Non rallentava i suoi pensieri lo zelante pontefice Innocenzo XI per mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia, nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri, perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali, che parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto, acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il santo padre al cardinale Cibò una esatta ricerca, e di fargli pagare con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.

Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone, che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano un asilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi in casa loro. A quella augusta città giunto il marchese del Carpio ambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce, la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu questo affronto che dopo essersi accorto il ministro quanta poca forza avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco, che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue nobili e sante idee.

Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi, poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola, loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno. Terminò intanto i suoi giorni il marchese di castel Rodrigo vicerè di Sicilia, e in luogo di lui prese pro interim quel governo il cardinale Portocarrero. Varie prodezze all'incontro furono fatte in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi. Solo contra di tanti collegati il re Luigi XIV facea tremar tutti, e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè, secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva. Possenti erano gli uffizii di papa Innocenzo XI per dar fine a tante turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperava Carlo II re d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro, portata Laura duchessa vedova di Modena ad abitare in Roma, perchè avendo il giovane Francesco II duca suo figlio prese le redini del governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.


MDCLXXVIII

Anno diCristo MDCLXXVIII. Indiz. I.
Innocenzo XI papa 3.
Leopoldo imperadore 21.

Continuava il suo soggiorno in Roma la cattolica regina di Svezia Cristina, con far divenire il suo palazzo un'accademia di tutti i letterati. Ma non poteva ella più reggere al magnifico trattamento suo fin qui mantenuto, perchè le guerre passate fra i re di Svezia e Danimarca e l'elettore di Brandeburgo aveano portato non lieve eccidio alle rendite ch'ella s'era riserbate nella Pomerania. Ebbe ella ricorso al sommo pontefice, implorando il suo aiuto; nè indarno l'implorò, perchè il santo padre le fece assegnare una pensione annua di dodici mila scudi, da pagarsi alla medesima dalla camera apostolica. L'anno fu questo in cui ebbe fine la ribellion di Messina, e l'ebbe assai lagrimevole. Trattavasi, come già dicemmo, della pace in Nimega. S'avvide il re Cristianissimo che gli era forza di abbandonar la Sicilia: tante premure ne faceano gli Olandesi, non che gli Spagnuoli. Però volendo risparmiare le tante spese che gli costava il mantenimento di Messina, città che già s'avea da abbandonare, non volle aspettare il tempo della pace, ed improvvisamente spedì ordine al maresciallo della Fogliada, il quale era stato spedito colà con richiamarne il duca di Vivona, che immediatamente con tutti i suoi se ne tornasse in Francia. Dopo avere il maresciallo imbarcata quasi tutta la sua gente col pretesto di voler fare un'impresa, portò questa dolorosa nuova al senato, e rimise ai Messinesi le guardie di tutte le fortezze. Indarno fu pregato di sospendere per un po' di tempo la sua partenza. Rispose essere così pressanti gli ordini suoi, che gli conveniva far vela in quel giorno, offerendo nondimeno di ricevere nelle navi chiunque dei Messinesi volesse far partenza con lui. Uscito ch'egli fu di quel luogo, furono molti di parere che bisognava trucidar quanti Franzesi ivi erano, e voltare il cannone contro le lor navi, e mandarle a fondo. Ma a sì bestial consiglio prevalse quello dei timidi e saggi. Però ad altro non pensarono i nobili e popolari, ch'erano stati più caldi nella ribellione, che di sottrarsi all'ira e vendetta degli Spagnuoli, da loro riguardati come gente implacabile. Che terribile scena, che compassionevole spettacolo fu mai quello! che urli, che singhiozzi, che lagrime! Ben sette mila persone andarono per imbarcarsi con somma fretta, perchè non più di quattro ore fu loro dato di tempo. Chi lasciava moglie e figliuoli indietro, chi seco menava la famiglia tutta, portando quel poco di meglio che poteva, ed altri nulla prendendo: tanta era la loro ansietà d'imbarcarsi. Infatti due mila, gridando invano misericordia, ne restarono in terra, perchè il maresciallo, per timore di troppo carico fece sciogliere le vele, e se ne andò.

Ciò fatto, quella città che prima avea da sessanta mila abitanti, a ragion dei già morti nella difesa, o allora fuggitivi verso la Francia, o precedentemente ricoveratisi altrove, ridotta a sole undici mila persone, trovando sprovvedute di ogni munizion le fortezze, e sè stessa impotente a poter resistere, spedì deputati al governator di Reggio, pregandolo di venire a prenderne il possesso. V'andò egli, nè molto stettero a giugnere colà da Melazzo i duchi di Bornonville e di Conzano colle regie milizie, ai quali furono consegnate le fortezze. Sopraggiunse dipoi anche il nuovo vicerè don Vincenzo Gonzaga, che rallegrò l'infelice popolo con pubblicare un perdon generale finchè venissero gli ordini della corte di Madrid. Vennero questi, e pieni di fierezza. Cioè furono confiscati i beni di chiunque era fuggito; privata d'ogni privilegio la città, distrutte case, piantate memorie infami della ribellione; bandito chiunque avea cariche dai Franzesi, con altri rigori che io tralascio: tali certamente che quella illustre città per gran tempo rimase uno scheletro, nè mai più ha potuto rimettere le penne, perchè circa trenta mila Messinesi passati ad abitare in Palermo, e quivi abituati, non vollero più mutar soggiorno. E tuttochè la benignità del regnante ora Carlo re di Sicilia, compassionando lo stato di sì bella città, abbia slargata la mano in beneficarla, difficil cosa è che mai torni al suo antico splendore, e massimamente dacchè è rimasta affatto spopolata di nuovo per l'ultima peste. Ora non si può dire in quante ingiurie e villanie prorompessero i Messinesi contro la nazion franzese e contra del re Luigi XIV, chiamandolo dappertutto ad alte voci un principe senza fede, un traditore, un mostro d'inganni, e che niun più in avvenire avea da fidarsi di promesse franzesi, per aver egli lasciato quel popolo in preda all'indiscrezione e vendetta degli Spagnuoli, senza procurar loro, o almen permettere, che gli stessi Messinesi si procacciassero prima qualche indulgenza e miglior condizione dal re Cattolico. Nè ammettevano per legittima scusa il dirsi da' Franzesi, avere i Messinesi fatto credere in Francia che dava loro l'animo di far ribellare Palermo e tutto il regno; perchè somiglianti promesse sapea ben valutare per quel che pesavano l'accorto gabinetto di Francia; nè già esso si mosse per questo ad abbracciar la difesa di Messina, ma sì bene per valersi di quel troppo credulo popolo a battere gli Spagnuoli, finchè così portasse il proprio interesse.

Qual poi fosse il fine dei poveri Messinesi condotti in Francia, eccolo. Furono dispersi per varie città, e mantenuti per un anno e mezzo alle spese del re; poscia obbligati sotto pena della vita ad uscire di quel regno con tanto danaro da far viaggio fino ai confini. Laonde si ridussero anche persone nobili a mendicare il vitto; altri divennero banditi, cioè assassini di strada; e circa mille e cinquecento dei più disperati passarono in Turchia, e rinegarono la fede: Più di cinquecento altri con passaporti degli ambasciatori spagnuoli se ne ritornarono alla patria, credendosi ben in sella; ma, a riserva di quattro, gli altri dal vicerè marchese de las Navas furono condannati alla forca od al remo. Se poi fosse più lodevole ed utile sì gran rigore, oppure qualche misura di clemenza verso un popolo che s'era punito da sè stesso, lo deciderà chi ha più senno di me. Erano tuttavia in piedi i trattati di pace nel congresso di Nimega, quando il re Luigi XIV, per migliorar le sue condizioni, andò nel furore del verno a impadronirsi di Gante e d'Ipri. Poi si diede a maneggiar con tante arti gli spiriti olandesi, adescandoli specialmente colla restituzione dell'importante piazza di Mastrich, e con altri vantaggi che li ridusse a far seco una pace particolare, la quale fu stipulata nel dì 10 di agosto. Curiosa cosa fu il vedere che Guglielmo principe d'Oranges fingendo di nulla saper di quella pace, o sapendolo, per altri suoi motivi andò all'improvviso ad assalire l'armata franzese comandata dal duca di Lucemburgo, che allora assediava la città di Mons. Restò indecisa la vittoria; ma gran sangue costò all'una parte e all'altra il combattimento. Allora fu che gli Spagnuoli furono forzati a dar mano alla pace, riuscita ben diversa dalle precedenti lor lusinghiere speranze; perciocchè in mano del re Cristianissimo restarono la Franca Contea, Valenciennes, Bouchain, Condè, Ipri, Santo Omer, Cambrai ed altri luoghi. Le altre terre conquistate tornarono alla Spagna. Fu sottoscritta questa pace nel dì 17 di settembre in Nimega; e se riuscisse disgustosa agli Spagnuoli, non occorre a me di dirlo. Non si pose per questo fine alla guerra dell'imperadore e di altri collegati contro la Francia; ma dappoichè era riuscito ai Franzesi di staccar dalla lega Olandesi e Spagnuoli, eglino maggiormente alzarono la testa, e non poco si pensò ad ottenere una sospension d'armi, tanto che si trovasse maniera di condurre anche questi altri ad una intera pace.