Ma per conto di gran parte della Lombardia, paese bensì felice, ma destinato da tanti secoli a provare che pesante flagello sia quel della guerra, certo è che per la conchiusa pace comincerà essa a respirare, ma con restar tuttavia languente il corpo suo per lo sconvolgimento e per le piaghe degli anni addietro. Il serenissimo signor duca di Modena Francesco III per più anni ha veduto in mano altrui gli Stati suoi; l'ha sempre accompagnato il coraggio nelle fatiche militari e ne' disastri. Ha confessato la maggior parte degli uffiziali gallispani, essere sempre stato giusto il pensare e consigliare di questo principe, durante la guerra, talmente che se si fosse fatto più conto del parere del duca di Modena, le cose avrebbero avuto un esito molto migliore. Finalmente ha egli con tutto suo onore superata la pericolosa tempesta, e ha dato a' suoi fedelissimi sudditi la contentezza di ripigliar le redini del suo governo. Ora se si rivolgerà la paterna sua cura, come è da sperare dalle saggie e rettissime massime sue, e dall'ottimo suo cuore, alle maniere più proprie per sollevare i suoi popoli da tanti debiti contratti e da molti aggravii, non già imposti dalla sempre amorevole serenissima casa d'Este, ma dal malefico influsso delle guerre passate; ritornerà a fiorire la allegrezza nel dominio suo, e sarà benedetta quella benefica mano che avrà fatto dimenticare tante sciagure in addietro sofferte.
Forze maggiori son da dir quelle che in questi ultimi tempi han provati gli stati di Parma e Piacenza, perchè ivi non poco ha danzato il furore delle nemiche armate. Tuttavia da che la pace ha ridonato a que' popoli un principe proprio nella persona del real infante don Filippo fratello de' potentissimi re di Spagna e di Napoli, ben si dee sperare che, ritornando colà il sangue della serenissima casa Farnese, vi ritornerà ancora quella felicità che godevasi quivi sotto gli ultimi prudenti duchi. Non si può stimare abbastanza il privilegio di aver principe proprio e presente che faccia circolare il sangue de' sudditi, e risparmii loro la pena di cercar lungi la giustizia, ed altri provvedimenti necessarii ad uno Stato.
Per sua legittima signora riconosce il ducato di Milano, oggidì congiunto con quello di Mantova, l'augustissima imperatrice regina Maria Teresa d'Austria. Delle comuni disavventure e di un nuovo smembramento ha esso partecipato nell'ultima guerra. Qual sia per essere il riposo e sollievo suo nei venturi tempi di pace non si può peranche comprendere, stante la risoluzion presa dall'imperiale e real maestà sua di non provar più il rammarico di aver creduto di avere, e di avere effettivamente pagato un poderoso esercito per sua difesa in Italia, con averne poi trovata solamente appena la metà al bisogno. Manifesta cosa è, tanta essere la pietà e l'amore del giusto in questa generosa regnante, che in sì bel pregio niun altro principe può vantarsi di andarle innanzi. Nè già mancavano nel consiglio suo ministri di somma avvedutezza e di ottima morale, per gli avvisi dei quali si son talvolta veduti fermati in aria i fulmini del suo sdegno, e ritrattate le risoluzioni, le quali sarebbero tornate in discredito e disonore della sovrana, che pur tanto è inclinata alla clemenza, nè altro desidera che il giusto. Ragionevole motivo perciò hanno in Italia i popoli suoi di sperare che ai tempestosi passati giorni succederà un bel sereno.
Quanta parte d'Italia sia sottoposta alla real casa di Savoia, ognun lo sa, ma non tutti sanno quanto abbiano sofferto di guai i suoi Stati di qua da Po, e che intollerabili miserie si sieno rovesciate sopra quei della Savoia e di Nizza. Nulladimeno così ben regolato è il governo di quella real corte, così rette le massime del savio e benignissimo principe Carlo Emmanuele III re di Sardegna e duca di Savoia, tanto l'amore verso i sudditi suoi, ch'essi non tarderanno ad asciugar le lagrime; giacchè non ha egli men cura del proprio che del pubblico bene.
Resta la serenissima repubblica di Genova, che nelle prossime passate rivoluzioni si è trovata sbattuta più d'ognuno dai più feroci venti, con pericolo di far naufragio anche di tutto. Gravissime, non può negarsi, sono state le perdite sue, deplorabili le sue sciagure; ma da che a lei è riuscito di salvar la gioia più cara c preziosa della libertà, e dappoichè nulla s'è scemato de' legittimi suoi dominii: molto ha di che consolarsi ora e per l'avvenire. E tanto più, perchè il senno de' suoi magistrati, l'attività, il commercio degl'industriosi cittadini potranno fra qualche tempo avere risarciti i patiti danni, restando intanto per tutta l'Europa immortale la gloria della lor costanza e valore in tante altre congiunture, ma spezialmente nell'ultima, da essi mostrato.
Per memoria de' posteri non vo' lasciar di aggiugnere, che niuno dovrebbe mai desiderar di godere, o rallegrarsi di aver goduto un verno placido, e senza nevi e ghiacci, ne' paesi, dove regolarmente si pruova questa disgustosa, ma forse utile pensione. Non potea essere più placido in Lombardia ed in altri paesi il verno dell'anno presente, perchè privo di nevi e ghiacci, talmente che non se ne potè ammassare nelle conserve per refrigerio ed uso della vegnente state. Ma che? Sul fine di marzo venne più d'uno scoppio di neve, che quantunque da lì a poco si squagliasse, pure ci rubò i primi frutti, danneggiò gli orli e la foglia dei gelsi, e poco propizia fu ai grani, che già s'erano mossi. Poco è questo. Nel dì 25 d'aprile per tre giorni nevicò in Milano, e succederono brine che fecero perdere tutti i frutti. Sul principio poi di giugno eccoti fuor del solito fioccar folta neve ne' gioghi dell'Appennino, che si rinforzò e sostenne gran tempo, con produrre un pungente freddo, dirottissime pioggie ogni dì, e temporali e gragnuole orribili: onde si videro gonfii e minacciosi tutti i fiumi, e ne seguirono anche gravi inondazioni, e fiere burrasche in mare. Nè caldo nè gelo vuol restare in cielo: è proverbio dei contadini toscani. Spezialmente orribile e dannoso fu il turbine succeduto nella notte del dì 11 di giugno in una striscia dell'alma città di Roma, e particolarmente fuori di essa, di cui si è veduta relazione in istampa.
CONCLUSIONE
Qui mia intenzione era di deporre la penna; e l'avrei fatto, se i consigli di più d'uno non m'avessero spinto a mostrarmi inteso di quanto ha scritto un moderno giornalista anonimo contra di questi Annali, cioè contro di me, con una censura, la quale può dubitarsi che convenga ad onesto scrittore. Certamente tanti e tanti, che han letto le adirate sue parole senza leggere essi Annali, abbisognano di qualche lume, per non essere condotti ad un sinistro giudizio da sì appassionato scrittore. Mi vuol egli dunque processare quasi per troppo parziale degli antichi imperadori. Ma sappia ch'io non ho mai pensato a farmi punto di merito nè cogli antichi nè co' moderni Augusti. Il solo amore della verità, o di quanto io credo verità, quello è che guida la mia penna; e la verità non può chiamarsi guelfa o ghibellina. Ho io trovato in troppe storie che, negli antichi secoli non si potea consecrare l'eletto papa senza il consenso degli imperadori. Avrebbe desiderato il censore, che io non avessi toccato questa particolarità, o pur l'avessi chiamata iniquità ed usurpazione. Ho io dato nome d'uso od abuso a quel rito durato per più secoli, nè a me tocca dirne di più. Lo stesso san Gregorio il Grande se ne servì per sottrarsi al pontificato; tanti altri sommi pontefici furono lontani dal disapprovarlo; e in un concilio, tenuto da uno degli stessi papi, quest'uso fu appellato rito canonico. Doveva il giornalista osservare che io lodai la libertà da più secoli in qua goduta per la elezione e consecrazion de' papi, e conoscere ch'io non ho men di lui zelo per la libertà e per l'onore del pontificato; ma aver egli ben poca grazia in volere che io assolutamente condanni quello che i papi stessi una volta non disapprovavano.
Scaldasi poi forte esso anonimo, perchè io dopo il Pagi ed altri scrittori abbia mostrato che gl'imperadori Carolini e i lor successori per lungo tempo conservarono l'alto dominio sopra Roma ed altri Stati della Chiesa Romana, non volendo essere da meno de' precedenti greci imperadori; che il prefetto posto in Roma da essi Augusti vi durò sino a' tempi di papa Innocenzo III; che la Romagna, benchè donata da Pippino alla Chiesa suddetta, e da lei signoreggiata per molto tempo, fu poi posseduta dai re d'Italia ed imperadori sino a papa Nicolò III che la ricuperò. Al censore suddetto ben conviene il provare, se può, che non sussistano sì fatte opinioni. Ma se io non ho tali cose asserito di mio capriccio, anzi ho prodotto le pruove di tutto, prese dalla storia e dalle memorie de' vecchi tempi, come mai pretendere ch'io asconda que' fatti, o chiami usurpazione quello che tanti papi lasciarono godere agl'imperadori? Ma si va replicando ch'essi Augusti confermavano di mano in mano la Romagna ai papi. Tutto sia; e pure non ne restituivano il dominio e possesso; ed Arrigo il santo imperadore, che tanto operò in favor della Chiesa Romana, non fece meno dei suoi antecessori. Così nel diploma di Lodovico Pio e d'altri Augusti noi troviamo donato ad essa Chiesa il ducato di Spoleti (per tacer altri paesi), e, ciò non ostante, miriamo essi Augusti tuttavia sovrani e possessori di quegli Stati. Come mai questo? Se il giornalista si fa lecito di pronunziar sentenza contra di tanti imperadori, io per me non oso d'imitare l'arditezza sua.