Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generale marchese Botta Adorno con più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 di agosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopo molti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche il marchese di Castellar, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generale barone di Berenclau, e tra i feriti furono i generali Pallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, Andlau e Gorani. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.

Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concerto coi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.

Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuoli e sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dal marchese di Mirepoix, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo il marchese della Mina, o sia de las Minas, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infante don Filippo, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro in breve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Il conte di Gages e il marchese di Castellar s'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.

Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono il generale Broun e il principe di Carignano con dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni col generale Botta. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensò a strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato il generale Piccolomini di formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri e fanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi il maresciallo di Maillebois d'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.

Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo. Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegno di guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.

Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercito austriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire il generale Broun, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso il marchese Botta Adorno, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare le ostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.

Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso si intendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generale conte di Cotech, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò al doge Brignole e senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestà dell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma di tre milioni di genovine (cioè nove milioni di fiorini) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.

Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsi in quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.

Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor della corona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedova regina Elisabetta, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento, essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.

Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitare Carlo Emmanuele re di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infante don Filippo e il duca di Modena non fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese, il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il posto della Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.