Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o pure per risoluta volontà del maresciallo di Koningsegg. Giudicarono alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa, che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi, determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti. Al primo avviso il re sardo, che si trovava di là dal Po, corse a rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principe Luigi di Wirtemberg andasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti, la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria, e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere che il marchese di Maillebois, durante la battaglia suddetta, con tre mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non pensò che a tornarsene indietro.

Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi nella Mirandola che lo scarso presidio di trecento Alemanni con poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto per tale impresa il suddetto tenente generale Maillebois, uomo di grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì 12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie, che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici, chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore ed altri luoghi. E al principe di Sassonia Hildburgausen riuscì con finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali imprese terminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.

Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo, tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide il conte don Giulio Visconti, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma, per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse. Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione del conte di Montemar, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella volta si mosse da Parma anche il real infante don Carlo; ed essendo nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze. Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico alloggio in altre parti. Anche il duca di Liria, raccolte le truppe spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15 passarono sopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale contro la corona di Spagna.

Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali, Caraffa Italiano e Traun Tedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo, che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto. Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse con ordine tutto contrario. Avea il conte don Giulio Visconti vicerè preventivamente inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9 d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10 fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione. Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese Castel Nuovo.

Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante reale don Carlo fra le incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto inclinato alla clemenza, avea da portar quella corona in capo. In fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto, in cui il Cattolico monarca Filippo V dichiarava questo suo figlio re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan generale spagnuolo, cioè il conte di Montemar, a fin di prevenire il loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente che il principe di Belmonte marchese di San Vincenzo, comandante di quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà il giovine re don Carlo, ed allora l'esercito aprì la trinciera. A tale assedio comparve anche Carlo Odoardo principe di Galles, primogenito del cattolico re Giacomo III Stuardo, che fu accolto dal re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.

Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli, siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa, per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna. Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina, i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchè il principe di Lobcovitz comandante avea ritirati i presidii dai castelli di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella, difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani e Siracusa furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di Spagna. Entro v'era il general conte Traun, che si sostenne sempre con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco tutto il regno di Napoli all'ubbidienza del re Carlo, a cui nel presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano, dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di disertare.

Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29 di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel resto dell'anno le sollevazioni e le azioni militari con varia fortuna in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna, e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione del cardinal Coscia, che restò liberato dalle censure già promulgate contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo. Un insigne regalo fece il pontefice Clemente XII al Campidoglio, con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche fatta dal cardinale Alessandro Albani, ed acquistata dalla santità sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere, dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi. Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse, e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare l'ormai vecchio principe Eugenio di Savoia ripigliò l'usbergo, e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai marescialli e duchi di Bervich e Noaglies, e l'altro dal marchese d'Asfeld, che quasi il presero in mezzo. Gran lode riportò il principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio. Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddetto duca di Bervich della real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se n'ebbero a pentire.


MDCCXXXV

Anno diCristo MDCCXXXV. Indiz. XIII.
Clemente XII papa 6.
Carlo VI imperadore 25.