Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale austriaco in Imola il principe di Lobcowitz, e si stendevano le sue truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuolo conte di Gages faceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni di marzo, giacchè il conte di Gages era stato rinforzato da molti squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro. Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma non si tardò molto a vedere l'inviamento de' loro spedali alla volta del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani s'inoltrarono verso Fano, il principe di Lobcowitz, incendiati i proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito suo di qua dal Panaro sul Modenese.
Arrivato che fu da Venezia a Bologna anche Francesco III d'Este duca di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà il principe di Lobcowitz con apparenza di voler dare battaglia. Ma senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale, e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i giorni santi, e vennero quelli ancora di Pasqua: con che divozione li passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio, e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo tante faticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.
Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor flotta del Mediterraneo, quanto Carlo Emmanuele re di Sardegna se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità. Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna. Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della vendita d'esso Finale fatta dall'imperador Carlo VI ai Genovesi non apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della promessa di assicurarla del dominio e godimento di quello Stato, allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra. Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in Lombardia.
Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale infante don Filippo, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire, anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese, sotto il comando del maresciallo marchese di Maillebois, per venire ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di Vienna il principe di Lobcowitz, per valersi di lui nell'importante guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo degli Spagnuoli comandato dal duca di Modena, e rinforzato da due mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante, si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi di Novi. Anche il re di Sardegna, a cui la morte nel dì 29 di maggio avea tolto il marchese d'Ormea, gran cancelliere ed insigne primo ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove potea l'infante don Filippo tentare il passaggio in Lombardia. Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando il duca di Modena unito al general Gages marciò a quella volta con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi. Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso Alessandria, il conte di Schulemburgo, general comandante delle armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi sino a Voghera. Intanto fu data commissione al marchese Gian Francesco Brignole, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della sua cittadella.
Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna si presentò sotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello, ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di Tortona il real infante don Filippo, fu sollecito a spedire il duca di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale, improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione di Elisabetta Farnese regina di Spagna, quella fu che li salvò da questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese del castello, prima di rendersi, l'onore di essere salutato con molte cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese di Castellar il possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città. Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi, spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì, meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.
Diede in questi tempi il generale di essi conte di Gages un nuovo saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria. Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, si trovavano in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città, che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli, perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli, troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese. Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di Pavia cagion fu che il generale austriaco conte di Schulemburgo colle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso re Carlo Emmanuele fermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo, e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempo andava studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria, Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi, nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti, nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.
Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava lo stesso Gages col duca di Modena, a fin di fare in varii siti un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento, e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga. Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola; ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue truppe stava accampato di là da Po, nè tardò egli punto a muoversi; due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte delle sue truppe ed artiglierie.
Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale, e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immenso danno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella città il marchese di Carraglio, general veterano del re di Sardegna, e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata austriaca Wincislao principe di Lictestein, di una delle più nobili e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa fortezza marchese di Balbiano ne propose la resa agli aggressori; ma, ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello, oltre a molti malati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che, prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio. Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi militari.
Giacchè il re di Sardegna e il principe di Lictestein s'erano ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino, passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'infante don Filippo, il duca di Modena, il conte di Gages e il maresciallo di Maillebois. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi, cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata al governator Mari Genovese, si diede a fulminar quella città con bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore, informato dell'avvicinamento del colonnello Rivarola con tre mila Corsi sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle il maresciallo di Maillebois il possesso e dominio di quella città a nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì. Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'infante don Filippo e il duca di Modena col meglio delle loro forze a Pavia. Eransi già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine della corte di Madrid di passare a Milano.
Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Il duca di Modena era di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e il conte di Gages, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano, che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte le contrade riguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto dicembre fece anche l'infante don Filippo in compagnia del duca di Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto il principe di Lictenstein col suo corpo di gente si tratteneva sul Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente: anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò a serpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa guerra.