Ad accrescere il comune coraggio serviva non poco l'accennato promesso soccorso delle due corone, e il sapersi che erano già imbarcati sei mila fanti in Marsilia e Tolone in più di sessanta barche e tartane, oltre ad altre vele che conducevano provvisioni da bocca e da guerra, altro non bramando da esse, se non che si abbonacciasse il mare, e desse loro le ali un vento favorevole. Venuto oramai il tempo propizio, circa la metà di marzo fecero vela. Rondava per quei mari il vice ammiraglio Medley con più vascelli e fregate inglesi, aspettando con divozione i movimenti di quel convoglio, per farne la caccia. E in fatti, per quanto potè, la fece. Fioccarono più del solito le bugie intorno all'esito di quella spedizione. All'udir gli uni, buona parte di que' legni e truppe gallispane era rimasta preda degl'Inglesi; disperso il restante, parte avea fatto ritorno a Tolone, parte si era rifugiato in Corsica e a Monaco. Sostenevano gli altri che una fortuna di mare avea sparpagliati tutti que' navigli; e ciò non ostante, non esservi stato neppure uno d'essi che non giugnesse a salvamento, approdando chi a Porto-Fino, chi alla Spezia e Sestri di Levante, e chi a dirittura a Genova stessa, dove certamente pervenne la Flora, nave da guerra franzese, la quale sbarcò il signor di Mauriach, comandante di quelle milizie, e buon numero di uffiziali, granatieri e cannonieri. Ventilate da' saggi non parziali tanto alterate notizie, fu conchiuso che circa quattro mila Gallispani per più vie arrivassero a Genova; più di mille cadessero in man degli Inglesi; e qualche bastimento si ricoverasse in Monaco, dove fu poi bloccato da essi Inglesi, ma senza frutto. Con immenso giubilo venne accolto da' Genovesi questo soccorso, spezialmente perchè caparra d'altri maggiori; e in fatti si intese che altro convoglio s'allestiva in Tolone e Marsilia, parimente destinato in loro aiuto. Ma neppure dall'altro canto perdonavano a diligenza alcuna gli Austriaci, con preparar magazzini, artiglierie grosse e minori, mortai da bombe, ed altri attrezzi e munizioni da guerra, più che mai facendo conoscere di voler dare un esemplare gastigo, se veniva lor fatto, alla stessa città di Genova. Giacchè sì sovente nelle armate austriache il valore non è accompagnato da tutti que' mezzi de' quali abbisogna il mestier della guerra: il che poi rende indisciplinate e di ordinario troppo pesanti le loro milizie ovunque alloggiano: alcune città del cotanto smunto Stato di Milano (giacchè mancava d'attiraglio quell'esercito) furono costrette a provvedere cinquecento carrette, con quattro cavalli e un uomo per ciascuna, per condurre le provvisioni al destinato campo. Le braccia di migliaia di poveri villani vennero anch'esse impiegate a rendere carreggiabili le strade della montagna, affin di condurre per esse le artiglierie. Con tutto questo apparato nondimeno non poche erano le savie persone credenti che non si potesse o volesse tentar quell'impresa, come molto pericolosa, per varii riguardi che non importa riferire. Ed avendo veduto che dopo un gran consiglio de' primarii uffiziali fu spedito a Vienna il general Coloredo, molti si avvisarono che altra mira non avessero i suoi passi che di rappresentare le gravi difficoltà che s'incontrerebbono, e il rischio di sacrificare ivi al per altro giusto sdegno non meno l'armata, che la riputazione dell'augusta imperatrice regina. S'ingannarono, e poco stettero ad avvedersi del falso loro supposto.
All'incontro in Genova si teneva per inevitabile la visita, e colla visita ogni maggiore asprezza de' Tedeschi. Questo imminente rischio intanto fu un'efficace predica perchè quella popolata città divenisse un'altra Ninive, sì per placare l'ira del cielo, come per implorare l'aiuto del Dio degli eserciti in sì scabrosa contingenza. Cessò pertanto il vizio; purgò ciascuno le sue coscienze colla penitenza, ed altro ivi non si vedevano che divote processioni ai santuari. Più ancora delle missioni de' religiosi possono aver forza le missioni dell'irreligiosa gente armata, per convertire i popoli a Dio. Venuto che fu il dì 10 di aprile, il generale conte di Schulemburg (già scelto per capo e direttore di quell'impresa), dopo aver visitato i siti e le strade, mise in marcia l'esercito austriaco, il quale fu figurato ascendente a venti in ventidue mila fanti; giacchè la cavalleria in quelle sterili montagne non potea concorrere alle fatiche e all'onore dell'ideato conquisto. Sui primi passi corse rischio della vita il generale suddetto, perchè, mancati i piedi al cavallo, gli rotolò addosso con tal percossa, che sputò sangue, e per alquanti giorni si dubitò, se non di sua vita, almeno d'inabilità a continuare in quel comando. Gli antichi superstiziosi romani avrebbono preso ciò per un cattivo augurio. Calò quell'armata, superati alquanti ridotti, a Langasco, ponte Decimo ed altri siti; e fatti alcuni prigioni, s'impossessò di varii posti in distanza ove di cinque, ove di quattro miglia dalla città, ma senza stendersi punto alla parte del Bisagno, dove sembrano più facili le offese d'essa città. Il quartier generale fu posto alla Torrazza. Non è improbabile che il consiglio militare austriaco avesse risoluta quella spedizione in tempo massimamente che la barriera delle nevi delle Alpi gli assicurava per ora da' tentativi de' Gallispani in Lombardia, stante la speranza di poter almeno ridurre quella repubblica a qualche onesto aggiustamento, onde risarcito restasse l'onore dell'armi dell'augusta regina, con animo di slargar la mano occorrendo ad ogni possibil sorta d'indulgenza. Fu infatti spedito nel dì 15 d'aprile a quel governo un uffiziale, che in voce e in iscritto gli fece intendere, come l'esercito regio-cesareo era pervenuto in quelle vicinanze per farsi ragione de' delitti e della fede violata dai medesimi Genovesi, con tanti danni inferiti alle persone e sostanze dell'esercito dell'imperatrice regina. Che erano anche in tempo di ravvedersi, e di ricorrere pentiti del loro errore alla clemenza di sua maestà, nel cui cuore più possanza avea il desiderio di far grazie che di dispensar gastighi. E di questa clemenza e de' sentimenti cristiani d'essa imperatrice regina, a cui troppo dispiacerebbe la rovina d'una delle più belle e floride città d'Italia, si faceva un pomposo elogio. Ma che? se indugiassero a pentirsi ed umiliarsi, si procederebbe, da che fossero giunte le artiglierie, con ogni maggior rigore contro la loro città, persone, case e campagne, colla giunta di altre più strepitose minaccie di ferro, fuoco e rovine: le quali come s'accomodassero con quella gran clemenza e sentimenti cristiani che giustamente si attribuivano alla maestà sua, non arrivarono alcuni a comprenderlo. La risposta della repubblica, conceputa con termini della maggior venerazione verso l'augusta imperatrice regina, portava, che non ad essi s'avea da imputare la necessità in cui si era trovato il popolo, secondo il gius naturale e delle genti, di prendere l'armi per sua difesa, e non per offesa, da che ad altro non pensavano gli austriaci ministri, se non a ridurlo nell'estrema povertà e schiavitù, senza neppure che i richiami loro pervenissero alla regina, il solo conoscimento della cui clemenza avea indotto il governo a volontariamente aprir le porte all'armi sue. Che pertanto, non riconoscendo in sè delitto, nè motivo di chiedere perdono, speravano che la somma rettitudine della maestà sua troverebbe il loro contegno degno di compatimento, e non di risentimento; e che, altrimenti avvenendo, essi attenderebbono a difendere quella libertà in cui Dio gli avea fatti nascere, pronti a dar le lor vite più tosto che cedere a chi la volesse opprimere.
Non vi fu bisogno di microscopio per iscoprir le ragioni onde furono mossi i Genovesi a sì fatta risposta. Aveano contratto nuovi legami ed impegni colle corone di Francia e Spagna; senza loro consenso non poteano onoratamente venire a trattati contrarii. Perduta la protezion di quelle corti, chi più avrebbe sostenuti i loro interessi in un congresso di pace? Venendo ora ad un accomodamento, nulla si sarebbe parlato di Savona e Finale, con privarsi intanto i Genovesi anche della speranza di ricuperarle colle armi, qualora gli Austriaci fossero ricacciati in Lombardia dai Gallispani. La fortezza poi della città, l'ardore e la concordia del popolo alla difesa, e le promesse delle due corone per una valida assistenza, bastavano bene ad infondere coraggio in chi naturalmente non ne manca. Quando anche peggiorassero gli affari, sempre tempo vi resterebbe per una capitolazione. Rinnovò intanto quel popolo il giuramento di spendere roba e vita per mantenere la propria libertà, sempre fidandosi nell'intercessione della Vergine santissima e nella protezione di Dio. Queste riflessioni nondimeno sufficienti non furono perchè molte famiglie nobili e cittadinesche non si andassero ritirando da Genova nei mesi precedenti, e molto più all'avvicinamento di questo temporale, con ricoverarsi chi a Massa, chi a Lucca, e chi in altre sicure e quiete contrade. Ma spezialmente dissero addio alla loro città i benestanti di Sarzana. Imperocchè libera bensì restava a' Genovesi tutta la riviera di Levante, onde potessero ricavar viveri ed altri naturali, essendo esposta sempre a pericoli la via del mare per cagion delle navi inglesi, intente a far delle prede: ma presero gli Austriaci la risoluzione di spogliargli anche di quel sussidio, con inviare colà due corpi di gente, l'uno per le montagne di Parma, e l'altro per quelle del Reggiano; e tanto più, perchè Genova avea da pensare a sè stessa, nè forze le rimanevano per difendere quella riviera. Conosciuto poscia che per le strade di Pontremoli e delle Cento-Croci si andava ad urtare nelle montagne genovesi, dove i popoli erano tutti in armi, giudicarono meglio di tener solamente la via de' monti reggiani. Fu il generale Voghtern che condusse più di due mila Panduri, e circa cinquecento Usseri a quella volta; ma gli convenne far alto su quel di Massa di Carrara, perchè neppur da quelle parti non mancavano ostacoli, ed egli s'era avviato colà senza cannoni, e, per così dire, col solo bordone. Da Sarzana erano partiti col loro meglio i cittadini più agiati; e all'incontro i contadini aveano in essa città asportati i lor mobili. Fece a questi sapere il comandante genovese della picciola fortezza di Sarzanello, che quando non si appigliassero al partito di difendersi, rovescierebbe loro addosso colle sue artiglierie la città. Giacchè di tanto in tanto andavano arrivando a Genova con varie imbarcazioni franzesi e spagnuole de' nuovi soccorsi, non trascurò quel governo di accudire anche alla difesa d'essa Sarzana. Colà spedito un corpo di truppe regolate, e un numero molto maggiore di paesani armati, rimasero talmente sconcertati i disegni del suddetto generale Voghtern, che, a riserva d'un palazzo e di poche case saccheggiate sul Sarzanese, niun'altra impresa osò di tentare. Stavasene egli a Lavenza ritirato senza artiglierie, e facendo crocette per mancanza di viveri: laonde prese la savia risoluzione verso la metà di maggio di ritornarsene in Lombardia, con passare pel Lucchese e per Castelnuovo di Garfagnana. Molta fu la moderazione sua in quel viaggio; ma imparò che, per far de' buoni digiuni tanto di pane che di foraggi, altro non vi vuole che condur truppe e cavalli per delle montagne senza alcun precedente preparamento.
Eransi l'armi austriache impadronite dei due monti, cioè di Creto e del Diamante, da dove con alquanti cannoni e qualche mortaio infestavano i Genovesi, i quali s'erano ben fortificati e trincierati con buona copia di artiglierie nel monte chiamato dei due Fratelli: monte che fu la salute della loro città. Aveano ben essi Austriaci con immense fatiche dei poveri paesani fatte spianar le strade verso la Bocchetta, e per la valle di Scrivia, con disegno di condurre per colà le grosse artiglierie e i mortai, tratti da Alessandria e da altre piazze. Il primo grosso cannone che passò la Bocchetta, trovando le strade inferiori tutte guaste dai Genovesi, rotolò giù per un precipizio. Non aveano muli, non varii attrezzi atti a superar le difficoltà dei siti montuosi. Tuttavia ne trassero alquanti, mercè de' quali con bombe e grosse granate infestavano, per quanto poteano, i postamenti contrarii, dai quali erano corrisposti con eguale, anzi con più fiera tempesta. Incredibil fu l'allegrezza e consolazione recata nel dì 30 di aprile ai Genovesi dall'arrivo in quella città del duca di Bouflers, spedito dal re Cristianissimo, per quivi assumere il comando delle sue truppe, parte venute, e parte preparate a venire in loro soccorso. Era cavaliere non men cospicuo pel valore, che per la prudenza, affabilità e cortesia. Un eloquente e ben ornato discorso da lui fatto al doge e ai collegati per esaltare il coraggio delle passate e presenti loro risoluzioni, e per assicurarli della più valida protezione del suo monarca, toccò il cuore a tutto quel maestoso consesso. Conoscendo poscia gli Austriaci che più gente occorreva per tentare d'accostarsi alla città di Genova in sito da poterla molestare con bombe ed altre offese, stante l'immenso giro delle mura nuove, che da lungi la difendono, e per cagione de' posti avanzati che maggiormente ne difficultano l'accesso: tanto si adoperarono, che ottennero dal re di Sardegna un rinforzo di circa cinque o sei mila fanti. Non si aspetti il lettore ch'io entri a riferire le tante azioni di offesa e difesa succedute in quel rinomato assedio. Son riserbate queste a qualche diffusa storia, che senza dubbio sarà composta ed uscirà alla luce. Solamente dirò che gli sforzi de' Tedeschi furono dalla parte della Polcevera, senza poter nondimeno penetrare giammai in San Pier d'Arena, ben presidiato e difeso dai Gallispani. Contuttociò si inoltrarono essi cotanto verso il basso, che pervennero all'Incoronata, a Sestri di Piemonte e a Voltri, formando a forza di mine e braccia una strada sino al mare. Non poche furono le crudeltà commesse in tale occasione. Non solamente dato fu il sacco a quelle terre (siccome dipoi anche alla Masone), ma eziandio rimase uccisa qualche donna e fanciullo, e niuna esenzione provarono i sacri templi. Fecero poi credere che gl'Inglesi accorsi per mare a quella festa fossero stati gli assassini d'esse chiese; ma si sa che gli stessi Austriaci portarono a Piacenza calici e pissidi, e fin gli usciuoli dei tabernacoli, per venderli. Niun si trovò che volesse comperarne. Il colonnello Franchini fra gli altri prese spasso in far eunucar un giovane laico cappuccino, e mandollo con irrisioni a Genova. Restò in vita e guarì il povero religioso; ma non già il barbaro Franchini, il quale da lì a tre giorni, colto da un'archibugiata, fu chiamato al tribunale di Dio. Era colui Fiorentino e disertore dei Genovesi.
Dopo avere i Franzesi ricuperate con gran tempo e fatiche l'isole di Santo Onorato e di Santa Margherita, finalmente il cavalier di Bellisle nella notte del dì 2 venendo il dì 3 di giugno, con quarantatrè battaglioni passato il Varo, sorprese in Nizza, oltre a molti soldati, alcuni uffiziali tedeschi e piemontesi. Trattò cortesemente gli ultimi con dichiararli bensì prigionieri di guerra, ma con rilasciar loro gli equipaggi. Non così indulgente si mostrò agli Austriaci, perchè informato delle barbarie da essi usate contra de' Genovesi. Continuarono intanto le bellicose azioni sotto Genova, e pochi giorni passarono senza qualche scaramuccia o tentativo degli assedianti e degli assediati. Spezialmente merita d'aver qui luogo l'operato dagli Austriaci nella notte precedente il giorno della Pentecoste, allorchè, come dissi, vollero aprirsi una strada al mare. Col benefizio d'una pioggia arrivarono essi al convento della Misericordia dei padri riformati sopra la costa di Rivaruolo, distante da Genova quattro buone miglia. Quivi trovati solamente sessanta uomini di milizie del paese, quando ve ne dovevano essere quattrocento, con facilità se ne impadronirono. Pervenuta tal notizia sul far del giorno in Genova, furono immediatamente chiuse le porte, affinchè niuno potesse portare al nimico la notizia di quanto s'era per operare, come altre volte era avvenuto. Fece dunque nel dì 21 di maggio il duca di Bouflers fare una sortita di più corpi di truppe, parte regolate e parte paesane, destinate a sloggiare dal convento suddetto gli Austriaci. Gran fuoco vi fu, e già questi cedevano, quando sopraggiunti in aiuto secento granatieri piemontesi, costrinsero alla ritirata i Gallo-Liguri, i quali poi non negarono di aver perduto trecento venticinque soldati, oltre al signor de la Faye, rinomato ingegnere franzese, e un capitano di granatieri. Restò anche prigione dei Piemontesi il signor Francesco Grimaldi colonnello, che, ingannato dalle loro coccarde, disavvedutamente si trovò in mezzo d'essi. Fecero i Genovesi ascendere circa ad ottocento la perdita degli Austriaci fra morti, feriti e prigioni; ma io non mi fo mallevadore di questo. Tentarono anche gl'Inglesi di far provare a Genova gli effetti della loro nemistà con mettersi a scagliar bombe dalla parte del mare. Ma queste non giugnevano mai a terra, perchè troppo lungi erano tenute le palandre dalla grossa artiglieria disposta sul molo e sul porto: laonde molto non durò quella scena. Le nuove intanto provenienti da quella città parlavano di tante centinaia o migliaia di Gallispani colà o nella riviera di Levante di mano in mano arrivati, che avrebbero formato un possente esercito, capace di sconcertar tutte le misure de' Tedeschi. Ma questi furono desiderii, e non fatti. Con tutti nondimeno i loro sforzi, non poterono mai gli assedianti piantare alcun cannone o mortaio che molestasse la città, nè occupare pur uno d'essi posti avanzati, muniti dai Genovesi, come il monte dei due Fratelli, Sperone, Granarolo, Monte Moro, Tenaglia, la Concezione, San Benigno, oltre a Belvedere, e alla lunghissima e forte trincea che da questo ultimo monte si stendeva sino al mare, e inchiudeva Conigliano con profondo fosso pieno d'acqua. Unanime e ben fornito di coraggio era tutto il popolo della città per difenderla. Le compagnie de' cadetti nobili, de' mercatanti e delle varie arti col loro uniforme, anche sfarzoso, e fin le persone religiose per comando del governo accorrevano per far le guardie, massimamente al monistero e luoghi dove si custodivano i tanti uffiziali e soldati prigioni. Di questi ultimi non pochi presero partito, e insieme coi disertori tedeschi, i quali andavano sopravvenendo, furono spediti a Napoli. Al pari anche delle milizie regolate fecero di grandi prodezze in assaissimi luoghi i paesani genovesi.
S'avvide in fine il generale Schulemburg che maniera non restava di poter prevalere contro la città dalla parte della Polcevera; e però tenuto consiglio, fu da tutti conchiuso di volgere le lor forze alla parte del Levante, cioè alla valle del Bisagno: sito, dove minori sono le fortificazioni, e più facile potrebbe riuscire di offendere la città. Pertanto nella notte e mattina del dì 13 di giugno, dopo avere ordinati alcuni falsi assalti dalla parte della Polcevera, e superati con perdita di poca gente varii trincieramenti, improvvisamente calarono gli Austriaci con bell'ordine a quella volta, e venne lor fatto d'impadronirsi di varii posti, lontani nondimeno circa quattro miglia da Genova, arrivando sino alla spiaggia di Sturla e del mare, essendosi ritirati i Genovesi, con cedere alla superiorità delle forze nemiche. Tentarono essi di penetrare nel colle della Madonna del Monte e ne furono rispinti con loro danno, siccome ancora dal colle d'Albaro, dove stavano ben trincierati i Gallo-Liguri. In questi medesimi giorni i Gallispani, dopo avere in addietro con poca fatica obbligato alla resa il forte di Monte-Albano, ed impreso l'assedio del castello di Villafranca, anche di questo si renderono padroni, con aver fatti prigionieri alquanti battaglioni piemontesi. Passarono dipoi verso Ventimiglia, dove si trovava il generale Leutron con venticinque battaglioni, per contrastar loro il passo; ma accortosi questi che i nemici prendevano la via per la montagna di Saorgio, a fine di tagliargli la ritirata, prevenne il loro disegno, con lasciar solamente trecento uomini nel castello di quella città. Fece poscia quel tenue presidio sì bella difesa, che solamente nel dì 2 di luglio dopo essere stato rovinato tutto esso castello dalle cannonate e bombe, si rendè a discrezione prigioniere de' vincitori. Avendo preveduto per tempo il duca di Bouflers il disegno degli Austriaci di passare in Bisagno, s'era portato con varii suoi ingegneri alla visita di quel sito; e trovato che il monte detto di Fasce era a proposito per impedire il maggiore avvicinamento dei nemici, avea ordinato che mille e cinquecento lavoratori vi alzassero de' buoni trincieramenti, e che vi si piantasse una batteria di cannoni, destinando alla guardia di posto di tanta importanza il valore di settecento Spagnuoli. Da che furono postati in Bisagno gli Austriaco-Sardi, seguirono varie sanguinose azioni, dal racconto delle quali mi dispenserò, non essendo mio istituto di farne il diario, bastandomi di dire che dall'incessante fuoco de' Genovesi furono obbligati i nemici a rilasciare alcuno degli occupati posti, e a retrocedere, allorchè tentarono di occuparne degli altri. Mandò anche ordine il duca di Bouflers che un buon corpo di Franzesi e Spagnuoli pervenuti dalla Corsica alla Spezia, unito con secento paesani, si tenesse in vicinanza di Sturla, per impedire a' nemici lo stendersi ai danni della riviera di Levante.
Le speranze intanto dell'armata austriaca erano riposte nell'arrivo di grosse artiglierie e mortai, parte de' quali già stava preparata in Sestri di ponente, condotta da Alessandria, e un'altra dovea venire da Savona. Non mancarono i vascelli inglesi di accorrere colà per farne il trasporto; ma allorchè vollero sbarcare que' bronzi a Sturla, accorsero due galere genovesi, che spingendo avanti un pontone, dove erano alquante colubrine, talmente molestarono que' vascelli, che lor convenne ritirarsi in alto, e desistere per allora dallo sbarco. Seguì poi nella notte fra il dì 24 e 25 di giugno una calda azione. Perciocchè, calato con grosso corpo di truppe dal monte delle Fasce il signor Paris Pinelli, per isloggiar da quelle falde gli Austriaci che si erano postati in due siti, gli riuscì bensì di rovesciar que' picchetti; ma, accorso un potente rinforzo di Tedeschi, fu obbligata la sua gente a retrocedere. Essendo restata a lui preclusa la ritirata, dimandò quartiere; ma que' barbari inumanamente gli troncarono il capo. Era egli cavaliere di Malta, e da Malta appunto era venuto apposta per assistere alla difesa della patria. Portata questa nuova al generale Pinelli suo fratello, che stava alla Scofferra, talmente si lasciò trasportare dall'eccesso del dolore e della rabbia, che con una maggior crudeltà volle compensar l'altra, levando di vita due bassi uffiziali tedeschi, dimoranti prigioni presso di lui. Il corpo dell'ucciso giovane richiesto agli Austriaci, e portato a Genova, co' maggiori militari onori fu condotto alla sepoltura. Altro, come dissi, non restava all'armata austriaca, che di ricevere un buon treno d'artiglierie, mortai e bombe, lusingandosi che, con alzar buone batterie, si potrebbero avanzar più oltre, e giugnere almeno a fulminar parte della città con una tempesta di bombe: il che se mai fosse avvenuto, parea non improbabile che i Genovesi avessero potuto accudire a qualche trattato. Ma queste erano lusinghe, trovandosi le loro armi tre o quattro miglia lontane da Genova, e con più siti avanzati che coprivano la città, e guerniti di difensori che non conoscevano paura. Vennero infatti, nonostante l'opposizion de' Genovesi, cannoni e mortai; furono sbarcati; si alzarono batterie: con che allora gli assedianti si tennero in pugno la conquista di Genova. Anzi è da avvertire, che portata da un uffiziale a Vienna la nuova della discesa in Bisagno, ossia che quell'uffiziale spalancasse la bocca, oppure che a dismisura si amplificassero le conseguenze di tale azione, senza saper bene la positura di quegli affari; certo è che nella corte imperiale sì fattamente prevalse la speranza di quel grande acquisto, che di giorno in giorno si aspettava l'arrivo de' corrieri apportatori di sì dolce nuova, e si giunse fino a spedir fuori per qualche miglio i lacchè, acciocchè, sentito il suono delle liete cornette, frettolosamente ne riportassero l'avviso alle cesaree loro maestà. Non tardarono molto a disingannarsi.
Un giuoco, che non si sapeva intendere in questi tempi, era il contegno dei Franzesi, e molto più degli Spagnuoli, fra i quali compariva una concordia che insieme potea dirsi discordia. Erano venuti a Mentone l'infante don Filippo e il duca di Modena. Ognun si credea, e per fermo lo tenevano i Genovesi, che quel corpo di Gallispani, lasciando bloccato il castello di Ventimiglia, proseguirebbe alla volta di Savona, anzi si faceva, ma senza fondamento, già pervenuto ad Oneglia: quando all'improvviso fu veduto retrocedere al Varo. Chi dicea, per unirsi col corpo maggiore dell'armata, comandata dal maresciallo di Bellisle e dal marchese de las Minas; e chi per prendere la via dei monti di Tenda, e passar nella valle di Demont, allorchè il nerbo maggiore degli altri Gallispani fosse penetrato colà. Certo è che da un turbine erano minacciati gli Stati del re di Sardegna; perchè, congiunte che fossero l'armi franzesi e spagnuole, trovavansi superiori di molto quelle forze alle sue. Il perchè sul fine di giugno, o principio di luglio, fu spedito il giovane marchese d'Ormea al generale Sculemburg, per rappresentargli l'urgente bisogno che avea il re di richiamar le sue truppe dall'assedio di Genova, per valersene alla propria difesa. Gran dire fu nell'armata austriaca per questa novità, parendo a quegli uffiziali che fosse tolta loro di bocca la conquista di quella città: cotanto s'erano isperanziti per la venuta delle bombe e de' mortai. Sparlarono però non poco del re di Sardegna, quasi che fra lui e i Franzesi passassero intelligenze, quando chiarissimo era il motivo di rivoler quelle milizie. Trovavasi l'esercito austriaco assai estenuato tanto per le morti della gente perita nelle moltissime passate baruffe, quanto per la disertata, e per l'altra mancata di malattie e di stenti. Perciocchè, nulla trovando essi fra quegli sterili dirupi, tutto conveniva far passare colà dalla Lombardia pel vitto, per le munizioni da guerra e foraggi. E tali trasporti non di rado con varii impedimenti e dilazioni a cagion de' tempi, delle strade difficoltose e del rompersi le carrette, che interrompevano il corso delle susseguenti, di maniera che giorno vi fu in cui si penò ad aver la pagnotta. Gran parte ancora delle tante carrette a quattro cavalli, provvedute dallo Stato di Milano, andò a male.
A tale stato ridotte le cose, e sminuite le forze per la richiesta retrocession de' Piemontesi, conobbe il conte di Sculemburg generale austriaco la necessità di levare il campo; e tanto più, perchè andavano di tanto in tanto giugnendo per mare a Genova nuove truppe di Francia, ed alcune di Spagna. Pertanto colla maggior saviezza possibile nel dì 2 di luglio, giorno della Visitazione della Vergine santissima, cominciò egli a spedire in Lombardia gli equipaggi, attrezzi militari, malati e vivandieri. Rimbarcarono gl'Inglesi le artiglierie; parte dei Piemontesi s'inviò verso Sestri di ponente per passare in barche alla volta di Savona. Siccome questi movimenti non si poteano occultare, così cagion furono di voce sparsa per l'Italia, che gli Austriaci nel dì 4 del suddetto mese di luglio avessero sciolto l'assedio di Genova. La verità si è, che essi solamente nella notte scura precedente al dì 6 marciarono alla sordina verso le alture dei monti, e sospirando si ridussero in Lombardia, prendendo poi riposo a Gavi, Novi ed altri siti, ancorchè più giorni passassero prima che avessero abbandonati tutti i dianzi occupati posti. Non vi fu chi gl'inseguisse o molestasse, perchè bastava ai Genovesi per un'insigne vittoria l'allontanamento di sì fieri nemici, con restar essi padroni del campo. S'aggiunse in oltre un fastidioso accidente, che arenò qualunque risoluzione che si potesse o volesse prendere da loro in quell'emergente. Pochi dì prima era caduto infermo il duca di Bouflers. Fu creduta sul principio dai medici scarlattina la sua febbre, ma venne poi scoprendosi che era vaiuolo, e di sì perniciosa qualità, che nel dì 3 di luglio il fece passare all'altra vita. Non si può esprimere il cordoglio che provarono per colpo sì funesto i Genovesi: tanta era la stima e l'amore ch'essi aveano conceputo per così degno cavaliere, stante la gloriosa forma del suo contegno, e il mirabil suo zelo per la lor difesa e salute. Il piansero come fosse mancato un loro padre, e con sontuose esequie diedero l'ultimo addio al suo corpo, ma non già alla memoria di lui.
Ora, trovandosi il popolo di Genova liberato da quella furiosa tempesta, chi può dire quai risalti d'allegrezza fossero i suoi? Erano ben giusti. Le lettere procedenti di là in addietro portavano sempre che nulla mancava loro di provvisioni da vivere. Vennesi poi scoprendo, che dopo la calata de' nemici in Bisagno erano stranamente cresciute le loro angustie, giacchè per terra nulla più riceveano, e gravi difficoltà s'incontravano a ricavarne per mare, a cagion de' vascelli inglesi sempre in aguato per far loro del male; e la città si trovava colma di gente, essendosi colà rifugiate migliaia di contadini, spogliati tutti d'ogni loro avere. Parimente si seppe essere costata di molto la lor difesa per tante azioni, dove aveano sacrificate le lor vite assaissimi Gallispani e nazionali. Ma in fine tutto fu bene speso. Era risonato, maggiormente risonò per tutta l'Italia, anzi per tutta l'Europa, il nome de' Genovesi, per aver sì gloriosamente e con tanto valore ricuperata e sostenuta la loro libertà. Uscì poscia chi volle de' nobili e del popolo, per visitare i siti già occupati dai nemici. Trovarono dappertutto, cioè in un circondario di moltissime miglia, un lacrimevole teatro di miserie ed un orrido deserto. Le tante migliaia di case, palazzi e giardini per sì gran tratto ne' contorni, già nobile ornamento di quella magnifica città, spiravano ora solamente orrore, perchè alcuni incendiati, e gli altri disfatti; le chiese e i monisteri profanati e spogliati di tutti i sacri vasi e arredi. Per non far inorridire i lettori, mi astengo io dal riferire le varie maniere di barbarie praticate in tal congiuntura dai bestiali Croati contro uomini, donne, fanciulli, preti e frati: il che fu cagione che anche i paesani genovesi talvolta infierissero contra di loro. Seguirono senza dubbio tante crudeltà contro il volere della clementissima imperadrice; ma non è già onore dell'inclinata nazione germanica l'essersi in questa occasione dimenticata cotanto d'essere seguace di Cristo Signor nostro. Niun movimento, siccome dissi, fecero per molti giorni i Franzesi e Genovesi contra de' Tedeschi, a riserva d'un'irruzione fatta da alcune centinaia di que' montanari ne' feudi imperiali del conte Girolamo Fieschi in vale di Scrivia, dove diedero il sacco, e poscia il fuoco a quelle castella e case. Ma saputasi questa enorme ostilità in Genova, condannò quel governo come masnadieri e ladri coloro che senza autorità aveano tanto osato contra feudi dell'imperio: laonde cessò da lì innanzi tale insolenza.