Era mancata di vita nell'anno precedente Anna Isabella duchessa di Mantova, moglie di Ferdinando Carlo Gonzaga duca regnante: principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò vivendo e morta gli encomii d'ognuno. Volle in quest'anno esso duca portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si fermarono i suoi voti sopra Susanna Enrichetta di Lorena, figlia di Carlo duca di Elboeuf, principessa dotata al pari di beltà che di saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo, e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio, perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì 8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a mutar volto in Germania. Avea l'elettor di Baviera slargate molto l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta risoluzione fu spedito da Anna regina d'Inghilterra il suo generale milord Marlboroug con isforzate marcie ad unir le sue forze colle cesaree, comandate dal principe Eugenio in Germania. Non mancò il re Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro il maresciallo di Tallard con ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in cui grande fu il macello dei vinti, e forse non minore quello dei vincitori.
Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi. Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi. Fra essi prigionieri si contò il maresciallo di Tallard. Il duca di Baviera e il maresciallo di Marsin, colla gente che poterono salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa, venne in potere di Cesare con patti onorevoli per la elettrice, che si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'elettore consorte al suo governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico. Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il re Cristianissimo Luigi XIV. Fu ancora gran guerra in Portogallo, dove era giunto il re Carlo III con rinforzi di milizie inglesi ed olandesi. Andò in campagna lo stesso re Filippo V; riportò di molti vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se non che le sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici, che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi col Te Deum la vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma il cardinale Enrico Noris Veronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.
MDCCV
| Anno di | Cristo MDCCV. Indizione XIII. |
| Clemente XI papa 6. | |
| Giuseppe imperadore 1. |
Fu questo l'ultimo anno della vita di Leopoldo Austriaco imperadore, morto nel dì 5 di maggio: monarca, ne' cui elogii si stancarono giustamente le penne di molti storici. La pietà, retaggio singolare dell'augusta casa d'Austria, in lui principalmente si vide risplendere, e del pari la clemenza, la affabilità e la liberalità massimamente verso dei poveri. Mai non si vide in lui alterigia nelle prospere cose, non mai abbattimento di spirito nelle avverse. Parea che nelle disavventure non gli mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere. Lasciò un gran desiderio di sè, e insieme due figli, l'uno Giuseppe, re da molti anni de' Romani, e Carlo III appellato re di Spagna, il primo di temperamento focoso, e l'altro di una mirabil saviezza. A lui succedette il primo con assumere, secondo il rito, il titolo d'imperador de' Romani, ed accudire al pari, anzi più del padre defunto, al proseguimento della guerra contro la real casa di Francia. Pubblicò nel luglio di quest'anno il pontefice Clemente XI una nuova bolla contra de' giansenisti. Ma sotto il novello imperadore Giuseppe crebbero le amarezze della corte pontificia, di maniera che il conte di Lemberg ambasciatore cesareo in Roma se ne partì, passando in Toscana, e fu licenziato da Vienna monsignore Davia Bolognese nunzio di sua santità. Gran tempo era che il magnanimo pontefice pensava ad accrescere un nuovo ornamento alla città di Roma coll'erezione della colonna Antoniana; perciò diede l'ordine che fosse disotterrata. Nel dì 25 di settembre fu questo bel monumento solamente cavato dal terreno per opera del cavalier Fontana; e gran somma d'oro costò sì nobile impresa.
In Piemonte continuò ancora gran tempo la forte piazza di Verrua a sostenersi contro le incessanti offese del campo franzese. Nel dì 26 di dicembre dell'anno precedente un gran guasto fu dato alle trincee degli assedianti da quel presidio, rinforzato segretamente dal duca di Savoia da due mila persone, giacchè egli manteneva tuttavia la comunicazion colla fortezza mediante il ponte di Crescentino: ma senza comparazione più furono i periti nel campo d'essi Franzesi a cagion dei gravi patimenti di un assedio ostinatamente sostenuto in mezzo ai rigori del verno, ancorchè non ommettesse il duca di Vandomo diligenza alcuna per animarli con profusion di danaro e di alimenti. Intanto innumerabili furono gli sforzi delle artiglierie, bombe e fuochi artifiziali contro l'ostinata piazza per li mesi di gennaio e febbraio. Frequenti erano ancora le mine e i fornelli sì dell'una che dall'altra parte. Ma perciocchè si conobbe troppo difficile il vincere questa pugna, finchè il duca Vittorio Amedeo potesse dall'opposta riva del Po andare rinfrescando quella fortezza di nuovi combattenti, viveri e munizioni; nel primo dì di marzo il Vandomo improvvisamente spinse un grosso distaccamento ad occupar l'isola e forte del Po, a cui si atteneva il ponte nemico; e così tagliò ogni comunicazione con Verrua. Ritirossi allora il duca di Savoia col maresciallo di Staremberg a Civasso, lasciando Crescentino in poter de' Franzesi. Si trovò in breve il valoroso comandante di Verrua obbligato a cedere; ma prima di farlo, co' fornelli preparati mandò in aria i recinti e bastioni, e poi si rendè nel dì 10 di marzo a discrezione, rimproverato poscia e insieme lodato dal Vandorno per sì lunga e gloriosa difesa. Presero dopo tale acquisto le affaticate milizie franzesi riposo fino al principio di giugno, ed allora, uscendo in campagna, si mossero con disegno di assediare Civasso; e di aprirsi con ciò il campo fino a Torino, già meditando offese contra di quella capitale. Stava accampato in quelle vicinanze il duca di Savoia con lo Staremberg, e di là diede molte percosse alle truppe franzesi, ma senza poter impedire l'assedio di Civasso. Si sostenne questa picciola piazza sino al 29 di luglio, in cui esso duca alla sordina fece di notte evacuarla, per quanto potè, di artiglierie e munizioni, e la lasciò in potere del duca della Fogliada, comandante allora di quell'armata franzese, giacchè il duca di Vandomo avea dovuto accorrere al basso Po contro l'armata cesarea, siccome diremo.
Di grandi ed incredibili preparamenti fece dipoi esso Fogliada, passato sino alla Veneria, per mettere l'assedio a Torino; ma perchè sopraggiunsero ordini dal re Cristianissimo di differire sì grande impresa all'anno seguente, portò egli la guerra altrove. Avea questo general franzese molto prima, cioè nel dì 10 di marzo, obbligata a rendersi la picciola città di Villafranca sulle rive del Mediterraneo. Lasciato poscia un blocco intorno a quella cittadella, che poi si arrendè nel dì primo di aprile, andò ad aprir la trincea sotto la città di Nizza. Se ne impadronirono i Franzesi, ma non vedendo maniera di forzare quel castello, l'abbandonarono di poi con rovinare le fortificazioni. Da che queste furono alquanto ristorate dal marchese di Caraglio governatore, sul principio di novembre comparve colà di nuovo con forze maggiori il duca di Berwich, ed entratovi nel dì 14 di esso mese, si accinse poi a far giocare le batterie contra di quel castello, il quale non meno pel sito che per le fortificazioni atto era a far buona resistenza. Aveano, per non so qual ordine male inteso, i Franzesi ritirata la lor guarnigione da Asti verso la metà d'ottobre. Vi accorse tosto il maresciallo di Staremberg, e piantò quivi il suo quartiere. Tanto ardire non piacendo al duca della Fogliada, andò ad accamparsi in quei contorni; con poca fortuna nondimeno, perchè usciti gli Alemanni con tal bravura li percossero, che vi restò ucciso il general franzese conte d'Imercourt con alquante centinaia de' suoi; laonde fu giudicato miglior consiglio il ritirarsi. Verso la metà di dicembre la fortezza di Monmegliano in Savoia, vinta non dalla forza ma da un ostinato blocco d'un anno e mezzo, si trovò in fine obbligata a capitolare con condizioni onorevoli. Per ordine poi del re Cristianissimo ne furono smantellate tutte le fortificazioni. Così andavano moltiplicando le perdite e sciagure addosso al duca di Savoia, il quale non avea cessato di tempestare la corte di Vienna e le potenze marittime per ottenere gagliardi soccorsi.
Con occhio certamente di compatimento miravano gli alleati l'infelice positura di questo sì fedele sovrano; e però fu presa la risoluzione di rispedire in Italia con forze nuove il principe Eugenio, in cui concorrendo un raro valore e saper militare, e di più la stretta attinenza di sangue colla real casa di Savoia, si potea perciò da lui promettere ogni maggiore studio per la causa comune. Ma non gli furono consegnate forze tali, che potessero per conto alcuno competere colle franzesi. Ne presentì la venuta il duca di Vandomo; e per assicurarsi che egli non pensasse alla da tanto tempo bloccata Mirandola, ordinò che il signor di Lapurà tenente generale degli ingegneri alla metà d'aprile passasse ad aprir la trincea sotto quella fortezza. Benchè si trovasse fornito di tenue presidio il conte di Koningsegg ivi comandante cesareo, pur fece una bella difesa sino al dì 10 di maggio, in cui si arrendè co' suoi prigioniere di guerra. Arrivò in questo mentre in Italia il prode principe Eugenio; e da che ebbe raunato un sufficiente corpo d'armata, costeggiando il lago di Garda, giunse a Salò. Quivi fu egli indarno trattenuto dalla opposta nemica armata, perchè seppe aprirsi il passo al piano della Lombardia, e far poi molti prigioni dei nemici. A Cassano sul fiume Adda si trovarono poscia a fronte le due nemiche armate nel dì 16 di agosto, e vennero a giornata campale. Erano maestri di guerra i due generali, piene di valoroso ardire le truppe di amendue, e però ciascuna delle parti menò ben le mani, ma con lasciare indecisa la vittoria, avendo la notte posto fine agli sdegni. Si studiò poi ciascuna delle parti, secondo il privilegio dei guerrieri, di fare ascendere a più migliaia la mortalità de' nemici, e tanto meno la propria, di modo che si intesero da lì a poco intonati due contrarii Te Deum. Forse maggiore fu la perdita dei Franzesi, ma certo compensata dell'avere i Tedeschi compianta la morte di più loro generali, oltre a quella del principe Giuseppe di Lorena. Perchè l'uno e l'altro esercito restò infievolito da sì copioso salasso, pensò di poi più al riposo che ad ulteriori militari fatiche, ed altra impresa non succedette pel resto dell'anno in quelle parti.
Anche nell'alto Reno, alla Mosella e al Brabante non mancarono azioni militari e sanguinose, e fra queste specialmente rimbombò l'avere il milord Marlboroug forzate, nel dì 19 di luglio, le linee franzesi del Brabante, con far prigioni circa mille e cinquecento Gallispani, fra i quali due generali, e con prendere alquanti cannoni, bandiere, stendardi e qualche parte del bagaglio. Lo strepito nondimeno maggiore della guerra fu in Ispagna. Qualche picciolo acquisto fecero i Portoghesi, assistiti dagli Anglolandi. Assediarono anche Badaios; ma entrato colà un buon soccorso di Spagna, meglio si stimò di lasciare in pace quella città. All'incontro la potentissima flotta combinata degl'Inglesi ed Olandesi con gente da sbarco, e collo stesso re Carlo III in persona si presentò davanti Barcellona. Al nome austriaco in gran copia concorsero colà i Catalani armati: dal che rinvigoriti gli Anglolandi formarono, l'assedio di quella città, e ne furono direttori il principe di Darmstadt e il milord Peterboroug. Dopo essersi gli assedianti impadroniti de' forti del Mongiovì, nella quale impresa quel valoroso principe lasciò la vita, strinsero maggiormente la città, e finalmente indussero, sul principio d'ottobre, il vicerè Velasco a capitolare, con accordargli tutti gli onori militari. Ma andò per terra la capitolazione, perchè prima di effettuarla si mosse a sedizione il popolo di Barcellona, e v'entrarono gli Austriaci, accolti con festosi ed incessanti viva. L'acquisto della capitale fu in breve seguitato da Lerida, Tarragona, Tortosa, Girona ed altri luoghi della Catalogna. Tumultuarono parimente i popoli del regno di Valenza, e questa città con Denia, Gandia ed altre terre alzò le bandiere del re Carlo III. Per quanti sforzi facessero nell'anno presente gli Spagnuoli per ricuperare Gibilterra con un pertinace assedio, non furono assistiti dalla fortuna, perchè padroni del mare gli Anglolandi, colà introdussero di mano in mano quante forze occorrevano per la difesa. Nel novembre dell'anno presente avvenne una memorabil rotta del Po sul Mantovano di qua, che rotti gli argini della Secchia e del Panaro, e seco unite quelle acque, recò incredibili danni a tutta quella parte del Mantovano, al Mirandolese, a parte del Modenese, e ad un gran tratto del Ferrarese sino al mare Adriatico. Arrivarono le acque sino alle mura di Ferrara, atterrarono un'infinità di case e fenili rurali, colla morte di gran copia di bestie e di non poche persone.