Vegniamo oramai all'Italia, condannata anch'essa a sofferire i perniciosi influssi delle gare ambiziose dei regnanti. Da che fu fatta gran massa di Spagnuoli ad Orbitello, e nelle altre piazze dei presidii, sotto il comando del duca di Montemar, si mise questa in marcia, ed entrata in febbraio nello Stato ecclesiastico, andò a prendere riposo in Foligno, e con lentezza mirabile arrivò poi finalmente fino a Pesaro. A quella volta ancora s'inviarono dipoi le milizie napoletane, spedite dal re delle Due Sicilie, per unirsi con quelle del re suo padre. Ne era generale il duca di Castropignano. Intanto sul Genovesato andarono sbarcando altre milizie procedenti dalla Spagna, e maggior numero ancora se ne aspettava. Per quanto si seppe, le idee della corte del re Cattolico erano che il primo più possente corpo di gente venisse alla volta di Bologna, e l'altro dal Genovesato verso Parma. Grande armamento in questi tempi avea fatto anche Carlo Emmanuele re di Sardegna, ma senza penetrarsi qual risoluzione fosse egli per prendere, se non che i più prevedevano che anderebbono le sue forze unite con quelle della regina d'Ungheria, sì perchè così portavano gli interessi suoi, non piacendogli la vicinanza degli Spagnuoli, come ancora perchè potea sperar maggior ricompensa da essa regina. Recò maraviglia ad alcuni l'aver questo real sovrano pubblicati due manifesti, nel quali erano riportate le sue pretensioni sopra lo Stato di Milano, siccome discendente dall'infanta Caterina figliuola di Filippo II re di Spagna. E pure passava questo sovrano di concerto in ciò colla corte di Vienna, con cui finalmente si venne a scoprire ch'egli avea stabilito nel dì primo di febbraio un trattato provvisionale per difendere la Lombardia dall'occupazione delle armi straniere. In tale trattato comparve la rara avvedutezza del marchese d'Ormea suo primo ministro, perchè restò esso re di Sardegna colle mani sciolte, cioè in libertà di ritirarsi quando a lui piacesse, colla sola intimazione di un mese innanzi, dall'alleanza della regina. Animato si trovò egli spezialmente a tale impegno dalla sicurezza datagli del cardinale di Fleury primo ministro di Francia che il re Cristianissimo Luigi XV non intendeva di spalleggiar l'armi del re Cattolico Filippo V per conto dell'Italia. Svelaronsi solamente nei mese di marzo questi arcani; e il re Sardo, da che ebbe ritirato dalla Savoia gli archivii e tutto ciò che era di maggiore rilievo, cominciò a far marciare parte delle sue truppe alla volta di Piacenza. Verso la metà del medesimo mese anche il maresciallo Otto Ferdinando conte di Traun governatore di Milano spedì a Modena a rappresentare al duca Francesco III d'Este la necessità in cui il mettevano i movimenti dei nemici Spagnuoli, di avanzarsi con vari reggimenti nei principati di Correggio e Carpi. La licenza non si potè negare a chi se la potea prendere anche senza richiederla. Perciò vennero a postarsi gli Austriaci in quelle parti, tirando un cordone verso la Secchia, e penetrando anche nel Reggiano.
Trovossi in un grave labirinto in questi tempi il duca di Modena, giacchè si miravano due nemiche armate venir l'una da levante e l'altra da ponente con tutte le apparenze che egli e i suoi Stati rimarrebbono esposti a deplorabili traversie, e forse diverrebbero il teatro della guerra, perchè ognun brama di far, se può mai, questa danza in casa altrui; e più rispetto si porterebbe agli Stati della Chiesa che ai suoi. Ognun sa, in casi di tanta angustia, quanto sia pericoloso il partito della neutralità per chi ha poche forze, giacchè, senza farsi merito nè coll'una nè coll'altra parte de' contendenti, si soggiace alla disgrazia d'essere divorato da amendue; e a peggio ancora, se avviene che l'un degli eserciti prevalga, troppo facilmente suscitandosi sospetti e ragioni per prevalersi in suo pro degli Stati e delle piazze altrui. Persuaso dunque esso duca che col tenersi neutrale non si facea punto merito con alcun di essi, e verisimilmente gli avrebbe avuti nemici tutti e due, si appigliò alla risoluzione di abbracciare uno d'essi partiti. L'ossequio ed affetto ch'egli professava all'augusta casa d'Austria e al gran duca di Toscana il consigliavano ad unirsi con loro, ma troppo pericoloso era per un vassallo dell'imperio di prendere l'armi contra dell'imperadore Carlo VII nemico delle suddette potenze, e l'aderire alla regina d'Ungheria, la quale, invece d'inviar nuove genti alla difesa dell'Italia, avea richiamata di là dai monti una parte di quelle che qui si trovavano, ed avea inoltre confessato ad un suo ministro venuto in Italia di non potersi impiegare a sostener questi Stati; e tanto anche fece intender al papa e ai Veneziani per loro governo. Manteneva il duca buona corrispondenza colla corte di Torino; ma questa il più che potè gli tenne occulto il trattato di lega conchiuso con quella di Vienna. Oltre a ciò, nè pur comportavano gl'interessi della propria casa al duca d'aver per nemici l'imperadore e la Spagna, stante l'essersi scoperto che la casa di Baviera nudriva delle pretensioni sopra la Mirandola e suo ducato, e il sapersi che don Francesco Pico, già duca d'essa Mirandola, protetto dagli Spagnuoli ne conservava delle altre, e che sopra la contea di Novellara e sopra il ducato di Massa s'erano svegliate liti, mal fondate senza dubbio, ma che nel tribunale cesareo, se fosse stato nemico, avrebbono forse avuto buona fortuna. Il perchè, mosso il duca di Modena da tali riflessioni, cercò più tosto di aderire alla parte de' più possenti potentati della cristianità, cioè dell'imperadore e dei re di Francia e Spagna. Avea egli per sua difesa in armi un bel reggimento di Svizzeri, e un altro d'Italiani, ch'era intervenuto alla battaglia di Crostka nella Servia, in tutto tre mila soldati. In oltre avea quattro mila dei suoi miliziotti reggimentali, disciplinati, ben vestiti ed armati, e circa quattrocento cavalli fra corazze e dragoni: sussidio non lieve, uniti che fossero ad una giusta armata, oltre alla cittadella di Modena e alla fortezza della Mirandola.
Fu ben accolta in Madrid la proposizione del duca di entrar seco in lega; ma mentre si andava maneggiando in tanta lontananza questo affare, non si sa come, ne trapelò l'orditura ai ministri della regina d'Ungheria, o pure del re di Sardegna. Verso il fine di marzo erasi avanzato, siccome dicemmo, esso re sardo fino a Piacenza, facendo intanto sfilare le sue truppe alla volta di Parma, ed ivi avea tenuto consiglio di guerra col maresciallo conte di Traun governator di Milano; giacchè l'armata napolispana si era inoltrata sino a Rimini. Si venne ancora intendendo che il grosso corpo di Spagnuoli sbarcato in più volte sul Genovesato, senza più pensare a far irruzione dalla parte del Parmigiano, s'era come amico incamminato per la Toscana a fine di accoppiarsi coll'altro maggiore de' duchi di Montemar e Castropignano. Non senza maraviglia delle persone fece quella gente un gran giro. Se fosse calata pel Giogo a Bologna, e colà fosse pervenuto il Montemar, nulla era più facile che il passar fino sul Parmigiano, e il prevalersi poi delle buone disposizioni del duca di Modena ed unirsi seco. Essendo giunto a Parma nel dì 30 d'aprile il re di Sardegna, portossi parimente esso duca di Modena nel dì 2 di maggio con tutta la corte al delizioso suo palazzo di Rivalta, tre miglia lungi da Reggio. Colà fu ad abboccarsi seco nel dì 6 di esso mese il marchese d'Ormea, primo ministro del re di Sardegna, che tosto sfoderò una copia informe del trattato preteso intavolato dal duca colla corte di Spagna. Onoratamente confessò il duca di aver fatto dei maneggi a Madrid, ma che nulla s'era conchiuso, nè sapea se si conchiuderebbe: e questa era la verità. Calde istanze fece l'Ormea per indurlo alla neutralità; ma perchè il duca ben previde che, accordando questo primo punto, passerebbe la pretensione a richiedere in pegno una almeno delle sue piazze per sicurezza di sua fede, non volle consentire, e prese tempo a pensarvi. Per molti giorni poscia s'andò disputando, essendo passato il duca a Sassuolo con tutta la famiglia: nel qual mentre il duca di Montemar, che per più settimane s'era fermato coll'esercito suo in Forlì a divertirsi con una opera in musica, finalmente si mosse alla volta di Bologna. Fama correa che i Napolispani ascendessero a quarantacinque mila persone: erano ben molto meno, ancorchè il Montemar avesse ricevuto il poderoso rinforzo di fanti e cavalli, passati amichevolmente per la Toscana. Parea questa nondimeno un'armata da far gran fatti, se non che la diserzione, da cui non va esente alcuno degli eserciti, si trovò stupenda in essa, fuggendo spezialmente quegli Alemanni che furono presi nell'apparente battaglia di Bitonto, e in altre azioni, allorchè fu conquistato il regno di Napoli dall'infante don Carlo. Giorno non v'era, in cui qualche centinaio d'essi Napolispani non disertasse, attribuendone alcuni la cagione all'aver lasciata cotanto in ozio quella gente, ed altri all'aspro trattamento degli uffiziali, giacchè non si può credere per difetto di paghe, perchè, se ne scarseggiavano gli uffiziali, al semplice soldato non mancava mai l'occorrente soldo.
Dopo la metà di maggio comparvero sul Bolognese le truppe napolispane, e a poco a poco vennero nel dì 20 a postarsi alla Samoggia, e nel dì 29 si stesero fino a Castelfranco. Certa cosa è, che se il Montemar si fosse inoltrato di buon'ora sino al Panaro, siccome allora superiore di forze, avrebbe potuto occupar quei siti, e stendersi a coprir Modena, e a passar anche verso Parma, stante l'avere sul principio dell'anno per mezzo del conte senatore Zambeccari chiesto ed ottenuto dal duca di Modena il passaggio. Parve dunque ch'egli non peraltro fosse venuto in quelle vicinanze, se non per burlare esso duca di Modena, il quale intanto si andava schermendo dal prendere risoluzione alcuna sulla speranza che lo stesso Montemar passasse a difendere i suoi Stati: del che non gli mancarono delle lusinghevoli promesse dalla parte del medesimo generale spagnuolo. Diede agio questa inazion de' Napolispani al maresciallo conte di Traun di ben postarsi alle rive inferiori del Panaro con dodici mila Tedeschi, e similmente a Carlo Emmanuele re di Sardegna, passato nel dì 19 di maggio sotto le mura di Modena, di andare anch'egli a fortificarsi alle rive superiori d'esso fiume. Di giorno in giorno s'ingrossarono le sue milizie sino a venti mila persone, giacchè gli era convenuto lasciare un'altra parte delle sue truppe alla guardia di Nizza e Villafranca, e ai varii confini del Piemonte, per opporsi ai disegni d'un'altra armata di Spagnuoli che si andava formando in Provenza contro i suoi Stati, e che dovea esser comandata dall'infante don Filippo, già pervenuto ad Antibo. Nel dì 17 di maggio presero pacificamente i Savoiardi il possesso della città di Reggio, da cui precedentemente avea il duca dì Modena ritirate le truppe regolate. Durava intanto una spezie, ma assai dubbiosa, di calma fra esso duca, dimorante in Sassuolo, e gli Austriaco-Sardi, aspettando questi che giungessero al loro campo cannoni, mortari e bombe, per poter parlare dipoi con altro linguaggio. Non avea il duca fin qui conchiuso accordo alcuno colla corte di Spagna, e neppure ricavato da essa un menomo danaro per fare quell'armamento, come ne dubitavano gli Austriaco-Sardi; pure non sapea indursi a cedere volontariamente le fortezze di Modena e della Mirandola, richieste dagli alleati; perchè quanto si trovò egli sempre deluso dal duca di Montemar, largo promettitore di ciò che non osava intraprendere, altrettanto abborriva di non comparire alla corte di Spagna qual principe di doppio cuore, perchè quivi si sarebbe infallibilmente creduto un concerto co' collegati la forza che gli avesse fatto cedere quelle piazze.
Prese egli dunque il partito di abbandonar tutto alla discrezione di chi gli era addosso coll'armi, e dopo aver messi quattro mila uomini di presidio nella cittadella di Modena, e tre mila in quella della Mirandola, nel dì 6 di giugno colla duchessa consorte e colle due principesse sorelle, lasciati i figli colla nuora in Sassuolo, che poi col tempo si riunirono con lui, prese la via del Ferrarese, e andò a ritirarsi a Crespino, e di là passò poi al Cataio degli Obizzi sul Padovano, e finalmente si ridusse a Venezia, portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie. Perchè aveva egli lasciato ogni potere ad una giunta di suoi cavalieri e ministri in Modena, furono spediti deputati al re di Sardegna, e dopo avere ottenuta la promessa d'ogni miglior trattamento, nel dì 8 di giugno aprirono le porte della città a circa mille e cinquecento Savoiardi, che ne presero quietamente il possesso, con provar da lì innanzi quanta fosse la moderazione e clemenza del re di Sardegna, quanta la rettitudine de' suoi ministri, e la disciplina de' suoi soldati. Comandante in Modena fu destinato il conte commendatore Cumiana, cavaliere che non lasciava andarsi innanzi alcuno nella prudenza, e sapea l'arte di farsi amare e stimare da ognuno. Nel dì 12 di giugno fu dato principio alle ostilità contro la cittadella di Modena, alzando terra dalla parte del mezzodì fuori della città i Savoiardi, e i Tedeschi da quella di settentrione. Perchè gli assediati fecero una vigorosa sortita, necessario fu il rinforzare il campo con molta gente. Erette due diverse batterie di mortari, nel dì seguente cominciarono a tempestare essa cittadella con bombe di dì e di notte, e seguitò questo flagello sin per tutto il dì 27. Non avea il duca Francesco avuto tempo di provvedere essa cittadella di case matte e di ripari contro le bombe; e però in breve si trovò sconcertata la maggior parte di que' casamenti, non restando luogo alcuno di riposo e sicurezza alla guarnigione. Essendosi nel dì 28 alzate anche due batterie di cannoni contra d'essa fortezza, il cavaliere del Nero Genovese, e comandante della medesima, nel giorno appresso capitolò la resa, restando prigioniere di guerra il presidio. Uscì poi nel dì 5 di luglio un editto del re sardo, in cui dichiarò non essere intenzione della regina d'Ungheria nè sua, pendente la dimora delle loro truppe negli Stati di Modena, e durante l'assenza del duca, di attribuirsi verun gius di permanente sovranità e dominio in essi Stati, ma quella sola autorità che in sì fatta situazion di cose veniva dal diritto della guerra e dalla comune loro difesa permessa. Furono occupate tutte le rendite ducali, e tolte l'armi a tutti gli abitanti tanto della città che forensi.
Mentre si facea questa terribil sinfonia sotto la cittadella di Modena, si stava più d'uno aspettando qualche prodezza del generale spagnuolo duca di Montemar, che colle sue genti era postato a Castelfranco, siccome quegli che era decantato per conquistatore di regni. Ma per disavventura non fece egli mai movimento alcuno per attaccare gli Austriaco-Sardi al Panaro, tuttochè sparsi in una linea di molte miglia su quelle rive, e benchè dalla parte di Spilamberto e Vignola non avesse argini quel fiume. Crebbe anche maggiormente lo stupore negl'intendenti, perchè almen quattro mila combattenti alleati erano impegnati nelle trincee sotto la cittadella, e nella sera quattro altri mila venivano dal Panaro a rilevar questi altri; laonde il campo d'essi restava alleggerito d'otto mila persone. E pure con tutta pace stette il Montemar contando le bombe e cannonate de' nemici, sparate non contra di lui, e spettatore tranquillo delle sventure del duca di Modena; di modo che alcuni giunsero a sospettare intelligenza del medesimo col re di Sardegna, o che un segreto ordine del cardinale di Fleury avesse posto freno alla sua bravura (tutte insussistenti immaginazioni); ed altri in fine si fecero a credere ch'egli fosse solamente un valoroso generale, allorchè avea che fare con gente incapace di resistere, o avesse accordo con lui di non resistere. Crebbero molto più le maraviglie, perchè nella notte del dì 18 di giugno esso Montemar levò il campo da Castelfranco, ed inviandosi con tutti i suoi a San Giovanni e a Cento, mandò i malati ne' borghi di Ferrara. Poteva impadronirsi del Finale, dove falso è che si trovassero fortificati i nemici, come egli poscia volle far credere. Giunto bensì al Bondeno nella notte del 26 di giugno, e quivi posto e fortificato un ponte sul Panaro, spedì di qua dieci o dodici mila de' suoi. Non vi era persona che non si aspettasse ch'egli imprendesse la difesa della Mirandola, e che anzi v'entrasse, giacchè il cavalier Martinoni ivi comandante gli avea richiesto soccorso, e l'avea invitato a venire. Ma nulla di questo avvenne, senza che mai s'intendesse perchè egli facesse quella scena di marciar colà e di passare il Panaro, per poi nulla operare. Vi fu anche di più. All'avviso della di lui marcia, il re di Sardegna e il conte di Traun spedirono la maggior parte della lor cavalleria al Finale, per vegliare a' di lui andamenti. Trovavasi questo corpo di gente senza fanteria e senza artiglierie; e pure con tutte le forze dell'esercito suo il Montemar in tanta vicinanza non pensò mai a molestarlo, non che a sorprenderlo: condotta che maggiormente eccitò le dicerie contro il di lui onore.
Con tutto suo comodo s'era intanto trattenuta in riposo a Modena l'armata austriaco-sarda senza apprensione alcuna del Montemar quando nel dì 9 di luglio si mise in viaggio alla volta della Mirandola; dove giunta, diede principio nel dì 13 agli approcci, ben corrisposta dalle artiglierie della città. Ma da che anche le batterie dei cannoni e de' mortari cominciarono a fulminar quella piazza, e seguì in essa l'incendio di molte case; la guernigione, già chiarita che niun pensava a soccorrerla, nel dì 22 del mese suddetto dimandò di capitolare; restando prigioniera, finchè il duca di Modena si inducesse a cedere le fortezze di Montalfonso, di Sestola e della Veruccola agli alleati, con promessa di restituirle alla pace; e queste poi furono cedute. Pertanto con breve peripezia si vide spogliato di tutti i suoi Stati il duca di Modena, il quale, in mezzo a sì pericolosi imbrogli, provò tante contrarie fatalità, che niun potrebbe immaginarsele, ma ch'egli coraggiosamente sopportò. Videsi appresso destinato amministrator generale d'essi Stati per le due corone il conte Beltrame Cristiani, il quale tante pruove diede dipoi della sua onoratezza, attività e prudenza, che, sapendo accoppiar insieme il buon servigio de' suoi sovrani coll'amorevolezza verso de' popoli, meritò poi di essere creato gran cancelliere della Lombardia austriaca, e di riportar le lodi di ognuno, dovunque si stese la sua autorità. Fin qui era stato il duca di Montemar placido osservatore del destino della Mirandola, come se a lui nulla importassero i progressi de' suoi nemici. Certamente non fu di sua gloria l'essersi portato al Bondeno; ed aver passato il Panaro solamente per mirare anche la caduta d'essa fortezza sotto gli occhi suoi. Da più persone ben informate si sosteneva che lo esercito suo, non ostante la diserzione sofferta, numerava tuttavia circa trenta mila combattenti, ed erano in viaggio quattro mila Napoletani per unirsi con lui. Si strignevano nelle spalle gli uffiziali dell'armata stessa di lui al mirar tanta inazione, con tali forze e sì buona situazione. Ora appena seppe egli la resa di essa fortezza, che finalmente determinò di fare un premeditato bel colpo: colpo nondimeno, che parve a molti poco onorevole al nome spagnuolo. Cioè prese la marcia coll'esercito suo verso il Ferrarese e Ravennate con fretta tale, che non minore si osserva in chi è rimasto sconfitto, lasciando indietro carriaggi e munizioni non poche. Ma non furono pigri gli Austriaco-Sardi a muoversi anch'essi, e venuti per castello San Giovanni a Bologna, si avviarono per la strada maestra nella Romagna, sperando di raggiugnere i fuggitivi Napolispani. Questi per buona ventura aveano avuto gambe migliori, e, pervenuti nel dì 31 di luglio a Rimino, quivi si diedero a fare un gran guasto, cioè a fortificarsi con trincieramenti, spianate e tagli di alberi in grave desolazione di quel popolo. Pareva oramai inevitabile qualche gran fatto d'armi in quelle strettezze, essendo pervenuti colà anche gli alleati, vogliosi di far pruova dell'armi loro; quando nel dì 10 di agosto il generale di Montemar fece ben mostra di aspettar con piè fermo i nemici, anzi di voler venire a battaglia, ma allo improvviso decampò anche di là, ritirandosi sollecitamente a Pesaro e Fano, dove precedentemente erano state premesse le artiglierie e bagagli.
Chiunque nelle precedenti guerre avea mirato il principe Eugenio con soli trenta mila armati tenersi forte contro l'esercito gallispano, quasi il doppio numeroso di gente, al vedere la tanto diversa condotta di quest'altro generale, non sapea trattenersi dallo stupore o dalla censura. E non è già che fossero sì infievolite le di lui forze, giacchè la maggior diserzione fu in quella sua precipitosa ritirata, e ciò non ostante egli stesso si vantò poscia, in tempo che i Napoletani s'erano separati da lui, di aver lasciata al conte di Gages suo successore un'armata di diciotto mila combattenti, atti ad ogni maggiore impresa, ma che tali per disgrazia non erano stati in addietro. Strana cosa fu ch'egli allegasse per motivo di quest'altra ritirata ciò che, siccome diremo, avvenne in Napoli solamente nel dì 19 d'esso mese. Andò egli dunque, dopo varie frettolose marcie, a intanarsi nella valle di Spoleti, dove gli sembrò di essere sicuro, stante l'avviso che i collegati aveano risoluto di lasciarlo in pace. Tenuto in fatti consiglio dal re di Sardegna e dal maresciallo conte di Traun, prevalse il parere del primo di non passare di là di Rimino, e di non più inseguire chi combattea con le sole gambe. In oltre pel singolare rispetto ed affetto ch'esso re sardo professava al sommo pontefice Benedetto XIV, gli premeva di non maggiormente essere d'aggravio agli Stati della Chiesa: motivo che l'avea trattenuto in addietro dal passare colà dal Modenese. Quel nondimeno che vie più preponderava nell'animo suo, era il bisogno dei proprii Stati, che il richiamava colà per guardarsi dalle minaccie di un altro esercito spagnuolo. Sicchè da lì a non molto si videro ritornare al Panaro su quel di Modena le schiere e squadre austriaco-sarde. Nel dì 31 d'agosto arrivò a Reggio il re di Sardegna, e vi si fermò fino al dì 6 di settembre, in cui venutegli nuove disgustose di Piemonte, sollecitamente s'inviò alla volta di Torino, dove sfilava intanto la maggior parte delle sue milizie. Lasciò pochi suoi reggimenti nel Modenese sotto il comando del conte d'Aspremont, il quale unitamente col conte Traun s'andò fortificando in varii siti di qua dal Panaro, e massimamente a Buonporto.
In questi medesimi tempi accadde una novità in Napoli, per cui gran romore e tumulto fu in quella capitale. Nel dì 19 d'agosto comparvero a vista di quel porto sei navi da guerra inglesi di sessanta cannoni, quattro fregate, un brulotto e tre galeotte da bombe. Corse a furia il popolo ad osservare quella squadra, e la corte, entrata in apprensione, spedì nel giorno seguente il consolo inglese al comandante di essi legni, per esplorare la di lui intenzione. La risposta fu, che se il re non cessava di assistere i nemici della regina, egli teneva ordine di devastare quella città colle bombe; e che lasciava tempo di due ore a sua maestà per risolvere. Indi, cavato fuori l'orologio, cominciò a contarne i momenti. Niuno mai in addietro avea pensato a provvedere il porto e la spiaggia di Napoli di ripari per somigliante minaccia; e nè pur si trovava nel castello del porto provvisione di polvere da fuoco. Però, senza perdersi in molte discussioni, quella corte nel breve suddetto spazio di tempo accettò la neutralità, e spedì lettere mostrate al comandante inglese, colle quali richiamava il duca di Castropignano colle sue truppe nel regno. Ciò ottenuto, senza commettere alcuna ostilità, fece vela la squadra inglese verso ponente. Il pericolo presente servì appresso di ammaestramento per alzare fortini e bastioni muniti di artiglierie, di maniera da non paventar da lì innanzi chi tentasse di accostarsi con palandre e galeotte per salutar colle bombe quella metropoli. Restò poi eseguito l'ordine regio, e le milizie napoletane staccatesi dalle spagnuole tornarono ai quartieri nelle loro contrade: con che si ridusse l'esercito spagnuolo, siccome dicemmo, a circa diciotto mila persone, che poi prese quartiere parte in Perugia e parte in Assisi e Folignano. Fu in questo medesimo tempo, che la corte di Spagna, avvedutasi un poco troppo tardi di avere raccomandata la fortuna e l'onore delle sue armi ad un generale che sì male corrispondeva alle sue speranze, richiamò in Ispagna il duca di Montemar, e, adirata contra di lui, comandò che non si avvicinasse alla corte per venti leghe. Fece questo passo svanire le immaginazioni dei suoi parziali, persuasi in addietro ch'egli tenesse ordini di non azzardar battaglia e di salvar la gente, facendola solamente ben menar le gambe per ischivar gl'impegni. Andò egli, e durò non poco la sua disgrazia alla corte. Ma perchè egli non mancava di amici e di merito per altre sue belle doti, col tempo fu rimesso in grazia. Videsi un manifesto suo, con cui si studiò di giustificar le azioni sue in questa campagna; ma nulla sarebbe più facile che il far conoscere l'insussistenza delle sue scuse, e massimamente se uscissero alla luce i biglietti da lui scritti al duca di Modena e alla Mirandola in queste emergenze. Restò dunque al comando dell'esercito spagnuolo il tenente generale don Giovanni di Gages Fiammingo, che pel valore, per l'avvedutezza, e per la scienza militare potea servire di maestro agli altri. Nel dì 14 di settembre, in cui s'inviò il Montemar verso la Spagna, il Gages in tre colonne mosse l'esercito suo alla volta di Fano, siccome consapevole del rilevante smembramento dell'armata austriaco-sarda; e alla metà di ottobre arrivò a postar le sue genti alla Certosa di Bologna, e in quelle vicinanze, con alzare trincieramenti ed altri ripari da difesa. Accorsero anche gli Austriaco-Sardi alle rive del Panaro, e misero alquanti armati in Vignola e Spilamberto. Si stettero poi sino al fine dell'anno guatando da lontano le due armate, e il maresciallo di Traun mise il suo quartier generale a Carpi.
Un'altra guerra intanto ebbe il re di Sardegna, per cui fu obbligato a restituirsi in Piemonte. Fu comunemente creduto ch'esso real sovrano non avesse tralasciato, sì nel principio che nel proseguimento di questa guerra, di far varie proposizioni di partaggio della Lombardia alla corte di Spagna per mezzo del cardinale di Fleury, che sempre si mostrò ben affetto verso di lui. Tali progetti riguardavano egualmente i vantaggi della real casa di Savoia e dell'infante don Filippo, a cui si cercava un riguardevole stabilimento in essa Lombardia, e massimamente in Parma e Piacenza, città predilette della regina Elisabetta Farnese sua madre. Fu del pari creduto che la corte del re Cattolico non aderisse a cedere parte delle meditate conquiste, perchè avida di tutto, ed assai persuasa di poter colle sue forze conseguir tutto. Quali poi fossero i sinceri desiderii della corte di Francia nelle dispute di questi due pretendenti non si potè penetrare, se non che fu giudicato da molti ch'essa acconsentisse bensì a qualche acquisto in Lombardia pel suddetto infante don Filippo, ma non già sì pingue che alterasse l'equilibrio dell'Italia, e potesse un dì nuocere alla Francia stessa, ben prevedendosi che non durerebbe per sempre la buona armonia fra quella corte e quella di Spagna. L'aver dunque la Spagna dato a conoscer il genio troppo vasto, fece immaginare agl'interpreti de' gabinetti che perciò il cardinale niun soccorso di gente volesse somministrarle contra del re di Sardegna, tuttochè esso porporato ricavasse dall'erario spagnuolo grossissime mensuali somme di danaro, per divertire la regina d'Ungheria dalla difesa degli Stati d'Italia. Si oppose ancora, per quanto potè, esso cardinale alla venuta in Provenza dall'infante don Filippo, tuttochè genero del re Cristianissimo Luigi XV; ma non potè impedire che la regina di Spagna non l'inviasse colà di buon'ora ad aspettar l'unione d'un corpo di truppe, ascendente a più di quindici mila Spagnuoli, che parte per mare, parte per terra andò arrivando ad Antibo e ad altri luoghi della Provenza. Più tentativi fece questa armata nel luglio ed agosto, ora per passare il Varo, ora per penetrare nella valle di Demont; ma sì buoni ripari avea fatto il re di Sardegna, e sì possenti guardie avea messo nel contado di Nizza, che indarno si provarono gli Spagnuoli di passare colà; e tanto più vana riuscì ogni loro speranza, perchè l'ammiraglio inglese Matteus con poderosa flotta si trovava in que' mari e contorni, per sostenere le milizie savoiarde. Nella stessa maniera andarono in fumo le lor minaccie contro la valle di Demont, e in altre sboccature verso l'Italia. O sia che le trovate resistenze facessero cangiar disegno, o pure che le vere mire fin da principio non fossero verso quelle parti; in fine sul principio di settembre l'esercito spagnuolo comandato dall'infante, che sotto di sè avea il generale conte di Glimes, governatore della Catalogna, entrò nella Savoia, e nel dì 10 d'esso mese s'impadronì della capitale, cioè di Sciambery con citare i popoli a rendergli omaggio, e con intimar gravi contribuzioni.