In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era mai giunto al campo spagnuolo. Però il duca di Modena e il conte Gages, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino, città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua cavalleria in quelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli. Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci dell'accidente che segue.
Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata, come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi che per tutt'altro fossero avvenute quelle morti, e però non vi posero quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del sospetto di peste in quella città don Bartolomeo Corsini vicerè di Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non attenermi ad alcuna di esse.
Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie, cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta, si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di vita Maria Anna Luisa de' Medici, figlia di Cosimo III gran duca di Toscana, e vedova di Gian-Guglielmo elettor palatino, a cui non avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì 11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioè Francesco Stefano, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Sicilie don Carlo non ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 di settembre fece il sommo pontefice Benedetto XIV la tanto sospirata promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera, passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principe Carlo di Lorena e dal maresciallo di Kevenhuller, venne fatto di dare una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati, restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de' nemici in vicinanza di Monaco, e però l'imperador Carlo VII, che nel dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò, riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava facendo il maresciallo franzese conte di Broglio, il quale si ridusse in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9 del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'alto Palatino, con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace. Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto, cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia. Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia, allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.
Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal maresciallo duca di Noaglies, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso re della Gran Bretagna Giorgio II. Amendue le parti gareggiarono in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera, e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriaco barone di Berenclau. Sostenne la città di Egra, unicamente restata in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questo anno il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo: esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo, con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera. Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto, perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente. Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.
MDCCXLIV
| Anno di | Cristo MDCCXLIV. Indiz. VII. |
| Benedetto XIV papa 5. | |
| Carlo VII imperadore 3. |
Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere innanzi per cacciar gli Spagnuoli da Pesaro e dagli altri luoghi da loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte, o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine, come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6 senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore, con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno l'esercito spagnuolo, lasciati molti fuochi nel campo, s'istradò verso il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio. Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa ritirata del campo nemico.
All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infante don Carlo re delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli, ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò il principe di Lobcowitz non difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflesso che, facendo anche progressi da quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi, si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel regno di Napoli. Non si potea dar pace il pontefice Benedetto XIV al mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale che decidesse della fortuna dell'armi. Ma non faceano gli Spagnuoli di questi conti, bastando loro di tenere a bada gli avversarii, tanto che non mettessero piede nel regno; perchè ben prevedevano che questo sarebbe stato un vincerli senza battaglia. Sul principio di giugno arrivati gli Austriaci al monte della Faiola, ed occupato quel sito che dominava il convento de' cappuccini di Velletri, quivi cominciarono ad alzar batterie, per incomodare i Napolispani esistenti nella città, i quali tenevano aperto alle spalle il commercio col regno, da cui continuamente ricevevano le bisognevoli provvisioni. A Nemi era il quartier generale del Lobcowitz. Perchè in questi tempi era restata poca gente alla custodia dell'Abbruzzo, riuscì al colonnello austriaco conte Soro con un distaccamento di truppe di entrare nelle città dell'Aquila, di Teramo e Penna. Si ebbero bene a pentire col tempo quegli sconsigliati abitanti di avere accolti quei nuovi ospiti con tanta festa, e di aver prese anche, se pur fu vero, l'armi in loro favore. Videsi poi sparso per varii luoghi del regno un manifesto della regina d'Ungheria, contenente le ragioni di aver mossa quella guerra, coll'animare i popoli alla ribellione. In esso furono toccati certi tasti che dispiacquero alla sacra corte di Roma; ed essendosene ella doluta, protestò poi la regina di non aver avuta parte in esso manifesto.
Stavano dunque a fronte, separate da una valle profonda, le due nemiche armate, cercando cadauna di ben fortificare i suoi posti, e di occupar quelli de' nemici. Specialmente nella Faiola e in Monte Spino si afforzarono gli Austriaci e i Napolispani nel monte dei Cappuccini. Fioccavano le cannonate dall'una parte e dall'altra. Ma nella notte antecedente al dì 17 di giugno, avendo il conte di Gages da alcuni disertori ricavato nome della guardia, ed appresa la situazion degli Austriaci alla Faiola, sito onde era forte incomodata la regia armata, con grosso corpo di gente si portò all'assalto di quel posto medesimo, e se ne impadronì, con far prigioni, oltre agli uccisi, il generale di battaglia baron Pestaluzzi, il colonnello e tenente colonnello del reggimento Pallavicini, ed altri uffiziali con ducento sessanta soldati; e gli servì poi quel sito per inquietar frequentemente gli Austriaci nel loro campo. Fu cagione questa positura di cose, cotanto penosa al territorio romano, che il pontefice Benedetto XIV per sicurezza e quiete di Roma chiamasse colà alcune migliaia dei miliziotti di varie sue città. Durò poi la vicendevole sinfonia delle cannonate e bombe sotto Velletri, con poco danno dell'una e dell'altra parte, sino al dì 10 di agosto; quando il principe di Lobcowitz, animato dalle notizie prese da un villano di Nemi e da alcuni disertori, determinò di tentare una strepitosa impresa. Il disegno suo era d'impadronirsi di Velletri, e di sorprendere ivi il re delle Due Sicilie, il duca di Modena ed altri primarii uffiziali della nemica armata. Nella notte adunque precedente al dì 11 del mese suddetto fece marciare alla sordina due corpi di gente, l'uno di quattro mila soldati e l'altro di due mila, per diverse vie. Il primo era comandato ai tenenti generali Braun e Linden, e dai generali di battaglia Novati e Dolon; e questi fecero un giro verso la sinistra dell'accampamento napolispano, ed arrivati sul far del giorno al sito dove erano postati i tre reggimenti di cavalleria della regina, Sagunto e Borbon, con alcune brigate di fanteria, le quali, quantunque prive di trinceramenti, non si aspettavano una visita sì fatta, e tranquillamente dormivano; diedero loro addosso, con attaccar nello stesso tempo il fuoco alle tende. Molti vi restarono uccisi, altri rimasero prigionieri; chi ebbe buone gambe, e fu a tempo, si salvò. Agli abbandonati cavalli furono tagliati i garretti, e per conseguente tolta la maniera di più servire e vivere. La sola brigata de' valorosi Irlandesi fece testa, finchè potè; ma sopraffatta dalle forze maggiori, dopo grave danno, cercò di salvarsi in Velletri. Dietro ai fuggitivi per quella medesima porta entrarono gli Austriaci nella città, e si diedero ad incendiar varie case per accrescere il terrore. Presero l'armi i poveri Velletrani, per difendere ognuno le abitazioni proprie, ed alquanti vi lasciarono la vita. Avvisato per tempo il re di questa sorpresa, balzò dal letto, e vestito in fretta si ritirò al posto dei Cappuccini, ed era solamente in apprensione pel duca di Modena e per l'ambasciatore di Francia. Ma anche il duca di Modena e l'ambasciatore ebbero alcuni momenti favorevoli per tener dietro a sua maestà fra le archibugiate de' nemici. Entrò il general Novali nel palazzo del duca; furono presi e condotti via tutti i suoi cavalli. Dubbio non ci è, che se gli Austriaci avessero atteso a perseguitare i Napolispani; e se fosse giunto a tempo l'altro corpo di gente che dovea raggiugnerli, restava la città di Velletri in loro potere. Ma, secondo il solito, più vogliosi i soldati di bottinare che di combattere, si perderono attorno agli equipaggi degli uffiziali e alle sostanze de' cittadini, con far veramente un buon bottino, spezialmente dove abitava l'ambasciatore di Francia, e i duchi di Castropignano e di Atrisco. Ciò diede campo ad essi Napolispani di rincorarsi e di accorrere alla difesa; e particolarmente con furore s'inoltrarono le guardie vallone per la lunga strada di Velletri contra de' nemici. Sorpresero il general Novati, che s'era perduto a scartabellare le scritture del duca di Modena, e custodiva le di lui argenterie, che verisimilmente doveano essere il premio delle sue fatiche, e il fecero prigione. Sopravvenuto poi un rinforzo del conte di Gages, talmente furono incalzati gli Austriaci, che chi non rimase o ucciso o prigione, fu forzato a salvarsi fuori di Velletri, e di lasciar libera la città.