MDCCXLV

Anno diCristo MDCCXLV. Indiz. VIII.
Benedetto XIV papa 6.
Francesco I imperadore 1.

Ebbe principio quest'anno colla morte d'uno dei principali attori della tuttavia durante tragedia. Era soggetto a gravi insulti di podagra e chiragra l'imperador Carlo VII duca ed elettor di Baviera. Stavasene egli nella ricuperata città di Monaco, godendo la contentezza di vedersi rimesso in possesso di buona parte dei suoi Stati; quando più fieramente che mai assalito nel dì 17 di gennaio da questo malore, che gli passò al petto, poscia nel dì 20 con somma rassegnazione passò all'altra vita. Era nato nel dì 6 di agosto del 1697. Principe, a cui non mancarono già riguardevoli doti, ma mancò la fortuna, che nè pure s'era mostrata molto propizia al fu duca suo padre. Gli alti suoi voli ad altro non servirono che al precipizio proprio e de' suoi sudditi, condotti per cagione di lui ad inesplicabili guai. Accrebbe certamente decoro a sè stesso e alla casa propria coll'acquisto dell'imperial corona; ma poco godè egli di questo splendore in vita, nè potè tramandarlo dopo di sè a' discendenti suoi. Lasciò esso Augusto tre principesse figlie e un solo figlio, cioè Massimiliano Giuseppe principe elettorale, nato nel dì 28 marzo del 1727, ch'egli prima di morire dichiarò fuori di minorità. Ora questo principe conobbe tosto d'essere rimasto erede del principato avito, ma insieme delle disavventure del padre, perchè tuttavia la principal sua fortezza, cioè Ingolstat, ed altre minori piazze erano in mano della regina d'Ungheria. Oltre a ciò, alquanti giorni dopo la morte dell'augusto padre peggiorarono gl'interessi suoi, perchè l'armata austriaca s'impadronì d'Amberga e di tutto il Palatinato superiore. Il peggio fu, che già si allestiva un gran rinforzo di gente, per invadere di nuovo la capitale della Baviera, o per costringere questo principe a prendere misure diverse dalle paterne.

Trovavasi il giovinetto elettore in un affannoso labirinto, dall'una parte spinto dalle esibizioni e promesse del ministero franzese per continuare nel precedente impiego, e dall'altra combattuto da' consigli della vedova imperatrice sua madre Maria Amalia d'Austria, dalla corte di Sassonia e dal maresciallo di Seckendorf, che gli persuadevano per più utile e sicuro ripiego l'accordare gl'interessi suoi colla regina d'Ungheria. A queste ultime amichevoli insinuazioni sul principio d'aprile si aggiunse il terrore dell'armi; perciocchè, entrato l'esercito austriaco con furore nella Baviera, furono obbligati i Bavaresi e Franzesi ad abbandonare Straubing, Landau, Dingelfingen, Kelheim, Wilzhoffen, ed altri luoghi dell'elettorato. Gran costernazione fu in Monaco stesso, e l'elettore se ne partì alla metà del mese suddetto, chiamato dai Franzesi a Manheim. Ma egli si fermò in Augusta a stretti colloquii col conte Coloredo, e con altri parziali della casa d'Austria; e quivi in fine le persuasioni di chi gli proponeva l'accordo colla regina prevalsero sopra le altre dei ministri aderenti alla Francia, i quali restarono esclusi dai trattati. Rinunziò dunque l'elettore alla lega colla Francia; accettò l'armistizio e la neutralità, con che restassero in poter della regina le fortezze d'Ingolstat, Scarding, Straubingen e Braunau, sino all'elezion d'un imperadore; ed antepose la quiete e liberazion presente de' suoi Stati alle incerte speranze di conseguir molto più coll'andare in esilio, e continuare sotto la protezion de' Franzesi. Intorno a questa sua risoluzione e ad altre condizioni di quei preliminari di pace, sottoscritti in Fussen nel dì 22 d'aprile, varii furono i sentimenti dei politici: noi li lasceremo masticare le lor sottili riflessioni. Per sì fatta mutazion di cose furono costrette le truppe franzesi, palatine ed hassiane a ritirarsi più che in fretta, e con grave lor danno, dalla Baviera e da' suoi contorni, perchè sempre insultate dalle milizie austriache.

Frequenti intanto erano i maneggi degli elettori per dare un nuovo capo all'imperio, e sul principio di giugno fu intimata in Francoforte la dieta per l'elezione; affinchè essa seguisse con piena libertà, giudicarono bene i Franzesi di spedire un grosso esercito comandato dal principe di Conty al Meno nelle vicinanze d'essa città di Francoforte. Tanta carità de' Franzesi verso i loro interessi non la sapeano intendere i principi e circoli dell'imperio, e molto meno volle sofferir questa violenza la corte di Vienna. Trovavasi verso quelle parti un esercito austriaco, ma non di tal nerbo da poter intimare la ritirata ai Franzesi. Il saggio maresciallo conte di Traun, giacchè era tornata la quiete nella Baviera, ebbe l'incombenza di provvedere a questo bisogno, e poscia ebbe anche la gloria di felicemente eseguirne il progetto. Con un altro gran corpo d'armata prese egli un giro per le montagne e luoghi disastrosi, e presso il fine di giugno arrivò ad unirsi coll'altro esercito comandato dal conte Batthyani. A questa armata combinata sul principio di luglio comparve anche il gran duca di Toscana Francesco Stefano di Lorena, e poco si stette a vedere scomparire dalle rive del Meno e ritirarsi al Reno l'oste franzese. Restò con ciò liberata la città di Francoforte da quell'intollerabil aggravio, e tanto più, perchè il gran duca condusse anch'egli l'esercito suo ad Heidelberga, lasciando in piena libertà i ministri deputati all'elezione del futuro imperadore. Essendo poi giunto sul fine di agosto a Francoforte l'elettore di Magonza, si continuarono le conferenze di quella dieta; e giacchè non fu questa volta disdetto alla regina d'Ungheria il voto della Boemia, l'elettor di Baviera nell'accordo con essa regina avea impegnato il suo in favore della medesima: nel dì 13 di settembre, ancorchè mancassero i voti del re di Prussia e del palatino, seguì le elezioni di Francesco Stefano duca di Lorena, gran duca di Toscana, marito e correggente della stessa regina Maria Teresa, in re dei Romani, che assunse il titolo d'imperadore eletto. Mossesi da Vienna questa regnante non tanto per godere anch'essa in persona di veder la coronazione dell'augusto consorte, e rimesso lo scettro cesareo nella sua potentissima casa, quanto ancora per convalidare un patto voluto dagli elettori, cioè ch'essa regina si obbligasse di assistere colle sue forze il nuovo Augusto in tutte le sue risoluzioni e bisogni. Fece il suo magnifico ingresso in Francoforte l'imperadore Francesco I nel dì 21 di settembre, eseguì poi nel dì 4 di ottobre la di lui solenne coronazione con indicibil festa e concorso d'innumerabil gente. Si aspettava ognuno che, secondo lo stile, anche alla regina di lui consorte fosse conferita l'imperial corona. Per più d'un riguardo se ne astenne la saggia principessa, più di quell'onore a lei premendo il conservare i proprii diritti, e l'amore de' suoi Ungheri e Boemi, e il poter sedere da lì innanzi in carrozza al fianco dell'augusto marito. Accettò nondimeno il titolo d'imperadrice, e non lasciò di far risplendere in tal congiuntura la mirabil sua magnificenza, essendosi creduto da molti che ascendesse a qualche milione il prezzo delle gioie e dei regali da essa distribuiti agli elettori, ministri, generali delle milizie, soldati, ed altra gente, tanto che ne stupì ognuno. Si restituirono poscia le imperiali loro maestà a Vienna, e vi fecero il giulivo loro ingresso nel dì 27 di ottobre.

Continuava intanto la guerra dell'imperadrice suddetta col re di Prussia, le cui armi occupavano la Slesia. Nel dì 8 del gennaio dell'anno presente in Varsavia fra la suddetta Augusta regina, il re d'Inghilterra e il re di Polonia, come elettor di Sassonia, e gli Olandesi, fu stabilita una lega difensiva, per cui si obbligò esso elettore di contribuire trenta mila armati per la difesa del regno d'Ungheria, con promettergli annualmente le potenze marittime cento cinquanta mila lire sterline, per questo. E giacchè il re prussiano s'era messo sotto i piedi il precedente trattato di pace, attese indefessamente la corte di Vienna ad unire un poderoso esercito contra di lui, lusingandosi di poter profittare di questa rottura, per ricuperare la sommamente importante provincia della Slesia dalle mani di chi avea mancato alla fede. Altri conti faceva il re di Prussia, le cui truppe a maraviglia agguerrite, forti e spedite nei combattimenti, hanno in questi ultimi tempi conseguito un gran credito nelle azioni militari. All'apertura della campagna il principe Carlo di Lorena marciò animosamente coi Sassoni in traccia della nemica armata. Seguirono varii incontri, finchè nel dì 4 di giugno prese Striegau e Friedberg, esso principe, forse contro sua voglia, venne ad una giornata campale con esso re. Toccò una gran rotta agli Austriaco-Sassoni, non avendo il principe assai per tempo avvertita la svantaggiosa situazione sua, per cui non potea passare la sua cavalleria, e la vantaggiosa dell'esercito prussiano. Confessarono i vinti la perdita di nove mila persone fra uccisi, feriti e prigioni. Pretesero all'incontro i vincitori prussiani, che de' loro avversari, quattro mila restassero estinti nel campo, sette mila fossero i prigioni, fra i quali ducento gli uffiziali, coll'acquisto di sessanta cannoni, trentasei bandiere ed otto paia di timbali, oltre lo spoglio del campo. Furono perciò obbligati gli Austriaci e Sassoni a ritirarsi con grave disagio nella Boemia, per attendere alla difesa, e furono colà inseguiti dai nemici. Ritirossi poscia nel settembre da essa Boemia il re di Prussia, e con un manifesto, e coll'avvicinamento delle sue truppe cominciò a minacciar la Sassonia. L'inseguì in questa ritirata il principe di Lorena, e nel dì 30 di esso mese a Prausnitz in Boemia andò coll'esercito suo ad assediarlo. Ebbe anche questa volta la fortuna contraria, e lasciò in mano dei nemici la vittoria, con perdita forse di tre mila persone, di trenta pezzi di cannone e di molte insegne. Ma nè pure il Prussiano potè gloriarsi molto di questa giornata, perchè anch'egli perdè non solo assai gente, ma anche la maggior parte del bagaglio proprio e dei suoi uffiziali: stante l'avere il generale Trench co' suoi Ungheri atteso nel bollore della battaglia a ciò che più gli premeva, cioè a quel ricco bottino, e a far prigione chiunque ne aveva la guardia. Fu creduto che se essi Ungheri, senza perdersi nel saccheggio, avessero secondato il valor degli Austriaci, con menar anch'essi le mani, ed assalir per fianco i nemici, come era il concerto, sarebbe andata in isconfitta l'armata prussiana.

Ora essendosi inoltrato il re di Prussia nei confini della Sassonia, nel dì 23 di novembre si affrettò di prevenir l'unione degli Austriaci coi Sassoni, e gli riuscì di dare una rotta ad alquanti reggimenti della Sassonia, colla morte di circa due mila d'essi, e colla prigionia di altrettanti. Si tirò dietro questa vittoria un terribile sconvolgimento di cose. Imperciocchè l'elettor sassone re di Polonia prese le precauzioni di ritirarsi colla real famiglia e co' suoi più preziosi arredi in Boemia e non finì il mese che le truppe prussiane entrarono in Mersburg e Lipsia; e il re loro nello stesso tempo con altro corpo di gente s'impadronì di Gorlitz. Inorridì ognuno all'udir le smisurate contribuzioni di due milioni e mezzo di fiorini, intimate al popolo di Lipsia, da compartirsi poi sopra tutto l'elettorato di Sassonia, con dar tempo di sole poche ore al pagamento. Convenne contribuire quanto di danaro, gioie ed argenterie si potè unire, in quel brutto frangente, e dar buone sicurtà mercantili pel residuo. Anche nel dì 15 di dicembre seguì un altro fatto d'armi fra i Prussiani e gli Austriaco-Sassoni, colla peggio degli ultimi; dopo di che furono aperte le porte di Dresda ai re di Prussia. Per cotanta felicità del re nemico conobbero in fine tanto Federigo Augusto III re di Polonia, quanto l'imperadrice Maria Teresa, la necessità di trattar di pace. Da Vienna dunque con plenipotenza volò il ministro d'Inghilterra a trovare Carlo Federigo III re di Prussia, e a maneggiar l'accordo. Ossia che l'imperadrice della Russia minacciasse il Prussiano, o pure che altri riguardi movessero esso re: certo è che nel dì 25 di dicembre seguì la pace fra quelle tre potenze, uniformandosi al precedente trattato di Breslavia, con altri patti, che io tralascio. Ritiraronsi perciò da lì a non molto l'armi prussiane dalla Sassonia; e siccome il re elettore se ne tornò al godimento de' suoi Stati, così l'imperadrice, sbrigata da sì fiero e fortunato avversario potè attendere con più vigor da lì innanzi a sostenere gli affari suoi in Italia.

Gran guerra fu eziandio in Fiandra nell'anno presente. Sul fine d'aprile il valoroso conte di Sassonia maresciallo di Francia con potente esercito si portò all'assedio di Tournai. V'era dentro un presidio di nove mila alleati che prometteva gran cose, e certamente non mancò al suo dovere. Lo stesso re Cristianissmo Luigi XV col figlio Delfino volle ancora in quest'anno incoraggir quell'impresa colla presenza sua, e ben molto giovò. Imperciocchè nel dì 11 di maggio ii giovane duca di Cumberland, secondogenito di Giorgio II re della Gran Bretagna, comandante supremo dell'armata dei collegati in Fiandra, assistito dal saggio maresciallo conte di Koningsegg (i cui consigli non furono questa volta attesi) andò con tutte le sue forze ad assalire i Franzesi a Fontenay. Nove ore durò l'aspro combattimento, in cui l'esercito collegato superò alcuni trinceramenti, e fece anche piegare i nemici; ma sopraggiunte le guardie del re, cangiò aspetto la battaglia, e furono essi alleati costretti a ritirarsi con disordine ad Ath, con restare i Franzesi padroni del campo, di molte bandiere, stendardi e cannoni, e con fare circa due mila prigioni. Che comperassero i Franzesi ben caro questa vittoria, si argomentò dall'aver essi contato fra morti e feriti quattrocento cinquanta de' loro uffiziali. Nel dì 23 di maggio la guernigione di Tournay cedè la città agli assedianti, e si ritirò nella Cittadella, dove, con far più prodezze, si sostenne sino al dì 20 di giugno. Le furono accordati patti di buona guerra, a riserva di non potere per tutto il presente anno militare contro i Franzesi. Era esso presidio ridotto a sei mila persone. Andò poi rondando l'accorto maresciallo di Sassonia per alquanti giorni, senza prevedersi dove piombare; quando improvvisamente spedì un corpo dei suoi, i quali, dopo aver data una rotta a sei mila Inglesi che marciavano alla volta di Gant, colla scalata s'impadronirono, nel dì 11 di luglio, della stessa vasta città di Gant, e nel dì 16 anche del castello. Copiosi magazzini di farine, biada, biscotto, fieno ed abiti da soldati si trovarono in quella città, e furono di buon cuore occupati dai Franzesi. Nel dì 21 di luglio entrarono l'armi galliche anche in possesso di Oudenarde, Grammont, Alost, e poscia di Dendermonda: dopo di che passarono sotto Ostenda, e verso la metà d'agosto ne impresero l'assedio e le offese.

Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza, nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa. Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia. Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il cattolico principe di Galles Carlo Odoardo, figlio di Giacomo III Stuardo re d'Inghilterra, già chiamato nel precedente anno in Francia, ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti, e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio, che Giorgio II re d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti, e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a rammentare i suoi.