Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale, capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione del cattolico principe di Galles Carlo Odoardo Stuardo, aveano attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que' popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi, e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness, e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa, prese il re Giorgio II la precauzione di tenere alla guardia d'essa città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò il suo secondogenito Guglielmino Augusto duca di Cumberland con gagliarde forze contra del principe Stuardo. Varie furono le vicende di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto; e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27 di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto. Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto, come principe di gran valore e senno, dal re Cristianissimo Luigi XV. Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia. Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini della compagnia dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora, rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e pentimento.
MDCCXLVII
| Anno di | Cristo MDCCXLVII. Indizione X. |
| Benedetto XIV papa 8. | |
| Francesco I imperadore 3. |
Furono alquanto lieti i principii dell'anno presente, perchè gli accorti monarchi fecero vedere in lontananza agli afflitti lor popoli un'iride di pace come vicina. Imperciocchè si mirò destinata Bredà in Olanda per luogo del congresso, e spediti plenipotenzarii per trattarne, e convenire delle condizioni. La gente, credula alle tante menzogne delle gazzette, si figurava già segretamente accordati Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi nei preliminari; e a momenti aspettava la dichiarazione di un armistizio, cioè un foriere dello smaltimento delle minori difficoltà, per istabilire una piena concordia. Ma poco si stette a conoscere, che tante belle sparate di desiderar la pace ad altro non sembravano dirette che a rovesciare sulla parte contraria la colpa di volere continuata la guerra, onde presso i proprii popoli restasse giustificata la continuazion degli aggravii, e tollerati i danni procedenti dal maneggio di tante armi. Trovaronsi in effetto inciampi sul primo gradino. Cioè si misero in testa i Franzesi di non ammettere al congresso i plenipotenziarii dell'imperadore, perchè non riconosciuto tale da essi; nè della regina d'Ungheria, per non darle il titolo a lei dovuto d'imperatrice; nè del re di Sardegna, perchè non v'era guerra dichiarata contra di lui. Tuttavia non avrebbe tal pretensione impedito il progresso della pace, se veramente sincera voglia di pace fosse allignata in cuore di que' potentati; perchè avrebbero (come in fatti si pretese) potuto i ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda comunicar tutte le proposizioni e negoziati ai ministri non intervenienti; e convenuto che si fosse dei punti massicci, ognun poscia avrebbe fatta la sua figura nelle sessioni. Ma costume è dei monarchi, i quali tuttavia si sentono bene in forze, di cercar anche la pace per isperanza di guadagnar più con essa che coll'incerto avvenimento dell'armi. Alte perciò erano le pretensioni di ciascuna delle parti, e in vece di appressarsi, parve che sempre più si allontanassero quei gran politici. Ciò che di poi cagionò maraviglia, fu il vedere che nè pure al signor di Mancanas, plenipotenziario di Spagna, fu conceduto l'accesso ai congressi, quando le apparenze portavano, che le corti di Versaglies e Madrid passassero di concerto, e fosse tornata fra loro una perfetta armonia. Veramente il cannocchiale degl'Italiani non arrivava in questi tempi a discernere le mire ed intenzioni arcane del gabinetto di Madrid. Le truppe di quella corona seguitavano a fermarsi in Aix di Provenza, senza che apparisse se le medesime si unissero mai daddovero colle franzesi, benchè si scrivesse che le spalleggiassero, allorchè, siccome diremo, obbligarono i nemici a retrocedere. Ne fu poi ordinata una non lieve riforma, e il resto andò a svernare in Linguadoca, con prendere riposo l'infante don Filippo e il duca di Modena in Mompellieri. Nel medesimo tempo si attendeva forte in Madrid al risparmio per rimettere, come si diceva, in migliore stato l'impoverito regno, annullando spezialmente le tante pensioni concedute dal re defunto; e pur dicevasi, farsi leva di nuove milizie per ispedirle in Provenza. Fluttuava del pari anche la repubblica d'Olanda fra due opposti desiderii, cioè quello di non entrare in guerra dichiarata contro la Francia, minacciante oramai i di lei confini; e l'altro di mettere una volta freno dopo tante conquiste agli ulteriori progressi di quella formidabil potenza. La conclusione intanto fu, che ognun depose per ora il pensier della pace; giacchè quei soli daddovero la chieggono che son depressi, e non si sentono più in lena per continuare la guerra.
Passarono il gennaio in Provenza gli Austriaco-Sardi, ma in cattiva osteria, combattendo più co' disagi che co' Franzesi, i quali andavano schivando le zuffe, sperando poi di rifarsi allorchè fossero giunte le numerose brigate di Fiandra. Bisognava che quell'armata aspettasse la sussistenza sua in maggior parte dal mare, venendo spedite le provvisioni per uomini, cavalli e muli da Livorno, Villafranca e Sardegna. Ma il mare è una bestia indiscreta, massimamente in tempo di verno. Però, tardando alle volte l'arrivo de' viveri, uomini e cavalli rimanevano in gravi stenti; e giorno vi fu che convenne passarlo senza pane. Tutto il commestibile costava un occhio non osando i paesani di portarne, o facendolo pagar carissimo, se ne portavano. Soffiarono talvolta sì orridi venti, che i soldati sull'alto della montagna nè pur poteano accendere o tener acceso il fuoco. Trovavansi anche non pochi di loro senza scarpe e camicie, da che s'erano perduti i magazzini di Genova. Ora tanti patimenti cagion furono che entrò nell'esercito un fiero influsso di diserzione, fuggendo chi potea alla volta di Tolone, dove speravano miglior trattamento. Tanti ne arrivarono colà, che il comandante della città non volle più ammetterli entro d'essa per saggia sua precauzione. Caddero altri infermi, e conveniva trasportarli fino a Nizza, per dar luogo ad essi negli spedali della Riviera. Per quindici dì que' cavalli e muli non videro fieno o paglia, campando massimamente con pane e biada, e questa anche scarsa alle volte. Chi spacciò che furono forzati a cibarsi delle amare foglie degli ulivi, dovette figurarsi che i cavalli fossero capre. Arrivò la buona gente fino a credere che que' cavalli per la soverchia fame mangiassero la minuta ghiaia del lido del mare, senza avvedersi che queste erano iperboli o finzioni di chi si prende giuoco della stolta credulità altrui. Quel che è certo, non pochi furono i cavalli e muli che quivi lasciarono le lor ossa, e gli altri notabilmente patirono, e parte restarono inabili al mestier della guerra. Intanto a questo gran movimento d'armi non succedea progresso alcuno di conseguenza. Ridevasi il forte di Antibo dei Croati lasciati a quel blocco, che non poteano rispondere alle cannonate, se non con gl'inutili loro fucili. Però fu spediente di trarre da Savona con licenza del re sardo quanta artiglieria grossa occorreva per battere quella Rocca; e in quel frattempo le navi inglesi la travagliarono con gran copia di bombe, le quali recarono qualche danno alla terra, senza nondimeno intimorir punto i difensori di quel forte. Giunsero finalmente i grossi cannoni, ma giunsero troppo tardi.
Imperciocchè si cominciò ad ingrossare l'esercito franzese co' corpi di gente, che dalla Fiandra pervenuti a Lione, senza dilazione andavano di mano in mano ad unirsi col campo del maresciallo duca di Bellisle. Avea questi raunate alcune migliaia di miliziotti armati; e da che si trovò rinforzato dalla maggior parte delle truppe regolate, divisò tosto la maniera di liberar la Provenza dalla straniera armata. Scarseggiava forte anch'egli di viveri e foraggi, perchè venne a militare in luoghi dove niun magazzino si trovò preparato, e difficilmente ancora non si potea preparare per mancanza di giumenti. Fiera strage anche in que' paesi avea fatto la mortalità de' buoi. Ebbe nondimeno il contento di udire che le truppe spedite di Fiandra, ancorchè stanche e malconcie, nulla più sospiravano che di essere a fronte de' nemici, e chiedevano di venire alle mani. La prima impresa ch'ei fece, fu di spedire alla sordina un distaccamento d'alquante brigate de' suoi alla volta di Castellana, dove stava di quartiere il generale austriaco conte di Neuhaus con dodici o quattordici battaglioni. Dopo gagliarda difesa toccò a questi di cedere a chi era superiore di forze, con lasciar quivi alcune centinaia di morti e prigioni, e si contò fra gli ultimi lo stesso generale ferito con buon numero d'altri uffiziali. Non gli sarebbe accaduta questa disavventura se avesse fatto più conto del parere del giovane marchese d'Ormea che si trovò a quel conflitto. Di meglio non succedette in alcuni altri luoghi agli Austriaco-Sardi: laonde il generale conte di Broun, all'avviso delle tanto cresciute forze nemiche, fatto sciogliere l'assedio di Antibo e rimbarcare l'artiglieria, si andò poi ritirando a Grasse. Quindi, fatte tutte le più savie disposizioni, sul principio di febbraio cominciò la sua cavalleria a ripassare il Varo, e fu poi seguitata dalla fanteria, senza che nel passaggio occorresse sconcerto o danno alcuno notabile, ancorchè non lasciasse qualche corpo di Franzesi d'insultarli. Penuriavano di tutto, come dissi, anche i Franzesi in quel desolato paese; e però non poterono operare di più.
Ecco dove andò a terminare la strepitosa invasione della Provenza. Assaissimi danni recò ben essa a que' poveri abitanti; ma pagarono caro gli Austriaco-Sardi il gusto dato alla corte di Londra; perchè, oltre ai non lievi patimenti ivi sofferti, fu creduto che l'esercito loro tornasse indietro sminuito almeno d'un terzo; e la lor bella cavalleria per la maggior parte si rovinò, talchè nè pel numero nè per la qualità si riconosceva più per quella che andò. Restò alla medesima anche un altro disagio, cioè di dover passare in tempo di verno e di nevi per le alte montagne di Tenda: sì, se volle venir a cercare riposo in Lombardia, dove ancora per un gran tratto di via l'accompagnò la fame a cagion della mancanza de' foraggi. Quanto ai Provenziali, non lievi furono, ma non indiscrete le contribuzioni loro imposte. La necessità di scaldarsi, di far bollire la marmitta, cagion fu che dovunque si fermarono le truppe nemiche restarono condannate tutte le case a perdere i loro tetti. Non ha per lo più quella bella costiera di montagne, che si stende dal Varo verso Marsiglia, se non ulivi, fichi e viti. Ordine andò del generale Broun che si risparmiassero, per quanto mai fosse possibile, gli ulivi, onde si ricavano olii sì preziosi, non so ben dire, se per solo motivo di generosa carità, o perchè la provincia si esibisse di fornirlo in altra maniera di legna. Ben so che, a riserva d'un mezzo miglio intorno all'accampamento di Cannes, dove tutte quelle piante andarono a terra, e di qualche altro luogo, dove non si potè di meno nella ritirata, rimasero intatti gli ulivi; e che esso conte di Broun riportò in Italia il lodevole concetto di molta moderazione, pregio che di rado si osserva in generali ed armate che giungono a danzare in paese nemico. Per questo, e in considerazione molto più del suo valore e prudenza, venne egli dipoi eletto general comandante dell'armi cesareo-regie in Italia. Quel che è da stupire, non ebbe già sì buon mercato la città e territorio di Nizza, tuttochè dominio del re di Sardegna. Quivi legna da bruciare non si truova, e v'è portata dalla Sardegna, o si provvede dalla vicina Provenza. Pel bisogno di tanta gente, che quivi o nella venuta o nel ritorno ebbe a fermarsi, si portò poco rispetto agli ulivi, cioè alla rendita maggiore di quegli abitanti: danno incredibile, considerato il corso di tanti anni che occorre per ripararlo. Prima di questi tempi trovandosi in Nizza il re di Sardegna bene ristabilito in salute, benchè le montagne di Tenda fossero assai guernite di neve, pure volle restituirsi alla sua capitale. Giunse pertanto a Torino nel dì 15 di gennaio, e somma fu la consolazione e il giubilo di que' cittadini in rivedere il loro amato e benigno sovrano.
Che breccia avesse fatto nel cuore degli Augusti austriaci regnanti la rivoluzione di Genova, sel può pensare ognuno. D'altro non si parlava in Vienna che dell'enorme tradimento dei Genovesi. Questi dichiarati spergiuri e mancatori di fede; questi ingrati, da che l'armi vittoriose dell'imperadrice regina, che avrebbero potuto occupare il governo di quella repubblica e disarmare il popolo, s'erano contentate d'una sola contribuzione di danaro, non eccessiva per sì doviziosa città. Crebbero le rabbiose dicerie, da che si conobbe che cattive conseguenze ridondarono dipoi sopra l'impresa di Provenza. Riflettendo alla grave perdita de' magazzini e di tanti bagagli dei cesarei uffiziali, ma sopra tutto all'onore dell'armi imperiali leso da quel popolo, maggiormente si esaltava la bile, e si eccitavano i pensieri e desiderii di vendetta. Poterono allora accorgersi i ministri di quella gran corte che i buoni uffizii fatti passare da chi è padre comune de' fedeli, cioè dal regnante pontefice Benedetto XIV, per ottenere la diminuzion dell'imposta contribuzione ai Genovesi, tendevano bensì al sollievo di quella nazione, ma anche alla gloria delle loro maestà, e alla maggior sicurezza de' loro interessi. E certamente se l'imperadrice regina fosse stata informata della trista situazione a cui i suoi ministri ed uffiziali con tante estorsioni ed abusi della buona fortuna aveano ridotta quella repubblica, siccome principessa d'animo grande ed inclinata alla clemenza, si può credere che avrebbe colla benignità e indulgenza prevenuto quel precipizio di cose. Ora in Vienna fra gli altri consigli dettati dallo spirito di vendetta, si appigliò la corte a quello di confiscare tutti i beni, crediti ed effetti spettanti a qualsivoglia Genovese in tutti gli Stati dell'austriaca monarchia, ascendenti a milioni e milioni. Si maravigliavano i saggi al trovare nell'editto pubblicato per questo, che vi si parlava di ribellione, di delitto di lesa maestà, e che si usavano altri termini non corrispondenti al diritto naturale e delle genti. Nei monti di Vienna, di Milano e d'altri luoghi stavano allibrate immense somme di danaro genovese, per la cui sicurezza era impegnata la sovrana e pubblica fede, anche in caso di ribellione e d'ogni altro maggiore pensato o non pensato avvenimento. Come calpestare sì chiari patti? E come condannare tanti innocenti privati, e tanti che abitavano fuori del Genovesato, e se ne erano ritirati dopo quella spezie di cattività? Il fallimento poi de' Genovesi si sarebbe tirato dietro quello di tante altre nazioni. Perchè verisimilmente dovettero essere fatti dei forti richiami, e meglio esaminato l'affare, se ne toccò con mano l'ingiustizia. Smontò dipoi la corte imperiale da questa pretenzione, e con altro editto solamente pretese che i frutti e le rendite annue degli effetti de' Genovesi pervenissero al fisco, non essendo di dovere che servissero per far guerra alla maestà sua imperiale e regale. Di grandi grida ci furono anche per questo, pretendendo la gente che si avessero a tenere in deposito; altrimenti quella corte in altri bisogni farebbe la penitenza della non mantenuta fede. Nello stesso tempo seriamente si pensò alle maniere militari da far pentire i Genovesi del loro attentato; e a questo fine s'inviarono in Italia in gran copia le reclute, e dei nuovi corpi di Croati. Giacchè il generale Broun sinceramente scrisse alla corte, quanto difficil impresa sarebbe l'assedio di Genova, in vece sua fu eletto il generale conte di Schulemburg. Spedito intanto dai Genovesi ad essa corte imperiale il padre Visetti gesuita, siccome ben informato dei passati avvenimenti, par addurre le discolpe del loro governo, non solo non fu ammesso, ma venne anche obbligato a tornarsene frettolosamente in Italia. Durante tuttavia il verno, non volle l'esercito austriaco marcire nell'ozio. Esso ripigliò la Bocchetta con isloggiarne i Genovesi. La dimora in quel luogo spelato e freddo costò agli Austriaci gran perdita di gente. Rallentato poi che fu il verno, calarono varie partite di Croati al basso verso Genova per bottinare ed inquietare gli abitanti del paese. Contaronsi allora alcune crudeltà di quella gente che facevano orrore. Ne restò così irritato il popolo di Genova, che fece sapere ai comandanti cesarei, che se non mutavano registro, andrebbono a tagliare a pezzi tutti gli uffiziali di lor nazione prigionieri.
Sì a Versaglies che a Madrid aveano portate i Genovesi le loro più vive istanze e preghiere per ottener soccorsi nel gravissimo loro bisogno. L'obbligo della coscienza e dell'onore esigeva dalle due corone un'emenda d'avere sì precipitosamente abbandonata al voler dei nemici quella repubblica. Perorava ancora l'interesse, affinchè sì potente città non cadesse in mano dell'austriaca potenza; e molto più avea forza presso de' Franzesi il debito della gratitudine, non potendo essi non riconoscere dall'animosa risoluzion de' Genovesi l'esenzion delle catene che s'erano preparate alla Provenza. Però amendue le corti, e massimamente quella di Francia, promisero protezione e soccorso; ordini anche andarono per la spedizione di un convoglio di truppe e munizioni all'afflitta e minacciata città. Precorse intanto colà il lieto avviso, e la sicurezza dell'impegno preso dalle due corone in suo favore: nuova che sparse l'allegrezza in tutto quel popolo, e raddoppiò il coraggio in cuore di ognuno. Allora fu che il governo nobile cominciò pubblicamente ad intendersi ed affrattellarsi col popolare, per procedere tutti di buon concerto alla difesa della patria. Erasi già, all'arrivo del generale Sculemburgo, messa in moto parte delle soldatesche austriache, cioè Croati, Panduri e Varasdini, con riuscir loro di occupare varii siti non solamente nelle alture delle montagne, ma anche nel basso verso Bagnasco, Campo-Morone e Pietra-Lavezzara, con iscacciare da alcuni postamenti i Genovesi, e con esserne anche essi vicendevolmente ricacciati. Non potè questo succedere, spezialmente nel dì 16 di febbraio, senza spargimento di sangue. Si diedero all'incontro i Genovesi ad accrescere maggiormente le fortificazioni esteriori della loro città; a disporre le artiglierie per tutti gli occorrenti siti; a ridurre in moneta le argenterie contribuite ora più di buon cuore da' cittadini, che ne' giorni addietro. Ottennero in oltre da lì a qualche tempo licenza da Roma di potersi valere di quelle delle chiese, con obbligo di restituirne il valore nel termine di alquanti anni, e di pagarne intanto il frutto annuo in ragione del due per cento. Furono poscia dalla corte del re Cristianissimo spediti a poco a poco a quella repubblica un milione e ducento mila franchi; ed in oltre fatto ad essa un assegno di ducentocinquanta mila per mese: danaro che fu poi puntualmente pagato. Non si sa che dal cielo di Spagna scendesse sui Genovesi alcuna di queste rugiade. Succedette intanto l'arrivo di alquanti ingegneri e cannonieri franzesi; e nella stessa città si andarono formando assaissime compagnie urbane, ben vestite all'uniforme e ben armate, parte composte di nobili cadetti, parte di mercatanti e persone del secondo ordine, e molte più delle varie arti di quella città, animandosi ciascuno a difendere la patria, e gridando: O morte, o libertà. Cotal fidanza nella protezione della Vergine santissima era entrata in cuore di ognuno, che si tenevano oramai per invincibili, attribuendo a miracolo ogni buon successo de' piccioli conflitti che di mano in mano andavano succedendo contra degli Austriaci, o cacciati, o uccisi, o fatti prigioni.