Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dal principe di Baden Durlach, e coperto dal barone di Leutron, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il generale Gages l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.

Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dal cardinale Alberoni, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.

Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.

Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) il maresciallo di Maillebois alla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandante principe di Lictenstein, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, al marchese Antoniotto Botta Adorno, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedere al meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.

Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò ad urtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriaco conte di Broun, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchi dagli Spagnuoli condotti dal generale conte di Gages e da altri lor generali.

Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generali Berenclau e Botta Adorno, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandante principe di Lictenstein in questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche le truppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generale conte Pallavicini comandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.

Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loro Te Deum. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più di mille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopra di loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.

Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto il re di Sardegna, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generale conte di Sculemburgo con assai milizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generali marchese Botta Adorno, conte Broun e di Linden, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languiva per la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.

In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle Spagne Filippo V godeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorte Elisabetta Farnese, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in lui peccata Caesaris, per le tante guerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturias don Ferdinando, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre da Maria Luisa Gabriella di Savoia. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infante donna Maria Maddalena di Portogallo; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pel cardinale infante di due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infante don Carlo re delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.

Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchè nato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di Francia Maria Teresa, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato il maresciallo di Maillebois, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che per l'ordine del novello re di Spagna Ferdinando VI circa sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.