Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono, finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno. Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi; e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta: posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada: ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente all'ordine del governo di non prendere l'armi. Si figurarono altri che il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi, di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali. Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano, pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano: vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della città ogni più caritativo trattamento.

Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra. Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furono eziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que' forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de' padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo arrivasse colà, per ragguagliare il maresciallo duca di Bellisle di sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia, Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi. Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci avessero saputo trattar bene quel popolo, e promettergli lo sgravio di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.

Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino. Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole: del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo non passa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto. Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si mosse mai il governo contro gli Austriaci.

Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto, dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo, e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì il conte della Rocca, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di miliziotti, per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico; ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi, che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere; e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città, per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia di cannoni di bronzo.

Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo, e delle munizioni da guerra. Ebbe il generale conte di Broun un bel aspettare: s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova. Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza. Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè il marchese di Mirepoix, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co' nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il maresciallo duca di Bellisle, ed era in cammino a quella volta il gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de' Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste nemica. Intanto il generale Botta, tenendo forte la Rocchetta, piantò il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.

Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo di apoplessia portò all'altra vita Giuseppe Maria Gonzaga, duca di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni di mente, che stette sempre in mano della duchessa Maria Eleonora di Holstein sua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo: popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente deplorò la perdita di lui. Essendo egli mancato senza prole, terminò quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte, con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice, a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesse Benedetta ed Amalia sorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse, e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto. Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico dell'imperiale coscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se non perchè quella duchessa Maria Teresa Cibò, sovrano sola di tale Stato, era congiunta in matrimonio col principe ereditario di Modena. Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato. Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.

Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva scolpito in marmo il nome del santo uffizio. Trovò lo zelantissimo e dignissimo cardinale Spinelli, arcivescovo di quella metropoli così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione; laonde l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale. Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli il cardinale Landi, arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi, perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova, quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto produsse. A tanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno. E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la santità di papa Benedetto XIV con gran solennità celebrò in Roma la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice, correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso, intitolato la congregazione de' Cherici Scalzi della passion di Gesù Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.

Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo di Francia conte di Sassonia, raunato un esercito di quaranta mila persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro in questi tempi non risonavano i caffè che di vicina pace, quando tutti questi aerei castelli svanirono al vedere che il re Cristianissimo Luigi XV partitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì 20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi, e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella, guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.

Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra, imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi intanto verso la Fiandra il principe Carlo di Lorena, per assumere il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla. Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi. L'aver dovuto accorrere gl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain, al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia, ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa. In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo, tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa per la penuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur, piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa, per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare dal rimaner prigioniera di guerra.

Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte della franzese armata. Così non fu. Il maresciallo conte di Sassonia, dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso Mastricht, affinchè se il principe Carlo di Lorena, che in quelle vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco. Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala sinistra de' collegati, comandata dal principe di Waldech, generale degli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto. Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio, lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in varie parti, a godere i quartieri del verno.