MDCCXLVI

Anno diCristo MDCCXLVI. Indizione IX.
Benedetto XIV papa 7.
Francesco I imperadore 2.

Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempo Carlo Emmanuele re di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccato alla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio del maresciallo di Maillebois, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infante don Filippo a solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; il duca di Modena se ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e il generale Gages col nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare il principe di Lictenstein, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.

Non attendeva già a solazzi in Vienna l'imperadrice regina, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.

Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu il re di Sardegna, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il barone di Leutron con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valoroso marchese di Carraglio, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco Berenclau da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.

Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante conte di Broun, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generali Lucchesi e Novati, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campo conte Coraffan, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo al marchese di Castellar, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.

Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandante principe di Lictenstein, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.

Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolo marchese di Castellar; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieria conte Gian-Luca Pallavicini con grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.

Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi col maresciallo di Maillebois tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente maresciallo conte Nadasti co' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.