L'avviso di tale invasione quel fu che sollecitò Carlo Emmanuele re di Sardegna a rendersi in Piemonte, e ad affrettare il ritorno colà di buona parte delle sue truppe, dimorate per tanto tempo sul Modenese. Appena ebbe egli unite le convenevoli forze, che nel suo consiglio espose la risoluzione da lui formata di snidar dalla Savoia i nemici. I più de' suoi uffiziali arringarono in contrario, adducendo la mancanza de' magazzini e foraggi in quella provincia, e il pericolo delle nevi per quelle alte montagne. Ma l'animoso sovrano ebbe una ragion più possente dell'altre, cioè il suo coraggio e la sua volontà; e perciò verso la metà d'ottobre marciò l'esercito suo per più parti alla volta della Savoia. Non si sentì voglia l'infante don Filippo di aspettarli, perchè non arrivava il nerbo della sua gente a quindici mila persone. Ritirossi pertanto in sacrato, cioè sotto il forte di Barreau nel territorio di Francia, lasciando abbandonata tutta la Savoia al suo sovrano. Pervenne il re sino a Monmegliano, e quivi il rispetto da lui professato al re Cristianissimo e agli Stati della Francia fermò il corso ai passi delle sue truppe, e ad ogni altra impresa. Ciò fatto, attese egli a riordinar le cose di quel ducato, a mettere in armi tutti que' sudditi, somministrando loro fucili, giacchè erano stati disarmati dagli Spagnuoli; e a rinforzar varii siti e forti, per opporsi ad ulteriori tentativi de' nemici. Venne il dicembre, e venne anche rinforzato il campo spagnuolo da un buon corpo di truppe, con prenderne il comando il marchese de la Mina, giacchè il conte di Glimes era stato richiamato in Ispagna. Allorchè gli Spagnuoli si videro assai forti, rientrarono nella Savoia, e si ritrovarono le nemiche armate alla vigilia d'un fatto di armi. Forse non l'avrebbe schivato il re di Sardegna; ma chiarito che, quando anche la vittoria si fosse dichiarata per lui, non poteano le milizie sue sussistere nel verno in un paese sprovveduto affatto di grani e di foraggio, determinò più tosto di ricondursi in Piemonte sul fine dell'anno. S'avverò allora quanto gli aveano predetto i suoi uffiziali, cioè, che l'Alpi dividenti l'Italia dalla Savoia gli farebbono guerra. S'erano in fatti caricate di nevi; e pur convenne passarle, ma con gravissimi disagi, e con perdita di molta gente perseguitata dai nemici, e di varii attrezzi ed artiglierie, e vie più di cavalli, muli e carriaggi; laonde, se fu molta la gloria di avere scacciati i nemici dalla Savoia, restò essa ben contrappesata dal molto danno di quella o forzata o volontaria ritirata. Solamente nel dì 3 del seguente gennaio arrivò il re a Torino col principe di Carignano; e intanto gli Spagnuoli tornarono in pieno possesso della Savoia, senza che que' popoli facessero risistenza alcuna; mostrando la sperienza che per quanto i sudditi amino il loro principe, pure anche più di esso amano sè stessi. Soggiacque nell'anno presente la città di Livorno ad una deplorabil calamità, per avere il tremuoto, verso la metà di febbraio, cominciato a scuotere le case di quegli abitanti. Altre simili scosse si fecero poscia udire sul fine d'esso mese con tale indiscretezza, che varie chiese ne patirono rovina, e moltissime case ne rimasero sì desolate, o colle mura sì smosse, che i padroni di esse salvatisi nella campagna o nelle navi, più non si attentavano a riabitarle. Fu in quest'anno che il sommo pontefice Benedetto XIV, tuttochè non poco agitato e distratto per l'aggravio inferito ai suoi Stati da tante milizie straniere che quivi, come in casa propria, giravano o fissavano anche il lor soggiorno; pure, intento sempre al pastoral governo, pubblicò, nel mese di agosto, una risentita bolla contra di chi non ubbidiva ai decreti della santa Sede intorno a certi riti cinesi già vietati, e ciò non ostante permessi da alcuni missionarii a que' novelli cristiani. Tali pene intimò, e tali ripieghi prescrisse, che si potè promettere da lì innanzi un'esatta osservanza delle costituzioni apostoliche.
MDCCXLIII
| Anno di | Cristo MDCCXLIII. Indiz. VI. |
| Benedetto XIV papa 4. | |
| Carlo VII imperadore 2. |
Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea il conte di Gages che gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio, affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città, e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la picciola armata sua alla volta di San Giovanni e di Crevalcuore, e nel dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto; perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo, persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a chi frettolosamente la portò a Carpi al maresciallo conte di Traun. Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il maresciallo, unitosi col conte di Aspremont generale delle savoiarde, nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia. Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che, per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise, ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì agli uni che agli altri, di cantare il Te Deum.
Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta anche la notte stette a cavallo d'un altro. Del pari è certo che gli Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere, oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che il generale conte di Gages si trovava inferiore di forze, per aver dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modena commendatore Cumiana, e i tenenti generali conte Ciceri e Peisber, che furono rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più, con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccate le fiamme al ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee tacere che il conte d'Aspremont, savio e valoroso comandante generale delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna, venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente, dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici, con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio che potè, provvide al resto.
Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne' trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti, facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto, a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di Madrid che pure sembrava dispotica nelle Due Sicilie, il ministero del re don Carlo, atteso l'impegno di neutralità concordata con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati, ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa situazione. Da che Francesco III d'Este duca di Modena si portò a Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli, s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari. Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici d'essa. Gli conferì dunque il Cattolico re Filippo V la carica di generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorte Carlotta Aglae d'Orleans di passare a Parigi colla principessa Felicita sua primogenita, per implorare il patrocinio del re Cristianissimo Luigi XV nel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi trasportata in Francia, giacchè l'ammiraglio Matteus le fece rispondere che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il possesso della carica sua. Intanto il maresciallo di Traun richiamò a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.
Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo. Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità. Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica, ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff, re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il mandarono in santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin qui Carlo Emmanuele re di Sardegna mantenuta buona corrispondenza colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza, qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante vantaggio. Era il cardinale Andrea Ercole di Fleury, primo ministro di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito, pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.
Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra. Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il re britannico Giorgio II, con rappresentargli che non conveniva ai proprii interessi il continuare in questa guerra senza sicurezza di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina, i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare. Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms, ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco, e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore, abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto futuro.
Per questo trattato parve che la corte di Francia restasse non poco irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare all'infante don Filippo alquante migliaia delle sue truppe. Ora perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio, passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia, ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il re Carlo Emmanuele coll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver bravamente respinti i nemici. Furono cantati Te Deum non solamente in Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina d'Ungheria ebbe bisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò colà il maresciallo conte di Traun governatore di Milano. Lasciò egli in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo il principe Cristiano di Lobkowitz, dichiarato capitan generale e governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun, deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.