Mossesi infatti il duca di Vandomo nel mese d'agosto dalla Lombardia con parte del suo esercito alla volta del Trentino, sperando di toccar la mano ai Bavaresi, che avevano da venirgli incontro. Marciarono i Franzesi per Monte Baldo e per le rive del lago di Garda, e cominciarono ad aggrapparsi per quelle montagne, con impadronirsi delle castella di Torbole, Nago, Bretonico e d'altre, che non fecero difesa, a riserva del castello d'Arco, il quale per cinque giorni sostenne l'empito de' cannoni nemici, con fatiche incredibili fin colà strascinati. Giunse poi sul fine d'agosto dopo mille stenti l'esercito franzese alla vista di Trento, ma coll'Adige frapposto, e con gli abitanti nell'opposta riva preparati a contrastare gli ulteriori avanzamenti dei nemici. Nè le minaccie del Vandomo, nè molte bombe avventate contro la città atterrirono punto i Trentini, e massimamente dacchè in aiuto loro accorse con alcuni reggimenti cesarei il generale conte Solari. All'aspetto di questi movimenti, comune credenza era in Italia che in breve si avessero a vedere in precipizio gli affari dell'imperadore, fatta che fosse l'unione del Bavaro col duca di Vandomo. Stettero poco a disingannarsi al comparire all'improvviso mutata tutta la scena. I Tirolesi d'antico odio pregni contra de' Bavaresi, e massimamente i bravi lor cacciatori, sì fattamente cominciarono a ristrignere e tempestar coi loro fucili le truppe nemiche, prendendo spezialmente di mira gli uffiziali, che altro scampo non ebbe l'elettore, se non quello di ritirarsi alle sue contrade. Medesimamente non senza maraviglia dei politici fu osservato ritornarsene il duca di Vandomo in Italia, dopo aver sacrificato inutilmente di gran gente e munizioni in quella infelice spedizione. Ora ecco il motivo di sua ritirata.
Non avea mai potuto Vittorio Amedeo duca di Savoia, siccome principe di mirabile accortezza, e attentissimo non meno al presente che ai futuri tempi, mirar senza ribrezzo la tanto accresciuta grandezza della real casa di Francia, e parevagli fabbricato il mortorio alla sua sovranità, dacchè il ducato di Milano era caduto in mano d'un monarca sì congiunto di sangue colla potenza franzese. Portò la congiuntura dei tempi ch'egli si avesse a collegar colle due corone, tuttochè scorgesse così fatta lega troppo contraria ai proprii interessi; ma stava egli sempre sospirando il tempo di poter rompere questa catena; e parve ora venuto, dacchè era vicino a spirare il tempo del contratto impegno della sua lega coi re di Francia e di Spagna. Non lasciava la corte cesarea di far buona cera a questo principe, benchè in apparenza nemico, nè sul principio della rottura scacciò da Vienna il di lui ministro, come avea praticato con quello del duca di Mantova. Spedì eziandio nel luglio dell'anno presente a Torino (per quanto pretesero i Franzesi) il conte di Aversbergh travestito per intavolare con lui qualche trattato, ma senza sapersi se ne seguisse conclusione alcuna finora. Quel che è certo, non avea voluto il duca permettere che le sue truppe passassero verso il Trentino. Ora i forti sospetti conceputi nella creduta vacillante fede del duca Vittorio Amedeo diedero impulso al re Cristianissimo di richiamare in Lombardia il duca di Vandomo. Tornato questo generale colle sue genti a San Benedetto di Mantova di qua dal Po, già da lui scelto per suo quartier generale, nel dì 28 oppure 29 di settembre, messo in armi tutto l'esercito suo, fece disarmar le truppe di Savoia che si trovavano in quel campo ed altri luoghi, ritenendo prigioni tutti gli uffiziali e soldati. Non erano più di tre mila; altri nondimeno li fecero ascendere a quattro o a cinquemila. Per questa impensata novità e violenza alterato al maggior segno il duca, principe di grande animo, ne fece alte doglianze per tutte le corti; mise le guardie in Torino agli ambasciatori di Francia e Spagna; occupò gran copia d'armi spedite dalla Francia in Italia, ed imprigionò quanti Franzesi potè cogliere nei suoi Stati. Quindi si diede precipitosamente a premunirsi e a mettere in armi tutti i suoi sudditi, per resistere al temporale che andava a scaricarsi sopra i suoi Stati; giacchè non tardò il duca di Vandomo a mettere in viaggio buona parte dell'esercito suo contro il Piemonte. Saltò fuori in tal guisa un nuovo nemico delle due corone, e un nuovo teatro di guerra in Italia.
Nel dì 5 di dicembre pubblicamente dichiarò il re di Francia Luigi XIV la guerra contra di esso duca di Savoia, i il quale nel dì 25 di ottobre, come scrisse taluno, o piuttosto nel dì 8 di novembre, come ha lo strumento rapportato dal Lunig, avea già stretta lega coll'imperadore Leopoldo. In esso strumento si vede promesso al duca Vittorio Amedeo tutto il Monferrato, spettante al duca di Mantova con Casale, e inoltre Alessandria, Valenza, la Valsesia e la Lomellina, con obbligo di demolir le fortificazioni di Mortara. Promettevano inoltre le potenze marittime un sussidio mensile di ottanta mila ducati di banco ad esso principe, durante la guerra. Fu poi aggiunto un altro alquanto imbrogliato articolo della cessione ancora del Vigevanasco, per cui col tempo seguirono molte dispute colla corte di Vienna. Per essersi trovato il duca colto all'improvviso dallo sdegno franzese, e specialmente sprovveduto di cavalleria, gli convenne ricorrere al generale conte di Staremberg, il quale, desideroso di assistere il nuovo alleato, mise improvvisamente in viaggio, nel dì 20 di ottobre, mille cinquecento cavalli sotto il comando del generale marchese Annibale Visconti. Benchè sollecita fosse la lor marcia, più solleciti furono gli avvisi al duca di Vandomo del lor disegno; laonde ben guernito di milizia il passo della Stradella, Serravalle ed altri siti, allorchè colà giunsero gli affaticati Alemanni, trovarono un terribil fuoco, e andarono presto in rotta. Molti furono gli uccisi, molti i prigioni, ed a quei che colla fuga si sottrassero al cimento, convenne dipoi passare fino a San Pier di Arena presso Genova, e valicare aspre montagne per giugnere in Piemonte. Questo picciolo rinforzo, e l'essere stati i Franzesi, a cagion del suddetto passaggio, impegnati in varii movimenti, servì di non lieve respiro al duca di Savoia; ma non già a preservarlo dagl'insulti a lui minacciati dal potente nemico. Il perchè determinò in fine il saggio conte Guido di Staremberg un'arditissima impresa, che, per essere felicemente riuscita, riportò poscia il plauso d'ognuno. Quando si pensava la gente che l'esercito suo, postato sul Modenese e Mantovano di qua da Po, si fosse ben adagiato nei quartieri d'inverno e pensasse al riposo, all'improvvisa con circa dieci mila fanti e quattro mila cavalli, seco menando sedici cannoni, nel giorno santo del Natale passò esso Staremberg la Secchia, e pel Carpigiano s'indirizzò alla strada maestra chiamata Claudia, prendendo pel Reggiano e Parmigiano con marcie sforzate il cammino alla volta del Piemonte, senza far caso dei rigori della stagione, delle strade rotte e di tanti fiumi gravidi di acqua che conveniva passare. Era già tornato il duca di Vandomo al campo di San Benedetto di Mantova. Al primo avviso di questo impensato movimento dei nemici, raunate le sue truppe, si diede ad inseguirli con forze, chi disse minori, e chi maggiori, ma senza poter mai raggiugnerli, oppure senza mai volerli raggiugnere, per poca voglia di azzardare una battaglia. Si contarono bensì alcune scaramucce ed incontri, nei quali lasciarono la vita i due valorosi generali Lictenstein Tedesco e Solari Italiano; ma questi non poterono impedire al prode comandante di felicemente superar tutti i disagi, e di pervenire ad unirsi col duca di Savoia nel dì 13 del seguente gennaio, con infinita consolazione di lui e de' sudditi suoi.
Presero in questi tempi, cioè nel dì 8 di dicembre, i Franzesi dimoranti in Modena il pretesto di confiscare al duca Rinaldo d'Este tutte le sue rendite e mobili, perchè il suo ministro in Vienna, trovandosi nell'anticamera della regina de' Romani, in passando l'arciduca Carlo, dichiarato re di Spagna, l'inchinò. A chi vuol far del male, ogni cosa gli fa giuoco. Entrato nel novembre il maresciallo di Tessè nella Savoia, s'impadronì di Sciambery sua capitale, e poscia strinse con un blocco la fortezza di Monmegliano. Riuscì in quest'anno alle potenze marittime e all'imperatore Leopoldo di ritirar seco in lega un'altra potenza, cioè Pietro II re di Portogallo. Gli articoli di questa alleanza furono sottoscritti nel dì 16 di maggio, e fatte di grandi promesse a quel monarca, fondate nondimeno sugli incerti avvenimenti delle guerre. Di qui sorsero speranze ne' collegati di potere un dì detronizzare il re di Spagna Filippo V, al qual fine creduto fu non solamente utile, ma necessario, che lo stesso arciduca Carlo, proclamato re di Spagna col nome di Carlo III, passasse in persona colà per dar polso ai Portoghesi, e per animare l'occulto partito austriaco che si conservava tuttavia nei regni di Spagna. Pertanto questo savio, affabile e piissimo principe, preso congedo dagli augusti lagrimanti suoi genitori e dal fratello Giuseppe re de' Romani, si mise nel settembre in viaggio alla volta dell'Olanda, con ricevere immensi onori per dovunque passò. Pertanto ecco oramai gran parte dell'Europa in guerra per disputare della monarchia di Spagna; nel qual tempo anche il Settentrione ardeva tutto di guerra per la lega del Sassone re di Polonia collo czar della Russia contro il re di Svezia, che diede lor delle aspre lezioni. Presero in quest'anno i Franzesi Brisac, ricuperarono Landau, diedero una rotta ai Tedeschi sotto esso Landau; e all'incontro gli Anglolandi s'impadronirono di Bona, Huz e Limburgo.
MDCCIV
| Anno di | Cristo MDCCIV. Indizione XII. |
| Clemente XI papa 5. | |
| Leopoldo imperadore 47. |
Veggendosi Rinaldo d'Este duca di Modena sì maltrattato ed oppresso dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papa Clemente XI per implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina, e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi, non altro in fine potè ottenere che una pensione di dieci mila doble; e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia. L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania da Massimiliano elettor di Baviera, siccome quello che più scottava la corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede il comando al gran priore duca di Vandomo suo fratello, acciocchè tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine dell'anno precedente, dietro al conte Staremberg, aveano gli Alemanni occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generale signor di San Fremond, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola, e attesero a fortificarsi in Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.
Venuto il mese d'aprile, si mosse il gran priore di Vandomo col grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che il giovane Francesco Pico duca di essa Mirandola, accompagnato dal principe Giovanni suo zio, e da don Tommaso d'Aquino Napoletano, suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da' Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse punto il conte di Koningsegg comandante in essa. Pensavano intanto i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi querele per mezzo del cardinale Astalli legato di Ferrara, intimando agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata, e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa, con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a partire, nella notte precedente la natività di san Giovanni Batista, avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po, o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti. Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato il conte Paolucci generale pontificio ad abboccarsi col gran priore, e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignor Lorenzo Corsini, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta, risoluta di conservare la già presa neutralità, rispose con non minore coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo, Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che mise freno alle operazioni militari.
Quanto al Piemonte, avea bene il duca Vittorio Amedeo, con varie leve fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare al duca di Vandomo, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche. Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che, quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia, trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche il duca della Fogliada dal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello; espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella, poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere egli e tutti i suoi. Vi restava in quelle parti la città d'Aosta renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabil duca di Vandomo. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua. Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto, il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.