvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.
Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo che riportò in questa campagna il giovine re Filippo V, fu, siccome dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna. Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte, e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio, Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi. Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da' fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato. Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale. Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni ebbero di che piagnere, perchè quasi interamente distrutte. Altre non men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania, Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di marzo il loro re Guglielmo principe di Oranges, e fu dipoi alzata al trono la principessa Anna, figlia del già defunto cattolico re della Gran Bretagna Giacomo II, e moglie di Giorgio principe di Danimarca, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milord Giovanni Curchil conte di Marlboroug, col cui valore si mosse poi sempre collegata la fortuna.
All'incontro la Francia trasse nel suo partito gli elettori di Baviera e Colonia fratelli. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stesso re de' Romani Giuseppe. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglio Rooc inglese, dall'Alemond olandese e da Giacomo duca d'Ormond generale di terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi, e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni. Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro, d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que' vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello, gran perdita fu quella.
MDCCIII
| Anno di | Cristo MDCCIII. Indizione XI. |
| Clemente XI papa 4. | |
| Leopoldo imperadore 46. |
Ebbe principio quest'anno con una inondazione del Tevere in Roma stessa, a cui tenne dietro un fiero tremuoto, che alla metà di gennaio con varie scosse per tre giorni si fece sentire in quell'augusta città, riempendola di tal terrore, che tutto il popolo corse ad accomodar le sue partite con Dio; molti si ridussero ad abitar sotto le tende; e il pontefice Clemente XI prescrisse varie divozioni per implorar la divina misericordia. Per questo scotimento della terra la picciola città di Norcia colle terre contigue si convertì in un mucchio di pietre; e quella di Spoleti con varie terre del suo ducato patì gravissimi danni. Grandi rovine si provarono in Rieti, in Chieti, Monte Leone, ed altre terre e borghi dell'Abbruzzo. La città dell'Aquila vide a terra gran parte delle sue fabbriche colla morte di molti. Cività Ducale restò subissata con gli abitanti. Fu creduto che nei suddetti luoghi perissero circa trenta mila persone; nè si può esprimere lo scompiglio e spavento che fu in Roma e per tante altre città in tal congiuntura, perchè sino all'aprile, maggio e giugno altre scosse di terra si fecero sentire; ed ognun sempre stava in allarmi, temendo di peggio. Non mancavano intanto altre fastidiose cure al santo padre in mezzo alle pretensioni delle potenze guerreggianti; nè si esigeva meno che la sua singolar destrezza per navigare in mezzo agli scogli, e sostenere la determinata sua neutralità. Contuttociò il partito austriaco lo spacciava per aderente al Gallispano, e spezialmente fece di gran querele, perchè avendo l'Augusto Leopoldo padre e Giuseppe re de' Romani figliuolo, nel dì 12 di settembre dell'anno presente, ceduto all'arciduca Carlo ogni lor diritto sopra la monarchia della Spagna, con che egli assunse insieme col titolo di re di Spagna il nome di Carlo III, dal pontefice fu proibito che il ritratto di questo nuovo re pubblicamente si esponesse nella chiesa nazional de' Tedeschi in Roma.
Erano restate in una gran decadenza le armi cesaree in Lombardia, perchè alle diserzioni e malattie, pensioni ordinarie dell'armate, non si suppliva dalla corte di Vienna con reclute e nuovi soccorsi, trovandosi Cesare troppo angustiato per li continui progressi di Massimiliano elettor di Baviera, le cui forze alimentate finora dall'oro franzese, e poscia accresciute da un esercito d'essa nazione, condotto dal maresciallo di Villars, faceano già tremar l'Austria e Vienna stessa. Contuttociò il conte Guido di Staremberg, generale di molto senno nel mestier della guerra, lasciato a questo comando dal principe Eugenio, tanto seppe fortificarsi alle rive del Po e della Secchia, che potè sempre rendere vani i tentativi della superiorità dell'esercito franzese. Intanto la fortezza di Brescello sul Po, che per undici mesi avea sostenuto il blocco formato dalle truppe spagnuole, si vide forzata a capitolar la resa. Cercò quel comandante imperiale che questa piazza fosse restituita al duca di Modena, ma non fu esaudito. Vi trovarono i Franzesi un gran treno di artiglieria, di bombe, granate, polve da fuoco, e di altri militari attrezzi; la guernigione restò prigioniera di guerra. Tanto poi si adoperò Francesco Farnese duca di Parma, benchè nipote del duca di Modena Rinaldo d'Este, che nell'anno seguente impetrò dalla Francia e Spagna che si demolissero tutte le fortificazioni di quella piazza, con dolore inestimabile di esso duca di Modena, il quale dimorante in Bologna si trovava perseguitato dalle disgrazie, e conculcato fin dai proprii parenti. Seppe il valoroso conte di Staremberg difendere Ostiglia dagli attentati de' Franzesi; e nel dì 12 di giugno essendo giunto il general franzese Albergotti a Quarantola sul Mirandolese, ebbe una mala rotta da' Tedeschi, e gli convenne abbandonare il finale di Modena. Ciò non ostante, crebbero vieppiù da lì innanzi le angustie dell'esercito alemanno in Italia, perchè l'elettor bavaro cresciuto cotanto di forze entrò nel Tirolo, e giunse ad impossessarsi della capitale d'Inspruch. L'avrebbe bene accomodato il possesso e dominio di quella provincia confinante ai suoi Stati; ma si aggiugnevano due altre mire, l'una di togliere ai Tedeschi quella strada per cui solevano spignere in Italia i soccorsi di milizie, e l'altra di aprirsi un libero commercio coll'esercito franzese, esistente in Italia, affin di riceverne più facilmente gli occorrenti sussidii.