MDCLXXIX

Anno diCristo MDCLXXIX. Indizione II.
Innocenzo XI papa 4.
Leopoldo imperadore 22.

Trionfò maggiormente in quest'anno Luigi XIV re Cristianissimo con dar la pace al resto de' principi già confederati contra di lui, e con darla da vincitore, cioè colle condizioni che a lui piacquero, e che gli altri furono necessitati ad accettare; giacchè scorgevano mancar loro la forze per continuar la guerra soli contra di un re a cui tutta la dianzi gran lega non avea potuto resistere. Però l'imperadore Leopoldo nel dì 5 di febbraio per mezzo de' suoi plenipotenziarii in Nimega stabilì pace con esso re di Francia, cedendo a lui Friburgo, e ritenendo in suo potere Filisburgo. Sì dura legge fu ivi prescritta a Carlo duca di Lorena, tuttochè marito della fu regina di Polonia, sorella d'esso Augusto, ch'egli amò meglio di nulla ottenere per essa pace, che di far qualche guadagno con approvarla. Di grandi proteste furono anche fatte contra d'essa pace da altri sovrani, delle quali si può credere che ridesse il re di Francia. Seguirono poscia altre pacificazioni fra esso re Cristianissimo e il vescovo di Munster; fra la corona di Svezia ed esso re di Francia dall'una parte, e il re di Danimarca e l'elettore di Brandeburgo dall'altra, avendo la potenza della corte gallica talmente sostenuto gl'interessi dello Svezzese suo alleato, che gli fece restituire quanti Stati gli erano stati occupati da' suoi avversarii. In somma non d'altro si trattò in questi tempi che di posar l'armi, e di far fiorire dappertutto dopo tanti flagelli d'una pertinace guerra, la sospirata pace. Ma una sorda guerra intanto si esercitava in Inghilterra contra de' cattolici per una pretesa cospirazione che da quegli eretici e religionarii si attribuiva a chi seguitava la credenza della Chiesa romana: tutte cabale per impedire la succession di quel regno a Jacopo Stuardo cattolico duca di Yorch, dacchè il re Carlo II suo fratello mancava di legittima prole. Fu perciò consigliato esso duca di Yorch di ritirarsi fuori del regno colla duchessa sua consorte Maria Beatrice d'Este, finchè si calmasse la mossa persecuzione contra di loro. Vennero essi all'Haya, e poscia a Brusselles, dove anche si portò la duchessa vedova di Modena, Laura, per visitar la figlia, ed assisterla nel conflitto di quelle tribolazioni. Fermossi dipoi essa duchessa di Modena in Brusselles fino all'anno 1684, per essere più alla portata dei bisogni della suddetta sua figlia.

Godeva intanto anche l'Italia un'invidiabil quiete, ed attendeva il sommo pontefice Innocenzo XI alla riforma del clero e de' costumi, mantenendosi in buona armonia con tutti i potentati. Non mancavano zelanti che lo spronavano a farsi rendere conto dal cardinale Altieri del maneggio suo nel precedente pontificato, per cui si vociferava che avesse patito non lieve discapito anche la camera apostolica. Non vi si potè egli indurre, siccome quegli che non amava, qualora si scoprissero delle magagne in quel porporato, che queste ridondassero in discredito del sacro collegio. E però al tribunale di Dio rimise questo rendimento di conti. Nella corte di Mantova ne' tempi presenti avea la dissolutezza preso un gran piede. Molto prima d'ora al piissimo imperadore Leopoldo erano state portate doglianze della poco lodevol condotta della duchessa vedova Isabella Chiara di Austria sua cugina, e madre del giovine duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga. Per prestarvi rimedio, aveva egli sotto pretesto d'altri affari spedito a Mantova il conte di Vindisgratz con ordine di prendere segrete informazioni. Saggiamente eseguì il conte le sue commissioni, ed avea già concertato di condurre il giovinetto duca e la duchessa a Casale per visitar quella piazza, e di rompere in tal congiuntura senza rumore le tresche passate. Ma, scopertosi il segreto disegno, all'improvviso la duchessa andò a ritirarsi nel monistero di Sant'Orsola, e il conte Bulgarini prese l'abito di San Domenico; e questo bastò per quetar le premure della corte cesarea. Già dicemmo presa in moglie dal suddetto duca Ferdinando Carlo Isabella Gonzaga principessa di Guastalla. Se ne svaghì egli ben tosto, e diedesi in preda ad altri amori, non solo illeciti, ma sconvenevoli anche di troppo alla sua dignità: al qual fine si portava egli di tanto in tanto a Venezia, lasciando ivi la briglia sul collo alle sensuali sue cupidità, che si veggono anche descritte in libri stampati. Avvenne che Ferrante Gonzaga duca di Guastalla suocero suo cessò di vivere, lasciando solamente dopo di sè due figlie. Per essere marito della primogenita, il duca di Mantova volò a prendere il possesso di quegli Stati, reclamando indarno don Vincenzo Gonzaga cugino del defunto duca, ch'era vicerè in questi tempi di Sicilia, ed ordinariamente abitava nel regno di Napoli, dove la sua linea godeva i nobili feudi di Melfi e d'Ariano, credendosi egli chiaramente chiamato dalle investiture cesaree al ducato di Guastalla coll'esclusion delle femmine. Dispiacque non poco questa occupazione ai duchi di Modena e di Parma, e fecero de' forti maneggi a Milano e a Madrid, per sostener le ragioni di don Vincenzo; nè gli Spagnuoli trascurarono questo emergente sulla speranza d'ingoiar essi Guastalla, e contentar poscia esso don Vincenzo con altri Stati nel regno suddetto. Spedirono per questo a Mantova un ministro; ma vi trovarono orecchie sorde. Cominciarono dunque a rallentar la mano pel pagamento del presidio di Casale di Monferrato; del che si dolse il duca alle corti di Vienna e di Madrid. Quindi fu creduto che fin d'allora cominciasse il duca un monopolio per vendere Casale al re di Francia: risoluzione eseguita nei seguenti anni, siccome vedremo.


MDCLXXX

Anno diCristo MDCLXXX. Indizione III.
Innocenzo XI papa 5.
Leopoldo imperadore 23.

Tante imprese, tanti acquisti fatti dal re Luigi XIV nelle passate campagne; lo aver egli data la pace a tanti suoi nemici con tanto suo vantaggio; ridotta la sua potenza e il suo gabinetto formidabile ad ognuno; e portata oramai la Francia ad un'altezza tale, che parea già tendere alla monarchia universale: stupore cagionavano ed encomii riscuotevano da tutti gli amatori di quella gran monarchia. Nè più tardarono i suoi popoli ad accordare il glorioso titolo di Grande ad un re che per tante ragioni ben sel meritava. Ma non mancavano persone che avrebbono desiderato in quel monarca più giustizia e moderazione, senza di che non potea mai tenersi per assai limpido e giusto il titolo suddetto. Bolliva in questi tempi una gran lite tra esso re e la corte di Roma, per aver egli con suo editto stesa la regalia (cioè il preteso diritto di disporre delle rendite e de' benefizii delle chiese vacanti) sopra tutte le chiese di nuova conquista, e sopra altre del regno che non erano mai state sottoposte a questo peso dalla corona di Francia. Pretendeva all'incontro il sommo pontefice Innocenzo XI che questa fosse un'usurpazione manifesta; e tanto più perchè la stessa regalia, tal quale è di presente, s'è andata fondando a forza di abusi, e contro le determinazioni degli antichi canoni. Ma il re Luigi, che stimava aver più forza i suoi cannoni che i sacri canoni, tenne saldo; ed inviò a Roma nell'anno presente il focoso cardinal Etrè, non già per soddisfare il papa, ma per condurlo ad acquetarsi al regio volere. Sostennero anche i vescovi di Francia le pretensioni del re, e scrissero al pontefice con pregarlo di rilasciar su questo punto il rigore de' canoni, giacchè si trattava d'un re che più degli altri promoveva i vantaggi della Chiesa cattolica, spezialmente coll'abbassamento dell'eresia. E ciò scrissero in tempo appunto ch'essi faceano di molte premure a quel potentissimo re per liberar la Francia dal peso degli ugonotti, siccome egli fece dipoi. Queste amarezze fra la corte di Roma ed il re Cristianissimo partorirono, siccome diremo, degli altri sconcerti che diedero di moleste agitazioni allo zelantissimo pontefice di questi tempi. Nè si vuole ommettere, che, quando si credeano per la pace di Nimega poste a dormire le spade, i fucili e le artiglierie, si risvegliò dalla Francia un'altra specie di guerra; perchè si sviscerarono gli archivii del parlamento di Metz e de' vescovi di quella città, e di Tull e Verdun, e della camera di Brisach, e si fecero muovere infinite pretensioni di feudi e luoghi, o infeudati o alienati o usurpati anticamente; pretensioni, dico, per la maggior parte rancide e distrutte dalla prescrizione, ma che in mano di sì potente re divennero armi di mirabil forza. Se ne dolevano a più non posso gli Spagnuoli, alcuni elettori ed altri confinanti, fra' quali anche il re di Svezia pel ducato di Due Ponti; ma conveniva ad ognuno chinare il capo. Per questa via si mise in possesso il re di varie piazze e paesi nella diocesi de' suddetti vescovati e nella bassa Alsazia; e ne patirono forte gli elettori Palatino e di Treveri, allegando essi indarno le paci precedenti. Giunse in quest'anno esso re Cristianissimo fino a proporre per re dei Romani il Delfino suo figlio, che ne' tempi presenti sposò la principessa Maria Anna Cristina, sorella del giovine elettor di Baviera.

Accadde nella corte di Savoia, parte nell'anno presente e parte nel susseguente, un imbroglio ch'io racconterò tutto in un fiato: imbroglio, dico, di cui non ben si conobbero le circostanze, tale nondimeno che fece grande strepito nelle corti. Avea fin qui tenuto il governo di quel ducato madama reale Maria Giovanna Batista di Nemours, vedova duchessa di Savoia, e fattasi conoscere per una delle più saggie principesse del secolo suo: tanta era stata la sua prudenza e giustizia, e tale la sua costanza in non lasciarsi mai smuovere dall'arti franzesi e spagnuole, per entrare in impegni di guerra. Essendo già il duca Vittorio Amedeo suo figlio pervenuto alla età di quindici anni, pensò ella a provvederlo di moglie. E siccome parte per politica e parte per genio, perchè nata in Francia, si mostrava assai divota di quella corona, così lasciò regolarsi dalle insinuazioni della corte di Parigi, per istabilire il maritaggio del figlio coll'infanta di Portogallo, la quale si credea che, per mancanza di maschi, avesse da ereditar quel regno. Per quante pratiche avesse dianzi fatte il re Cristianissimo a fine di ottenerla in moglie al Delfino suo figlio, non potè conseguire l'intento, avendo avuto più forza i maneggi degli Spagnuoli, ai quali non potea piacere di vedere un giorno unito il regno di Portogallo col troppo potente di Francia. Studiossi dunque la corte di Francia di strignere il trattato di matrimonio fra essa infanta e il giovinetto duca di Savoia, co' fini politici (secondochè fu creduto) di avere in questo principe, se diveniva re di Portogallo, chi fosse ben affetto alla corona di Francia, e di promuoverlo anche al regno di Spagna, qualora il re Carlo II mancasse senza prole: nel qual caso avrebbe egli facilmente compensata l'assistenza de' Franzesi, con cedere loro la Navarra, oppure il ducato di Savoia e del Piemonte. E già erano concluse in Portogallo queste nozze, quando all'improvviso andò tutto in fascio con istupor della gente il concertato maritaggio. De' motivi che tagliarono l'ordita tela parlarono molto gli speculatori de' gabinetti principeschi. Altro non so dir io, se non che i grandi della Savoia e del Piemonte aspramente si dolevano di questo trattato, perchè fatto e sottoscritto senza menoma lor participazione e consenso; e molto più perchè lo consideravano di sommo detrimento a quegli Stati, tanto in riguardo al pubblico che al privato interesse. Però animosamente si presentarono alla duchessa, rappresentandole la dubbiosa eventualità della succession del Portogallo perchè poteano nascere maschi a quel re, ed erano assai forti le pretensioni del re di Spagna su quel regno. Aggiugnevano, che dovendosi mantenere il duca lungi da' suoi Stati, per le grosse somme che annualmente converrebbe somministrargli, tutti diventerebbero poveri. Peggio dipoi avverrebbe per quegli Stati, qualora passasse nel duca la corona di Portogallo, perchè diverrebbero provincie; del che peggio non può avvenire a chi per sua fortuna ha il principe proprio; e che allora la Savoia e il Piemonte, oltre alla disgrazia di rimanere spolpati per le rendite ducali che passerebbono a Lisbona, facilmente ancora andrebbero in preda alla insaziabilità de' Franzesi.

Nulla si profittò con queste querele. Madama reale ne fece consapevoli i Franzesi, e questi si rinforzarono di gente a Pinerolo. Disperati que' nobili aspettarono un dì che la duchessa fosse uscita di città, e, presentatisi al duca Vittorio Amedeo, gl'intonarono le medesime riflessioni, con aggiugnere che si trattava della sua rovina, avendo la madre fatto tutto quel monopolio solamente per soddisfare alla propria ambizione, e poter continuare nella di lui lontananza il suo imperio; e doversi temere che i Franzesi il volessero lungi da' suoi Stati per ingoiarli, o riceverli senza fatica da una principessa che chiudeva in seno un cuor tutto franzese. Restò attonito il giovinetto principe, e dimandò tosto che rimedio vi fosse. Non altro, risposero essi, che di mettere in una fortezza la duchessa, la quale cotanto in pregiudizio del figlio si abusava della sua autorità. E senza dargli tempo di maggiormente riflettere, gli cavarono dalle mani un ordine da lui sottoscritto, benchè colle lagrime agli occhi, per l'arresto della madre. Ritiratosi poi il duca, e ripensando a questo caso, non sapea trovar posa, quando ecco arriva la duchessa al palazzo, e il truova tutto pensoso e malinconico; e chiestone il perchè, il vede prorompere in un dirotto pianto. Tanto colle carezze e coi baci si adoperò la valente duchessa, che gli trasse di bocca il segreto e il pentimento. Però, dopo averlo ben imbevuto del retto suo operare, ordinò che si rinforzassero le guardie del palazzo, mandò a prendere alcune poche compagnie di soldati da Pinerolo, e successivamente fece prendere i principali della congiura, facendo spargere voce ch'eglino avessero tramato di dare in man degli Spagnuoli la persona del duca. Andò poscia in fumo tutto il trattato delle nozze suddette, e fu creduto, che per questa ripugnanza de' popoli si sciogliesse il contratto. Venuto colla flotta portoghese il duca di Cadaval a Nizza nel giugno dell'anno seguente, per condurre in Portogallo il duca Vittorio Amedeo, il trovò per disgrazia infermo, e durò la sua creduta finta indisposizione sino all'ottobre, in cui la flotta portoghese se ne tornò a Lisbona, ed allora il duca di Savoia ricuperò tosto la sua sanità. Ma, a riserva de' ministri, non arrivò alcuno a sapere il netto di quelle risoluzioni. E perciocchè niun processo fu fatto di que' nobili, nè si videro essi punto gastigati, inchinarono molti a credere che tutta quell'orditura fosse un colpo di destrezza di madama reale per rompere il matrimonio promosso con troppa forza da' Franzesi, ma troppo mal veduto dagli Spagnuoli e da' Piemontesi, e ch'ella con questo ripiego si facesse merito colla corte di Spagna, senza perdere per questo la buona armonia con quella di Francia, giacchè in tal congiuntura avea data a conoscere la sua confidenza con essi Franzesi. Nè ci volea meno d'una principessa di gran senno come era questa, per saper navigare fra Scilla e Cariddi. Merita bene che si faccia qui menzione che nel dì 17 d'ottobre di quest'anno venne a morte il conte Raimondo Montecuccoli cavalier modenese, che per tanti anni stato generale dello imperadore, immortalò il suo nome con tante sue segnalate imprese, ed anche colle sue memorie, le quali poi date alle stampe, son riguardate come un capo di opera nel genere suo per istruzione di chi si applica al mestier della guerra.