MDCCXXXIV

Anno diCristo MDCCXXXIV. Indiz. XII.
Clemente XII papa 5.
Carlo VI imperadore 24.

Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un compendioso racconto. Erano in armi contro dell'Augusto Carlo VI Franzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia: e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'elettor di Sassonia al conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla depressione del re Stanislao. Se mai per sorte con sì belle sparate si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero il braccio alla difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno, non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de' mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini, perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone. Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.

In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la resa con andarsene liberi que' presidii alla volta di Mantova. Allora fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova. Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio, e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi; solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per capitan generale della loro armata veniva il maresciallo conte di Mercy. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose, e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve, che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia. Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco. Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò miglioramento, continuò egli nel comando.

Trovandosi troppo vicino a questo incendio Rinaldo d'Este duca di Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio, nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio presidio; ma non tardò il duca di Liria generale spagnolo nel dì 15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente, che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il generalissimo re di Sardegna Carlo Emmanuele spedì il nerbo delle sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua, stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi. Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battaglia conte di Ligneville Lorenese pel Po con una man d'armati alla riva opposta in faccia alla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati, e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non pensarono che a mettersi in salvo.

Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca, luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono; e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara, e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito frattanto il general Mercy a Padova, per isperanza di riportare da quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio di giugno con un grosso distaccamento si portarono colà; disperata difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri, nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò lode il principe Luigi di Wirtemberg, comandante allora pro interim dell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e solamente molto danno loro produsse.

Da che fu ritornato da Padova il maresciallo di Mercy, non v'era chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta. Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore, sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli (giacchè troppo difficile era l'assalire il campo contrario nelle linee ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città, e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata, in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si trovava più il maresciallo di Villars, perchè la sua soverchia età gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine, da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario. Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni, ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimo Carlo Emmanuele re di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito gallo-sardo i due marescialli di Coigny e di Broglio, o sia che le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.

All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla custodia dei passi, e tutta la fanteria non fosse peranche giunta, pure attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici. Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii, ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno. Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette, fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principe Luigi di Wirtemberg, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy, non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi, tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e a decampare dai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche lo stesso principe di Wirtemberg.

Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de' regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo. Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San Benedetto. Avea nella precedente primavera il maresciallo di Villars pensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena, sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche per istendere le contribuzioni in questo paese: mestiere favorito dai monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi, quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico. Per quante esibizioni facesse il duca Rinaldo di sicurezze ch'egli guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale, e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio. Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe ereditario Francesco suo figlio e la principessa consorte s'erano molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a Parigi.

Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto comparve alle porte di Modena il marchese di Maillebois, tenente generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione, restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità Estensi. Divennero in oltre essi Stati il teatro della guerra, tenendo i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena, Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti. Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il maresciallo conte Giuseppe di Koningsegg, signore di gran senno, che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzese conte di Broglio con parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia. Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere. Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata, restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo, tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio, la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni, vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e non avessero trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali, custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono agl'imperiali.