Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e a Londra il principe Wenceslao di Lictenstein, per promuovere quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime. Trovossi nel re Giorgio II e nei parlamenti d'Inghilterra tutta la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio, finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed altro perciò non si potè ottenere, se non che le provincie unite puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega, col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina, venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo la corte di Vienna i suoi negoziati con Carlo Emmanuele re di Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare in essa Italia. Perciocchè per conto della repubblica di Venezia ben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità. Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del 1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al duca Vittorio Amedeo suo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò di spogliarlo d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi dunque il re Carlo Emmanuele a maneggiare gli affari suoi colla regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di stringere qualche partito.

Durante l'anno presente il pontefice Benedetto XIV, il cui cuore non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici, siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre, provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri, coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti. Nel dì 17 di giugno dell'anno presente diede fine al suo vivere il doge di Venezia Luigi Pisani, stimatissimo per le sublimi e rare sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto mese, il cavaliere e procuratore Pietro Grimani, personaggio di gran saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita. Questa fu Elisabetta Teresa sorella di Francesco duca di Lorena, e regnante gran duca di Toscana, e moglie di Carlo Emmanuele re di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti, perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore. Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro, ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti viventi del suo matrimonio.

Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di Modena Ercole Rinaldo d'Este, figlio del regnante duca Francesco III, colla principessa Maria Teresa Cibò, che per la morte di don Alderano duca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita fin qui l'esecuzione di questo maritaggio; ma finalmente se gli diede compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento da don Carlo Filiberto d'Este, marchese di San Martino, e principe del sacro romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la duchessa Carlotta Aglae d'Orleans, i quali andarono ad incontrarla a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta. Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla all'infante di Spagna don Filippo genero del re Cristianissimo. La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior conseguenza, richiamò il marchese di Maillebois colle sue truppe in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi, che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima, non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori forze della Russia.


MDCCXLII

Anno diCristo MDCCXLII. Indizione V.
Benedetto XIV papa 3.
Carlo VII imperadore 1.

Più d'un anno correva che restava vacante il seggio imperiale, non tanto per li diversi interessi ed inclinazioni degli elettori, quanto per la disputa insorta intorno al voto della Boemia, il quale veniva contrastato o negato da chi o per amore o per forza seguitava le istruzioni della Francia, per essere caduto quel regno in donna, cioè nella regina d'Ungheria Maria Teresa d'Austria. Ma da che Carlo Alberto duca ed elettor di Baviera si fu impadronito di Praga capitale d'essa Boemia, e nel dì 19 del precedente dicembre si fece prestare omaggio dai deputati ecclesiastici e secolari delle città boeme, forzate fin qui alla sua ubbidienza: si procedè finalmente nella città di Francoforte all'elezione di un nuovo imperadore nel dì 24 di gennaio dell'anno presente. Concorsero i voti degli elettori nella persona del suddetto elettore di Baviera, che da lì innanzi fu intitolato Carlo VII Augusto. Contro di tale elezione la regina d'Ungheria non lasciò di far le occorrenti proteste. Comparve poscia in quella città il novello imperadore nel dì 31 del mese suddetto, accolto con incredibil magnificenza, e nel dì 12 di febbraio seguì la suntuosa funzione dell'incoronamento suo. Susseguentemente nel dì 8 di marzo con gran solennità fu coronata imperadrice de' Romani l'Augusta Maria Amalia d'Austria consorte del nuovo imperadore. Non si potea vedere in più bell'auge l'elettoral casa di Baviera, giunta dopo più secoli a riavere il diadema imperiale, divenuta padrona del regno di Boemia e di parte dell'Austria, ed assistita dalla potentissima corte di Francia. O prima d'ora, o in queste circostanze, si trovò in tal costernazione la corte austriaca per sentirsi sola e abbandonata in questa gran tempesta, e dopo aver perduto tanto, in pericolo ancora di perdere molto più, se non anche tutto, che nel suo consiglio persona vi fu che stimò bene di persuader la pace anche col sacrifizio della Boemia. Fu questa una stoccata al cuore della regina. Altro consigliere poi si fabbricò un buon luogo nella grazia della maestà sua per l'avvenire coll'animare il di lei coraggio, e conchiudere che si avea a fare ogni possibil resistenza, confidando nella protezione di Dio per la buona causa, e col mostrare a quali vicende sia sottoposta la fortuna anche de' più potenti. In fatti si allestì un buon armamento, si uscì in campagna, e molto non tardò a venir calando cotanta felicità del Bavaro Augusto. Imperocchè avendo la regina ammanite molte forze coi vecchi suoi reggimenti, e colla giunta di gran gente accorsa dall'Ungheria: sul principio del presente anno il gran duca Francesco suo consorte col general comandante conte di Kevenuller, governatore di Vienna, dopo avere ricuperato le città di Stair ed Eens, andò a mettere l'assedio alla città di Lintz. Nello stesso tempo s'impadronirono gli Austriaci di Scarding, e nel dì 16 o pure 17 di gennaio diedero una rotta ad un grosso corpo di Bavaresi condotto sotto quella piazza dal maresciallo bavarese conte Terringh. La città di Lintz, benchè fornita d'un presidio consistente in più di sette mila Gallo-Bavari, pure nel dì 23 dello stesso mese si arrendè con patti onorevoli, essendo restata libera la guarnigione, ma con patto di non prendere per un anno l'armi contro la regina d'Ungheria: patto che fu poi per alcune ragioni mal osservato. Ciò fatto, furiosamente entrarono gli Austriaci nella Baviera. Braunau e Passavia furono costrette ad arrendersi: il terrore si stese fino a Monaco capitale d'essa Baviera, la quale, mancando di fortificazioni e di gente che la potesse sostenere, nel dì 13 di febbraio con condizioni molto oneste venne in potere degli Austriaci. Ed ecco quasi, a riserva d'Ingolstad e di Straubinga, la Baviera sottomessa alla regina d'Ungheria, ed esposta alla desolazione portata dall'armi vincitrici, cioè i poveri popoli condannati a far penitenza degli alti disegni del loro sovrano. Mancò intanto di vita in Vienna l'augusta imperadrice Amalia Guglielmina di Brunsvich, vedova dell'imperador Giuseppe. Il dì 10 di aprile fu quello che la condusse a godere in cielo il premio dell'insigne sua saviezza e pietà, di cui anche resta in essa città un perenne monumento nel religiosissimo monistero delle salesiane da essa fondato e dotato, e la di lei Vita data alla luce per decoro della cattolica religione.

Cominciarono in questi tempi ad udirsi in armi Ungheri, Panduri, Tolpasci, Anacchi, Ulani, Valacchi, Licani, Croati, Varasdini ed altri nomi strani, gente di terribile aspetto, con abiti barbarici ed armi diverse, parte di loro mal disciplinata, atte nondimeno tutte a menar le mani, e spezialmente professanti una gran divozione al bottino. Parve in tal occasione che nei tempi passati non avesse conosciuto l'augusta casa d'Austria di posseder tante miniere d'armati, essendosi ella per lo più servita delle sole valorose milizie tedesche, e di qualche reggimento di Usseri e Croati. Seppe ben la saggia regina d'Ungheria prevalersi di tutte le forze de' suoi vasti Stati; e con che vantaggio, lo vedremo andando innanzi. Continuò di poi la guerra non meno in Boemia che in Baviera fra i Gallo-Bavari e gli Austriaci, nel qual tempo ancora proseguirono le ostilità fra questi ultimi e il re di Prussia nella Slesia. Dacchè l'esercito della regina d'Ungheria si trovò sommamente ingrossato sotto il comando del principe Carlo di Lorena, assistito dal maresciallo conte di Koningsegg e dal principe di Lictenstein, i Prussiani giudicarono meglio di ritirarsi da Olmutz con tal fretta, che lasciarono indietro gran quantità di viveri e molti cannoni: con che ritornò tutta la Moravia all'ubbidienza della legittima sua sovrana. Trovaronsi poi a fronte nel dì 17 di maggio le due nemiche armate austriaca e prussiana; e il principe di Lorena, che ardeva di voglia di azzardare una battaglia, soddisfece al suo appetito nel luogo di Czaglau. Alla cavalleria austriaca riuscì di far piegare la prussiana; ma perchè si perdè a saccheggiare un villaggio, rimasta la fanteria sprovveduta di chi la sostenesse contro le forze maggiori prussiane, bisognò battere la ritirata, e lasciare il campo in potere de' nemici. Secondo il solito, tanto l'una che l'altra parte cantò maggiori i vantaggi. A udire gli Austriaci, vennero quattordici stendardi, due bandiere e mille prigionieri in loro mani, e la cavalleria nemica restò disfatta. Gli altri all'incontro vantarono presi quattordici cannoni con alcuni stendardi, e fecero ascendere la mortalità e diserzion degli Austriaci a molte migliaia. Da lì innanzi si cominciò ad osservare una inazione fra quelle due armate, finchè si venne a scoprire il mistero; e fu perchè nel dì 11 di giugno riuscì al lord Indfort, ministro del britannico re Giorgio II, di stabilir la pace fra la regina d'Ungheria e il re di Prussia, a cui restò ceduta la maggior parte della grande e ricca provincia della Slesia; essendosi ridotta a questo sacrifizio la regina per li consigli della corte d'Inghilterra, e per la brama di sbrigarsi da sì potente nemico. Questo accordo, conchiuso in Breslavia, siccome sconcertò non poco la corte di Francia e del bavaro imperadore Carlo VII, così servì ad essa regina per risorgere ad accudir con più vigore alla resistenza contro gli altri suoi poderosi avversarii. Per questa privata pace, che riuscì cotanto fruttuosa a Federigo re di Prussia, anche Federigo Augusto re di Polonia ed elettor di Sassonia saviamente prese la risoluzione di pacificarsi colla stessa regina: al che non trovò difficoltà veruna.

Sbrigate in questa maniera da quel duro impegno l'armi austriache, si rivolsero alla Boemia, e andarono in cerca de' Franzesi. Trovavansi in quelle parti con grandi forze i marescialli di Bellisle e di Broglio. Essendo nondimeno superiori quelle della regina, furono astretti a cedere varii luoghi, e finalmente si ridussero alla difesa della vasta città di Praga. Colà in fatti comparve il principe Carlo di Lorena sul principio di luglio col maresciallo conte di Koningsegg, e con un'armata di più di sessanta mila combattenti. Circa venti mila erano i Franzesi, parte postati nella città, e parte di fuori sotto il cannone della piazza; ma apparenza di soccorso non v'era, nè si fidavano que' generali della copiosa cittadinanza, in cui cuore era già risorto l'affetto verso la casa d'Austria, massimamente dopo aver provato quei nuovi ospiti, secondo il solito, troppo pesanti. Desiderò il Bellisle di abboccarsi o col principe di Lorena o col Koningsegg, e fu compiaciuto da quest'ultimo. Si sciolse la lor conferenza in fumo, perchè avrebbono i Franzesi lasciata Praga, purchè se ne potessero andar tutti liberi coi loro bagagli, laddove pretese il maresciallo austriaco di volerli prigionieri di guerra. Se tanta durezza fosse poi lodata, nol so dire. Certo è che i Franzesi, stimolati dal punto d'onore, si sostennero per più mesi, ed avvennero accidenti, per li quali fu convertito l'assedio in blocco. Ne uscì coi figli il maresciallo di Broglio, e felicemente si salvò. Tornati poscia gli Austriaci a stringere quella città, prese il maresciallo di Bellisle così ben le sue misure, che nel dì 17 di dicembre con circa dieci mila uomini, bagaglio e cannoni da campagna se ne ritirò, e, guadagnate due marcie, pervenne in salvo ad Egra, benchè pizzicato per tutto il viaggio dagli Usseri e Croati. Perdè egli in quella ritirata almeno tre mila persone o uccise, o disertate, o morte di freddo, e quasi tutta l'artiglieria, i bagagli e fino i proprii equipaggi. Ciò non ostante, se gli Austriaci vollero mettere il piede in Praga, furono obbligati ad accordare una capitolazione onorevole allo smilzo presidio rimasto in essa città; accordando in fine ciò che sul principio avrebbero potuto con loro vantaggio concedere, e che avrebbe risparmiato un gran sangue sparso sotto la città medesima.

Non provarono già un'egual prosperità nella Baviera l'armi della regina di Ungheria. L'assedio e bombardamento della città di Straubinga nel mese di aprile a nulla giovò per forzare alla resa quella fortezza. Perchè si sapea che i Franzesi comandanti dal conte d'Arcourt venivano con ischiere numerose ad unirsi col generale bavarese conte di Seckendorf, e giunse a Monaco una falsa voce che già si appressavano a quella città: il generale Stens nel dì 28 del mese suddetto precipitosamente si ritirò da essa città di Monaco colla guernigione austriaca di quattro mila persone, lasciandovi un solo picciolo corpo di gente. Allora i cittadini si misero in armi, e i villani inseguirono e molestarono non poco la ritirata d'essi. Scoperta poi la falsità della voce, ed irritati gli Austriaci, ad altro non pensarono, che a rientrare in essa città. Vi trovarono quel popolo risoluto alla difesa, e fu misericordia di Dio che non venissero all'assalto, perchè a questo avrebbe tenuto dietro uno spaventevole sacco. Accordò il maresciallo di Kevenhuller, nel dì 6 di maggio, una nuova capitolazione a quegli abitanti, gli affari dei quali nondimeno molto peggiorarono da lì innanzi, finchè sul principio di ottobre giunse la loro redenzione. Avea il Seckendorf ricuperata la città di Landshut, dopo di che s'incamminò alla volta di Monaco. Qui non l'aspettarono gli Austriaci, perchè molto inferiori di forze ai Gallo-Bavari, e ne asportarono quanto mai poterono con danno gravissimo di quell'infelice popolo, il quale diede in trasporti di allegrezza al vedere nel dì 7 del mese suddetto rientrare in quella città le milizie dell'augusto loro duca ed imperadore Carlo VII; ripigliarono poscia i Bavaresi Borgausen e Braunau; laonde tutta la Baviera tornò, prima che terminasse l'anno, all'ubbidienza del suo sovrano. Fu poi condotto in Baviera un poderoso rinforzo di truppe dal maresciallo di Broglio, e continuarono le ostilità, ma senza alcun'altra impresa di grado. Intanto quello sfortunato paese era il teatro delle calamità, perchè divorato da amici e nemici. Fu anche superiore alla credenza il numero de' Franzesi o morti di malattie, o uccisi, o fatti prigionieri nella Boemia e Baviera. Facevansi in questi tempi dei grandi maneggi in Inghilterra ed Olanda, per muovere quelle potenze alla difesa della regina d'Ungheria. La mutazion del ministero in Londra cagion fu che il re britannico e quella potente nazione si disponessero ad entrare in ballo, tanto più perchè si sentivano irritati dal vedere la somma franchezza de' Franzesi in rimettere contro i patti le fortificazioni di Dunquerque. Perciò si cominciarono i preparamenti della guerra in Fiandra per l'anno seguente; ma non si potè altro ottener dagli Olandesi, se non che darebbono il loro contingente di venti mila soldati, a cui erano tenuti in vigor delle leghe precedenti. Non men di loro, anzi più vigorosamente, si misero in arnese anche i Franzesi per far buon giuoco in quelle parti.