Aveano in questo mentre adunate i Franzesi di molte forze in Delfinato e Provenza, ma senza che s'intendessero i misteri degli Spagnuoli; i quali tuttochè stessero in quelle parti, pure niuna voglia mostravano di concorrere nei disegni degli altri. Erasi il grosso delle milizie del re di Sardegna accampato parte a Pinerolo e parte a Cuneo, e in altri luoghi della valle di Demont, con esser anche accorse colà in aiuto suo non poche truppe austriache: giacchè quest'ultimo si giudicava il sito più pericoloso ed esposto alla calata de' Franzesi, restando per altro incerto a qual parte tendessero i loro tentativi, e il tanto loro andare qua e là rodando per quelle parti. Non lasciò esso re di guernire di gente anche gli altri passi dell'Alpi, per li quali si potessero temere i loro insulti. Uno fra gli altri fu quello di Colle dell'Assietta fra Exiles e le Fenestrelle: posto considerabile, perchè, superato esso, si passava a dirittura verso di Pinerolo e Torino. E questo appunto venne scelto dal cavalier di Bellisle, fratello del maresciallo, e luogotenente generale nell'armata di Francia, per superarlo, giudicando assai facile l'impresa per le notizie avute che alla guardia di que' trincieramenti non istessero se non otto battaglioni piemontesi fra truppe regolate e Valdesi. Dicono ch'egli avesse circa quaranta battaglioni, parte de' quali fu spedita a prendere varii siti all'intorno, affinchè, se il colpo veniva fatto, niuno de' Piemontesi potesse colla fuga salvarsi. Stava all'erta il conte di Bricherasco, tenente generale del re di Sardegna, deputato alla custodia di quell'importante passo, e a tempo gli arrivò un rinforzo di due o pur tre battaglioni austriaci, comandati dal generale conte Colloredo. Alle ore quindici dunque del dì 19 di luglio vennero i Franzesi, divisi in tre colonne, all'assalto della Assietta con alquanti piccioli cannoni (niuno ne aveano i Piemontesi) e cominciarono parte a salire, parte ad arrampicarsi per quell'erta montagna. Vollero alcuni sostenere, che nella precedente notte fosse ivi nevicato, onde stentassero i Franzesi a tenersi ritti, e maneggiarsi nella salita; ma non fu creduto, perchè poco prudente sarebbe sembrata in circostanza tale la risoluzione del Bellisle. E pure questa fu verità. Per tre volte i Franzesi divisi in tre colonne, non ostante il loro grande disavantaggio, andarono bravamente all'assalto, e sempre furono con grave loro perdita o uccisi, o feriti, o rotolati al basso. Fremeva, nè sapeva darsi pace di tanta resistenza e di sì infelice successo, il cavalier di Bellisle; e però impaziente, a fine di animar la sua gente ad un nuovo assalto, si mise egli alla testa di tutti, e salito sino alle barricate nemiche, quivi arditamente piantò una bandiera, credendo che niuno de' suoi farebbe meno di lui. Quando eccoti un colpo di fucile, per cui restò ferito, e poscia un colpo di baionetta che lo stese morto a terra. Il valore e coraggio bella lode è ancora de' generali di armata, ma non mai la temerità; perchè la conservazion della lor vita è interesse di tutto l'esercito. Probabilmente non fu molto lodata l'azione d'esso cavaliere uno dei più rinomati e stimati guerrieri che si avesse la Francia, la cui perdita fu generalmente compianta da' suoi. Dopo altri tentativi ebbe fine sul far della notte il conflitto; ed usciti pochi granatieri piemontesi ed austriaci inseguirono colle sciable alla mano fin quasi a Sestrieres i fuggitivi Franzesi. Per sì nobil difesa gran lode conseguirono i due generali conte di Bricherasco e conte Colloredo, e il cavaliere Alciati maggior generale, e il conte Martinenghi brigadiere del re di Sardegna. In fatti fu la vittoria compiuta. Circa secento feriti rimasti sul campo furono fatti prigioni, e fu creduto che la perdita dei Franzesi tra morti, feriti e prigionieri ascendesse a cinque mila persone, fra le quali trecento uffiziali. A poco più di ducento uomini si ristrinse quella de' Piemontesi ed Austriaci; e però con ragione si solennizzò quel trionfo con varii Te Deum per gli Stati del re di Sardegna e in Milano. Fu anche immediatamente celebrato in un elegante poemetto italiano dal signor Giuseppe Bartoli, pubblico lettore di lingua greca nell'università di Torino.

Quello poi che più fece maravigliar la gente, fu, che quantunque tale percossa bastante non fosse ad infievolire le forze de' Gallispani, pure niun tentativo o movimento fecero da lì innanzi contro le terre del Piemonte, anzi piuttosto furono invase da' Piemontesi alcune contrade della Francia, benchè con poco successo. L'accampamento maggiore del re suddetto, siccome dissi, fu a Cuneo e nella valle di Demont, dove egli medesimo si portò in persona, perchè quivi parea sempre da temersi qualche irruzion de' nemici. Attesero in questi tempi i Genovesi a fortificar varii posti fuor della città, e spezialmente quello della Madonna del Monte, avendo la sperienza fatto loro conoscere quai fossero i pericolosi, e quali gli utili e i necessarii per la loro difesa. Entrata una specie di epidemia fra i tanti contadini, già rifugiati in essa città a ragion de' terrori, fatiche e stenti passati, ne condusse non pochi al sepolcro, e gli stessi cittadini non andarono esenti da molte infermità. Ebbero essi Genovesi in questi medesimi giorni molte vessazioni alla Bastia in Corsica; ma io mi dispenso dal riferire que' piccioli avvenimenti. Nel dì 5 poi di settembre una grossa partita di Gallispani, varcato l'Apennino, scese in valle di Taro del Parmigiano; vi fece alquanti Austriaci prigionieri; intimò le contribuzioni a quel borgo ed altre ville, con asportarne gli ostaggi, e circa mille e cinquecento capi di bestie tra grosse e minute. Per timore che non calassero anche a Bardi e Compiano, essendo accorsi due reggimenti tedeschi, cessò tosto quel turbine. Intanto il re di Sardegna, lungi dal temere che i Gallispani s'inoltrassero per la riviera di Ponente, fece di nuovo occupare dalle sue truppe la città di Ventimiglia, ed imprendere dal barone di Leutron il blocco di quel castello, alla cui difesa era stato posto un gagliardo presidio. Per molto tempo soprintendente al governo di Milano e degli altri Stati austriaci di Lombardia era stato il conte Gian-Luca Pallavicini come plenipotenziario e generale d'artiglieria dell'augustissima imperadrice, cavaliere disinteressato e magnifico in tutte le sue azioni. Fu egli chiamato a Vienna per istanze e calunnie degl'Inglesi, ma, ciò non ostante, promosso al riguardevol posto di governatore perpetuo del castello di Milano. In luogo suo nel dì 19 di settembre pervenne ad essa città di Milano il conte Ferdinando di Harrach, dichiarato governatore e capitan generale della Lombardia Austriaca. Portò qui seco la rinomanza di una sperimentata saviezza, massimamente negli affari politici, e un complesso di altre belle doti, che fecero sperare a que' popoli un ottimo governo, e tollerabile la perdita che avea fatta dell'altro.

Sperava pure la città di Genova dopo tante passate sciagure di godere l'interna calma; e pure un'altra inaspettata si rovesciò sopra d'essa, da che fu passata la metà di settembre. Uno strabocchevole temporale di terra e di mare, con diluvio di pioggia e vento, con fulmini e gragnuola grossissima, talmente tempestò quella città, che ruppe un'immensa copia di vetri delle case, rovesciò non pochi camini e tetti, talmente che parve quivi il dì del finale giudizio. Dominò in oltre un furioso libeccio sul mare, che allagò parte della città, e danneggiò gran copia di quelle case, oltre della rovina degli orti e delle vigne per più miglia. Arrivò verso il fine del mese suddetto a conoscere quell'afflitto popolo il duca di Richelieu, personaggio di rara attività e di mente vivace, inviato dal re Cristianissimo a comandar l'armi gallispane nel Genovesato. Ascendevano queste, per quanto fu creduto, a quindici mila persone. Un corpo di questa gente venne ad impossessarsi della picciola città di Bobbio, e per la Trebbia arrivò fin presso a Piacenza. Se quel fiume non fosse stato gonfio, avrebbe fatto paura alla tenue guernigione di quella città. Rastrellarono molti bestiami, imposero contribuzioni, presero qualche nobile piacentino per ostaggio. Ma sollevatisi i villani in numero di due e più mila, strinsero circa cento trenta di quei masnadieri, che ristretti in Nibbiano non si vollero arrendere prigioni, se non ad un corpo di truppe regolate tedesche, le quali gli obbligarono a restituire tutto il maltolto. Qualche irruzione ancora seguì nel basso Monferrato, dove essi Gallo-Liguri colsero varii soldati Austriaco-sardi, fecero bottino di bestiami, e preda di drappi e panni, che andavano in Piemonte, oltre all'aver esatte alquante contribuzioni. Fioccarono anche i flagelli sulla bassa Lombardia, perchè la cessata nel precedente verno epidemia de' buoi ripullulò, e crebbe aspramente nel Veronese, Vicentino, Bresciano, in qualche sito del Padovano e del Mantovano di là da Po; e passata nel Ferrarese, quivi diede principio ad un'orrida strage. In oltre il Po soverchiamente ingrossato di acque inondò Adria ed Adriano. Anche l'Adige e la Brenta allagarono parte del Polesine di Rovigo e del Padovano. A tanti guai s'aggiunse di più la scarsezza del raccolto de' grani in molte provincie.

Godè Roma all'incontro non solo un'invidiabil tranquillità, ma occasioni eziandio di allegrezze, stante la promozione fatta nel dì 10 d'aprile dal sommo pontefice Benedetto XIV de' cardinali nominati dalle corone, e in appresso nel dì 5 di luglio ancora del duca di Jorch secondogenito del cattolico re d'Inghilterra Giacomo III. Fu in essa metropoli fabbricata per ordine del re di Portogallo una cappella di tanta ricchezza e di sì raro lavoro, che riuscì di ammirazione ad ognuno. Costò circa cinquecento mila scudi romani, ed imbarcata in questo anno venne trasportata a Lisbona. Maggiori furono i motivi di giubilo nella real corte di Napoli; perciocchè quella regina alle tre della notte precedente il dì 14 di giugno nella villa di Portici diede alla luce un principino, a cui fu posto nel battesimo il nome di Filippo Antonio Gennaro, ec. Questo regalo fatto da Dio a que' regnanti tanto più si riconobbe prezioso, perchè il re di Spagna Ferdinando non avea finora veduti frutti del suo matrimonio; e questo germe novello riguardava non meno il re delle Due Sicilie che la monarchia di tutta la Spagna. Quali fossero i risalti di gioia in quella real corte, e nella nobiltà e popolo d'una metropoli tanto copiosa di gente, non si potrebbe dire abbastanza. Grandi feste ed allegrezze per più giorni solennizzarono dipoi questo fortunato avvenimento. Fece il re un dono alla regina di cento mila ducati, e un accrescimento di altri dodici mila annui all'antecedente suo appannaggio. Dalla città e regno fatto fu preparamento a fin di donare a sua maestà un milione per le fasce del nato principino, che fu intitolato duca di Calabria. Partecipò di tali contentezze anche la real corte di Madrid, il cui monarca dichiarò infante di Spagna questo suo real nipote, e fu detto che gli assegnasse anche una pensione annua di quattrocento mila piastre.

A due sole considerabili imprese si ridusse la guerra fatta nel presente anno nei Paesi Bassi fra il re Cristianissimo e gli alleati. V'intervenne in persona lo stesso re, il cui potentissimo esercito era di gran lunga superiore a quello dei nemici. Nel dì 2 di luglio si trovarono a vista le due armate fra Mastricht e Tongres. Attaccarono i Franzesi la zuffa coll'ala sinistra de' collegati, composta d'Inglesi, Hannoveriani, ed Assiani, i quali fecero una mirabil resistenza nel villaggio di Laffeld, con farne costare ben caro l'acquisto ad essi Franzesi. Il valoroso conte di Sassonia maresciallo generale di Francia, veggendo più volte rispinti i suoi, entrò egli stesso con altro nerbo di gente nella mischia, e finalmente gli riuscì di far battere la ritirata ai nemici e d'inseguirli. Intervenne a sì calda azione il duca di Cumberland, secondogenito del re britannico e generale delle sue armi, e con tale ardore, che corse gran pericolo di sua vita. Per difenderlo si espose ad ogni maggior cimento il generale Ligonier, comandante dell'armata sotto di lui, con restar per questo prigioniere dei Franzesi. Poco ebbero parte in questo conflitto il centro e l'ala dritta d'essi collegati, composta d'Austriaci ed Olandesi, i quali ultimi nondimeno vi perderono molta gente. Peraltro ragione ebbero i Franzesi di cantare la vittoria tuttochè comperata con molto loro sangue, perchè rimasero padroni del campo; fecero mille secento prigioni; acquistarono trentatre cannoni, quattordici tra bandiere e stendardi; e colti sul campo circa due mila feriti degli alleati, li condussero negli spedali franzesi. Fu detto che intorno a tre mila de' collegati e più di tre mila dei Franzesi vi restassero estinti. Ritirossi l'armata d'essi alleati di là dalla Mosa, e finchè il re si fermò in quelle parti, non osò di ripassar quel fiume.

L'altra anche più sonora impresa fu quella dell'assedio d'una piazza fortissima impreso dai Franzesi; giacchè nella positura delle cose osso troppo duro forse comparve Mastricht da essi minacciato. Città del Brabante olandese è Bergh-op-Zoom, considerata per una delle fortezze inespugnabili, parte per la situazione sua sopra un'altura in vicinanza del mare, con cui comunica mediante un canale, e a cagion di alcune paludi che ne rendono difficile l'accesso; e parte per le tante sue fortificazioni, oltre ad alcuni forti e ridotti sino al mare, da dove può ricevere soccorsi. Il celebre duca di Parma Alessandro Farnese nel 1588, il marchese Spinola nel 1622 indarno l'assediarono. Fu poi da lì innanzi maggiormente fortificata. Niuno di questi riguardi potè trattenere la bravura franzese dall'imprenderne l'assedio, e dall'aprir la trincea nella notte del dì 15 venendo il di 16 di luglio. Al conte di Lowendhal tenente generale del re, uffiziale di distinto valore e perizia nell'arte militare, fu appoggiata questa impresa. Dopo l'assedio memorabile della fortissima città di Friburgo, altro non si vide più difficile e strepitoso di questo. Perciocchè nelle linee contigue ad esso Bergh-op-Zoom, e fra le paludi e la costa del mare, si postò il principe di Hildburghausen con circa venti mila soldati, da dove non potè mai essere rimosso; di modo che durante l'assedio potè sempre quella fortezza essere di mano in mano soccorsa con truppe fresche, e provveduta di quante munizioni da bocca e da guerra andavano occorrendo. Come superare una piazza a cui nulla mancava, e il cui presidio potea fare sortite frequenti, con sicurezza di essere d'ogni sua perdita rifatto? Ma niuna di queste difficoltà ritener potè l'ardire de' Franzesi. Sì dall'una che dall'altra parte si cominciò a giocare di cannonate, di bombe, di mine; e i lavori d'una settimana vennero talvolta rovesciati in un'ora. Tanto le offese costarono gran sangue, ma incomparabilmente più dal canto degli assedianti.

Progredì così lungamente questo assedio, che i Franzesi sfornirono di polve da fuoco e di altre munizioni tutte le loro piazze circonvicine; e intanto stavano dappertutto sulle spine i parziali e i novellisti per l'incertezza dell'esito di sì pertinace assedio. Di grandi apparenze vi furono che sarebbero in fine costretti i Franzesi a ritirarsi; ma differentemente si dichiarò la fortuna, perchè ancor questa appunto intervenne a decidere quella quistione. Erano già fatte breccie in due bastioni e in una mezzaluna, e queste imperfette, o certamente non credute praticabili: quando il generale conte di Lowendhal determinò di venire all'assalto. Ammannite dunque tutte le occorrenti truppe all'esecuzione di sì pericoloso cimento, sul far del dì 16 di settembre, dato il segno con lo sparo di tutti i mortai a bombe, andarono coraggiosamente all'assalto: impresa che non si suole effettuare senza grave spargimento di sangue. Ma quello non fu un assalto, fu una sorpresa. Detto fu che i Franzesi per buona ventura o per tradimento s'introducessero segretamente nella città per una galleria esistente sotto un bastione, e mal custodita da quei di dentro. La verità si è, che altro non avendo trovato alla difesa delle breccie che le guardie ordinarie, con poca perdita e fatica salirono, ed impadronitisi de' bastioni e di due porte della città, quindi passarono alla volta della guernigione, la quale raccolta tanto nella piazza, quanto in varie contrade, fece una vigorosa resistenza, finchè, veggendosi sopraffatta dagli aggressori, che si andavano vieppiù ingrossando, e venendo qualche casa incendiata parte d'essa ebbe maniera di ritirarsi, sempre combattendo, fuori della porta di Steenbergue. Corse fama che il conte di Lowendhal avesse dati buoni ordini, e prese le misure, affinchè la misera città rimanesse esente dal sacco. Checchessia, i volontarii lo cominciarono, e gli tennero loro dietro, senza risparmiare alcuno di quegli eccessi che in sì fatti furori sogliono i militari, non più cristiani, non più uomini, commettere. Si salvarono in questa confusione i principi d'Assia e d'Anhalt, e il generale Constrom; ma non poca parte di quel presidio rimase o tagliata a pezzi dagl'infuriati assalitori, o fatta prigioniera.

Nè qui terminarono le conseguenze di giorno cotanto favorevole a' Franzesi. Il campo del principe d'Hildburgausen, afforzato nelle linee presso di Bergh-op-Zoom, all'intendere presa la città, e alla comparsa de' fuggitivi, altro consiglio non seppe prendere, se non quello di dar tosto alle gambe, lasciando indietro equipaggi, tende, artiglierie e fasci di fucili. Tutto andò a ruba, nè vi fu soldato franzese che non arricchisse. Videsi nondimeno lettera stampata che negava questo abbandono di bagagli e fucili, a riserva di un reggimento, il quale amò meglio di mettere in salvo i suoi malati che i suoi equipaggi. Oltre a ciò, non perdè tempo il conte di Lowendhal a spedire armati, per intimare la resa ai forti di Rover, Mormont e Pinsen, che non si fecero molto pregare ad aprir le porte, con restar prigionieri que' presidii. Trovandosi ancora in quel porto diecisette bastimenti con assai munizioni da guerra e da bocca, che per la marea contraria non poterono salvarsi, furono obbligati dalle minaccie de' cannoni ad arrendersi. Se si ha da credere a' Franzesi, quasi cinque mila soldati tra uccisi e prigionieri costò quella giornata agli alleati; due sole o tre centinaia ad essi. Oltre ai semplici soldati, gran copia di uffiziali rimasero ivi prigioni. Prodigiosa fu la preda ivi trovata, e spettante al re, cioè più di ducento cinquanta cannoni, la metà de' quali di grosso calibro, quasi cento mortai, qualche migliaio di fucili, ed altri militari attrezzi, e magazzini a dismisura abbondanti di polve da fuoco, di granate, di abiti, di scarpe, panni, ec. Un pezzo poi si andò disputando per sapere qual destino avesse facilitata cotanto la caduta di sì forte piazza, in cui nulla si desiderava per resistere più lungamente, e fors'anche per render vano in fine ogni tentativo degli assedianti. In fine fu conchiuso, essere ciò proceduto dalla poco cautela del Constrom, il quale non si figurò che le imperfette breccie abbisognassero di maggior copia di guardie. Contra di lui fu poi fulminata sentenza di morte; ma salvollo il riguardo alla sua rispettabil vecchiaia. La risposta del re Cristianissimo alla lettera del conte di Lowendhal, recante sì cara nuova, fu di dichiararlo maresciallo, con vedersi poi in Francia un raro avvenimento, cioè due stranieri, primarii e gloriosi condottieri delle armate di quella potentissima corona. Passarono, ciò fatto, le truppe comandate da esso conte a mettere l'assedio al forte di Lillò, e ad alcuni altri pochi di minor considerazione, per liberare affatto il corso della Schelda: nè tardarono a costringere alla resa il Forte-Federigo, e quindi esso Lillò nel dì 12 d'ottobre, coll'acquisto di quasi cento pezzi d'artiglieria, e con farvi prigioniera la guarnigione di ottocento soldati. Gran gioia dovette essere quella di Anversa al veder come liberato da quei nemici forti il corso del loro fiume.

In Italia ebbero fine le militari imprese con quella di Ventimiglia. Già si era impadronito d'essa città il generale piemontese barone di Leutron, e da varie settimane teneva strettamente bloccato quel forte castello. Segreti avvisi pervennero ai generali gallispani, esistenti in Nizza, che già si trovava in agonia quella fortezza, e se in pochi dì non giugneva soccorso, il comandante, per mancanza di munizioni e viveri, dovea rendere la piazza e sè stesso al re di Sardegna. Però la maggior parte dell'armata gallispana si mise in marcia a quella volta col maresciallo duca di Bellisle, e col generale spagnuolo marchese della Mina. Vollero del pari intervenire a questa scena l'infante don Filippo e il duca di Modena. Erasi a dismisura afforzato con trince e barricate il barone di Leutron al per altro difficilissimo passo de' Balzi Rossi di là da Ventimiglia. Non osarono i Franzesi di assalir per fronte un sito sì ben difeso dalla natura e dall'arte, e in sole picciole scaramuccie impiegarono due giornate. Ma nella terza, cioè nel dì 20 di ottobre, ben informato il sopraddetto barone della superiorità delle forze nemiche, e che essi Gallispani si erano stesi per l'alto della montagna con intenzione di venirgli alle spalle, benchè forte di venticinque battaglioni, prese la risoluzione di ritirarsi: il che fu con buon ordine da lui eseguito. Uscì anche il presidio franzese del castello, per secondare lo sforzo di chi veniva in soccorso; e però la città, dove si trovavano o s'erano rifugiati alquanti Piemontesi, tardò poco ad aprir le porte. Finì questa faccenda colla liberazion di que' luoghi, e colla prigionia di forse cinquecento Piemontesi. Ritirossi il Leutron a Dolce-Acqua e alla Bordighera; e rotti i ponti sul fiume, quivi si trincierò. L'armata gallispana, dopo aver ben provveduto quel castello di nuova gente, vettovaglie e munizioni da guerra, e lasciato grosso presidio nella stessa città di Ventimiglia, se ne tornò a cercar quartiere di verno e riposo, parte in Provenza e Linguadoca, e parte in Savoia, con passare a Sciambery anche il suddetto infante col duca di Modena. Circa questi tempi il duca di Richelieu ricuperò il posto della Bocchetta di Genova, e attese a fortificare i luoghi più importanti della riviera di Levante, che parevano minacciati da qualche irruzion de' Tedeschi. Ad altro nondimeno allora non pensavano gli Austriaci, se non a ristorarsi ne' quartieri presi in Lombardia, dopo tante fatiche e disagi patiti per quasi due anni senza mai prendere riposo. E perciocchè nel dì 15 di settembre due coralline genovesi furono predate dagl'Inglesi sotto il cannone di Viareggio, senza che quel forte le difendesse, rimase esposta la repubblica di Lucca a gravi minaccie e pretensioni del suddetto duca di Richelieu. Non arrivò il pubblico ad intendere come tal pendenza si acconciasse. Negli ultimi mesi ancora dell'anno presente si videro di nuovo lusingati i popoli con isperanze di pace, giacchè si stabilì fra i potentati guerreggianti un congresso da tenersi in Aquisgrana, non parendo più sicura Bredà, e furono dal re Cristianissimo chiesti i passaporti per li suoi ministri, e per quei di Genova e del duca di Modena. Si teneva per fermo che fossero spianati alcuni punti scabrosi nei gabinetti di Francia e d'Inghilterra, al vedere già preso per mediator della pace il re di Portogallo, che destinò a quel congresso don Luigi d'Acugna suo ministro. Ma si giunse al fine dell'anno con restar tuttavia ambidue le voglie di pace nelle potenze guerreggianti, ed incerto, se il congresso suddetto fosse o non fosse un'illusione de' poveri popoli. Nè si dee tacere una strana metamorfosi avvenuta nelle Provincie Unite, dove pei potenti soffii della corte britannica, e per le parzialità dei popolari, non solamente fu dichiarato statolder il principe d'Oranges e di Nassau Guglielmo, genero del re d'Inghilterra, ma statolder perpetuo; nè solamente egli, ma anche la sua discendenza tanto maschile che femminile. Parve ad alcuni di osservare in tanta novità il principio di grandi mutazioni per l'avvenire nel governo di quella repubblica, considerando essi che anche a Giulio Cesare bastò il titolo di dittatore perpetuo; e che avendo in sua mano tulle le armi della romana repubblica, senza titolo di re, potea fare e faceva da re. Ma i soli profeti, che sono ispirati da Dio, han giurisdizione sulle tenebre de' tempi avvenire.