MDCLXXXI

Anno diCristo MDCLXXXI. Indizione IV.
Innocenzo XI papa 6.
Leopoldo imperadore 24.

La pace della Francia coi potentati cristiani non valea meno della guerra al re Luigi XIV ne' tempi presenti. Il terrore dell'armi sue, che dopo le passate sperienze faceano tremare tutti i confinanti, prestava tal forza ad ogni sua pretensione, che niuno osava di contraddire, se non con parole e proteste inutili, mentre esso re Cristianissimo operando di fatto, e con isfoderar sole decrepite pergamene, e con interpretare in suo favore le paci antecedenti, si andava a mettere in possesso dei paesi ch'egli pretendeva a sè dovuti. Però in quest'anno ancora diede varie pelate agli Spagnuoli nella Fiandra e nel Lucemburghese. Arrivò fino a pretendere di sua ragione Lucemburgo stesso. Indarno strepitavano i ministri di Spagna e dell'imperadore. La luna seguita a far suo viaggio, senza mettersi pena dell'abbaiar de' cani. Nella stessa guisa trattava egli Innocenzo XI, pontefice costante in sostenere i canoni e i diritti della Chiesa, che non volea cedere per le controversie della regalia. Vero è che il cardinale di Etrè rilevava nella corte romana i meriti singolari del re Luigi, che in questi tempi promoveva a tutto potere nei suoi regni la religione cattolica colla depressione della mala razza degli ugonotti, ai figliuoli dei quali, giunti che fossero all'età di sette anni, fu permesso di abbracciar la fede della Chiesa romana. Ma, oltre al sapersi che anche per motivi politici il re era dietro a sterminar quegli eretici, non conveniva già ch'egli si facesse pagare per questo atto pio con altri atti pregiudiciali alle chiese. Quel nondimeno che maggiormente sorprese ognuno in questi tempi, fu il segreto felicissimo maneggio della corte di Francia per impadronirsi di Strasburgo, ossia di, Argentina, capitale dell'Alsazia, una delle più belle, delle più forti, delle più ricche città di Europa, e repubblica allora di protestanti. Ciò che non possono parole, persuasive e ragioni, lo sa fare infine l'oro ben adoperato dal gabinetto franzese. Con questo si espugnarono prima gli animi dei principali di quella città, e poscia coll'apparenza della forza; giacchè all'improvviso essendosi portate sotto la medesima piazza numerose schiere e squadroni di Franzesi, giunse il re Cristianissimo ad impossessarsi nel fine di settembre di quell'importante città, e di rimettervi l'esercizio della religione cattolica, senza pregiudizio dei privilegii della protestante. Riuscì ben disgustoso a Cesare e ai principi della Germania questo colpo, ma ne esultò in Roma ed altrove qualsivoglia vero amatore del cattolicismo; e gran plauso ne riportò l'industria del re, che senza adoperar la violenza unì un sì nobile acquisto al suo dominio.

Nel medesimo tempo un altro colpo di non minore riguardo venne fatto in Italia da quel monarca, la cui indefessa vigilanza, aiutata da un insigne primo ministro, cioè dal marchese di Louvois, si stendeva dappertutto. Era gran tempo che esso re amoreggiava la città e fortezza di Casale di Monferrato, posseduta, come vedemmo, in altri tempi dall'armi franzesi. Accadde che Ferdinando Carlo duca di Mantova cominciò a risentir delle amarezze contro gli Spagnuoli, che gli contrastavano il dominio di Guastalla, con sostener le ragioni di don Vincenzo Gonzaga, a cui esso duca ingiustamente aveva usurpato quel ducato. Non era egli men disgustato della corte di Vienna, perchè Carlo duca di Lorena, al vedere il Mantovano mancante di prole, non solamente per le ragioni della regina Leonora di Austria sua moglie cominciò a muovere delle pretensioni sul Monferrato, ma anche, vivente esso duca Ferdinando, cercava di entrarne in possesso. Pertanto cadde in pensiero al suddetto duca di Mantova di armarsi colla protezion della Francia contra degli Austriaci. Ercole Mattioli Bolognese, suo confidente, quegli fu che in Venezia mosse parola coll'abbate di Strada, ambasciatore del re Cristianissimo, d'introdurre in Casale presidio franzese, e l'ambasciatore non tardò ad informare ed invogliar la corte di questo boccone. Succederono dipoi varie commedie in esso affare. Imperciocchè, avendo spedito il duca a Parigi esso Mattioli, non con altro fine, siccome egli protestava, che per far paura agli Austrici, costui, valendosi d'un mandato che non si stendeva a Casale, stabilì con quella corte le condizioni della consegna della cittadella d'essa città. Penetrarono gli Spagnuoli questo segreto, e colle buone e colle brusche indussero il duca a riprovar l'operato del suo ministro. E infatti, o perchè dal Mattioli fosse veramente stato tradito, o perchè si fosse pentito del patto imprudente fatto, sopra di lui voltò tutta la colpa; e fu anche preteso ch'esso Mattioli, in passando per Milano, con rilevar quel fatto al governatore, avesse toccato un regalo di cinquecento scudi d'oro. Il bello fu che contuttociò fu egli con titolo d'inviato spedito a Torino, ma lasciatosi attrappolar dai Franzesi, che il chiamarono a Pinerolo, quivi terminò i suoi giorni in una prigione.

Seguitò nulladimeno il re Cristianissimo a pretendere che si eseguisse il concordato suddetto, ed inviò a Mantova il signor di Gaumont per incalzare il duca, il quale all'incontro spedì l'abbate di Santa Barbara a Parigi per placare sua maestà, facendole conoscere di non essere tenuto ad un contratto troppo irregolarmente stipulato da un infedel ministro. Finalmente nell'anno presente d'ordine del re venne a Mantova l'abbate Morello, e contuttochè i ministri dell'imperadore e di Spagna non omettessero diligenza alcuna per iscavalcarlo, pur seppe trovar maniera di vincere il punto. Fama corse ch'egli guadagnasse con regali i consiglieri del duca, e molto più coll'esibizione di cinquecento mila lire di Francia il duca medesimo, il quale, scialacquando le sue rendite in mille sfoghi d'intemperanza di lusso, di sgherri, di musici, musichesse e buffoni, non ostante che vendesse tuttodì titoli di marchese e conte, privilegii ed esenzioni a chiunque ne volea, si trovava per lo più in necessità di danaro. Fatto segretamente il contratto in Mantova, o pure in Parigi, dal marchese Guerrieri ministro del duca, se ne vide tosto l'effetto. Erano calati nella state in gran copia i Francesi a Pinerolo. Fu chiesto il passo al duca di Savoia Vittorio Amedeo, uscito già di minorità; ed ottenutolo, il marchese di Bouflers si mosse colla vanguardia di circa quattro mila cavalli, e gli tenne dietro il signor di Catinat con otto mila fanti. Nel dì 30 di settembre il Bouflers arrivò a Casale, e fece la chiamata alla cittadella, che non si fece pregare a rendersi con uscirne la guernigione italiana di secento uomini. Sopraggiunse poi la fanteria franzese, che entrò nella città, ma non tardò poscia a ritornarsene in Piemonte, restando governatore della cittadella il Catinat, e il governo civile in mano del duca di Mantova. Ancorchè ad alcuni principi d'Italia non dispiacesse il mirare in man dei Franzesi l'importante piazza di Casale, perchè questa serviva di briglia agli Spagnuoli, soliti in addietro a voler dar la legge ad ognuno; pure sommamente detestarono questa viltà del duca di Mantova per altri motivi la corte di Savoia e la veneta repubblica; e molto più ancora l'imperadore e il re Cattolico. Ora il duca Ferdinando Carlo facea mille proteste, che contro sua volontà era seguito il fatto; che i suoi ministri l'aveano tradito; fece anche mettere prigione il marchese Guerrieri, benchè poi questa prigionia poco durasse. In oltre detto fu ch'egli in Venezia giurasse sull'ostia sacra di non aver per Casale tirato un soldo dalla Francia: proteste nondimeno che ebbero la disgrazia di non trovar fede presso i più, e meno presso i saggi Veneziani, i quali da lì innanzi il disprezzarono, gli tolsero il commercio coi lor nobili, e alla di lui gente negarono ogni rispetto ed esenzione; ancorchè egli non lasciasse per questo di portarsi a Venezia nei tempi di carnevale a procacciarsi la gloria di superar tutti nella ricerca de' piaceri.


MDCLXXXII

Anno diCristo MDCLXXXII. Indiz. V.
Innocenzo XI papa 7.
Leopoldo imperadore 25.

Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi formidabile a tutti. Il maresciallo duca di Crequì, d'ordine del re Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più) correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar la guerra alla Francia. A questo affronto, proveniente da quella canaglia, si mosse lo sdegno del re Luigi; e però contra di loro inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno seguente il resto del gastigo.