Si stese la cura e lo zelo dei conservatori della nostra città al buon ordine delle ville del distretto in que’ fieri tempi. Pertanto con pubblica grida furono destinati per ogni villa uno o due deputati de’ meglio stanti e più abili, i quali fossero tenuti ad assister ivi, e far eseguire i seguenti ordini della sanità: cioè, che avessero tutti tanto contadini come cittadini ivi abitanti, da denunziare i morti e gl’infermi a persona destinata; che non si facesse ivi trasporto o maneggio di mobili infetti o sospetti; si provvedesse ai miserabili; si destinassero beccamorti coi dovuti riguardi; quei d’una villa non andassero a messa in altra villa; non potessero, nè anche per condurre vettovaglia alla città, partirsi dalla lor villa, senza licenza del deputato e fede del curato attestante la sanità, il quale andasse ben circospetto in farla; si vietassero conviti, giuochi, trebbi, adunanze, ecc; dovesse ogni massaro o sostituto ciascuna domenica far leggere alla chiesa i nomi e i cognomi dei morti per contagio, e de’ vivi sospetti e di chi avesse trattato con esso loro a fine di fuggirne il commercio. Con questi ed altri ordini si procurò soccorso e difesa anche al contado. E qui si ricordino i conservatori e le terre e le ville d’aver l’occhio attentissimo sopra le donne che vanno a trar la seta, chiamate da noi calderane. Da queste, che finite le lor faccende, vogliono a tutti i patti tornarsene alle lor case, fu nel 1630 disseminata la peste in varie parti delle montagne di Modena che dianzi godeano buona salute. Dai vignolesi, che continuamente battevano i propri confini, ne furono sorprese due, e impedito loro fortunatamente il passaggio, perchè da lì a poco si scopersero infette e lasciarono poi di vivere sotto una quercia, ma senza nocumento di quel paese.

CAPO VII.

Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla sperienza. Necessità e utilità dei coraggio in tali casi.

Altri utili regolamenti furono fatti e pubblicati dalla nostra città, soliti e comuni anche alle altre, per evitare sul principio e nel proseguimento della peste, il commercio co’ forestieri. In tempi tali, venendo persone da luogo infetto o sospetto, hanno i deputati ai passi e confini, senza nè pure riconoscer le fedi d’esse, da rimandarle; o se già sono entrate, gastigarle o metterle in contumacia, cioè costringerle alla quarantena o in lazzeretti o in capanne alla campagna o in case destinate a posta, facendo loro buona guardia. Per altro nei timori del male si vieta l’ingresso a persone tali sotto pena della vita; e alcuni magistrati che conoscono necessario il rigore, talvolta hanno fatto eseguire tal pena per terrore degli altri. Il permutarla e diminuirla secondo la maggiore o minor frode loro e più o men grave pericolo dello stato, si rimette alla prudenza e carità di chi comanda. Venendo poi viandanti da luoghi non infetti nè sospetti, i deputati non li lasceranno avvicinare se non quanto possano udirli e vederli, finchè sia riconosciuta la fede legittima della sanità. Nel ricever le fedi, dovranno i suddetti deputati avere in mano una canna (o altro simile strumento) e in capo ad essa pigliarle, e prima che le tocchino farle passar sopra il fuoco, quanto basti per purgarle. Venendo seco lettere, non le lascino passare, senza prima abbronzarle, purchè sieno espresse nelle fedi, e non vengano da luoghi sospetti, dovendosi in dubbio chiarire. Dee pure provvedersi ai corrieri, postiglioni e staffette, affinchè si regolino anch’essi colle leggi degli altri, e duri, finchè si può, il commercio delle lettere, ma senza pregiudizio della sanità. L’aver talvolta disputato con gran freddezza l’ingresso a certe persone o mercatanzie dubbiose, ha dato quasi miracolosamente assai tempo di scoprire ch’esse portavano seco la peste. Ferrara preservata ne vide alcuni esempi. Dee parimente provvedersi ai disordini che potrebbono recare i birri in portarsi a far le loro esecuzioni entro o fuori della città.

Sotto pena della galera e di 200 scudi, ed anche maggiore, niuno, sia forestiero, sia del paese, venendo da territorio straniero non bandito nè sospeso, possa indirettamente o furtivamente, e fuorchè per le strade destinate, entrar nello stato o distretto, e nè pure toccarne una parte, senza aver prima presentate ai confini e passi le sue fedi ai deputati. Chi poi entrasse furtivamente, venendo da paese infetto o sospetto, benchè con fede di sanità, è senz’altro già incorso nelle pene dei bandi. Trovando i contadini alcun forestiero fuori delle strade maestre, saranno obbligati, sotto pena afflittiva ed altre, ad interrogarlo ove sia indirizzato il suo viaggio; e conoscendo o dubitando che si sia divertito dalla diritta strada, o pure solamente scorgendo che non abbia fede di sanità, saran tenuti a fermarlo, ovvero, occorrendo, dovranno levargli dietro romore e condurlo immediatamente all’ufficio della sanità del passo più vicino, consegnandolo all’ufiziale. È anche da farsi rigorosissimo editto che nessuno ardisca di uscire del territorio per andare in luoghi sospesi o banditi per esca di guadagno o per altro rispetto con pensiero di ritornarsene poi segretamente nello stato.

Notizie, triviali forse per alcuni, ma certo ignote e necessarie ai più del popolo, per non essersi eglino mai trovati in sì terribili assedj, sono in buona parte le fin qui esposte. Non si può dire, nè raccomandare abbastanza cosa importi e quanto giovi in questi cimenti il guardarsi dal commercio altrui, e insin delle persone che sembrano più sane e più guardinghe. Il cardinal Gastaldi, che fu uno de’ principali regolatori di Roma nella peste del 1656, scrive che di tanti rimedi che si proponevano, non si trovò mai il meglio di quello di proibire severamente il commercio fra le persone, imperocchè troppo disavvedutamente si riceve e si comunica il contagio pestilenziale. Magnopere, dic’egli, semper institi, ut severe commercia omnia interdicerentur, experientia edoctus. Più delle amicizie giovano in tempo di contagio le nemicizie, ed è meglio trovarsi allora in prigione che poter liberamente vagare qua e là. In fatti si osservò nella peste suddetta di Roma e in quella di Modena del 1630 che non penetrò il male in alcuni conventi di religiosi, e molto meno in quei delle monache; e se cacciossi pure in due o tre, non vi fece verun progresso, ma si soffocò con gran felicità.

Sicchè (e sel ricordino bene i lettori) il morir di peste, d’ordinario non viene dal trovarsi in mezzo alla peste, e in una città o terra appestata, ma dal non sapere o dal non poter ivi schivare o ben regolare il commercio colle persone. E ciò mi fa scala ad un altro punto di grandissima importanza, che desidero ben impresso in mente di tutti. Dico pertanto che in tempi di contagio chiunque non può ritirarsi dalla città ed è necessitato a fermarsi ivi, sia perchè non ha ricovero altrove, o perchè gl’impieghi, uffizj ed interessi suoi l’obbligano a non partirsene: dee farsi animo e concepire un gran coraggio, persuadendosi che con tutto lo strepito della pestilenza egli ne potrà facilmente campare, e ne camperà coll’aiuto del Signore Iddio, in cui dee riporre la sua maggior fiducia, se userà quelle cautele e quei preservativi che s’andranno divisando.

E che ciò sia vero, non c’è il migliore argomento per provarlo che l’esperienza stessa. Egli è notissimo che chi allora può tenersi chiuso nelle sue case, fuggendo il commercio dello persone pericolose, e tenendo ben serrate e assicurate le porte sue, per l’ordinario non contrae la peste, purchè non fosse appestata l’aria tutta di quella terra o città (il che quasi mai non avviene), e purchè l’abitazione sua non sia così stretta o mal posta, che per necessità le si comunichi l’aria infetta delle camere abitate da infermi di mal contagioso. Lo stesso che accade ai monisteri, succede per gli abitanti delle case private, ogni qual volta queste case si facciano diventare come tanti monisteri di religiose. Nulladimeno perchè la necessità costringe anche la maggior parte di coloro che stanno volontariamente rinchiusi a provvedersi di cibi e d’altre cose che loro mancano, basta che usino alcune circospezioni praticate allora da tutti i saggi con buon successo. Voglio dire che stando le persone rinserrate nelle case senza uscirne, possono elle provvedersi di tutto, calando corde con una cesta o canestro o altro simile ricettacolo dalle finestre, e tirando su tanto i cibi quanto i medicamenti, utensili ed ogni altra cosa che loro occorra. Si fa star fuori di casa un servo che provvegga di tutto; che se non si ha tal comodità, non mancano persone che per pochi soldi vanno provvedendo e portando giornalmente i cibi e le altre cose a chi ne ha bisogno; e mancato un provveditore estraneo, se ne trova immediatamente un altro, perciocchè o il magistrato deputa questi vivandieri, o suppliscono i men comodi e bisognosi che allora sono molti, ingegnandosi ciascuno di vivere alle spese de’ cittadini comodi. Quali robe possano riceversi e maneggiarsi senza sospetto, e come s’abbia ad assicurar le altre, il vedremo fra poco. Sicchè il primo gran preservativo per chi può è il fuggire; e il secondo per chi non può o non dee fuggire, si è lo starsi ritirato in casa e lontano dall’altrui commercio.

C’è di più: non solamente chi si chiude fra le mura della sua casa, ma eziandio chi o per bisogno, o per uffizio ha da uscire fuori di casa e aver qualche commercio con gli altri, potrà farlo e dovrà farlo intrepidamente, purchè lo faccia colle cautele che si andranno accennando e che possono molto ben conservarlo illeso, anche se tratterà ne’ lazzeretti e con persone infette o sospette, come accade a molti uffiziali, cerusici, ecc. Sarebbe bene allora per tutti quei che escono di casa, ma certo sarà specialmente bene, anzi necessario per chi dee praticar gente ammorbata, il portare una sopravveste di tela incerata, oppure di marrocchino o d’altro cuoio sottile (queste si credono migliori di tutte), ovvero di taffettà o d’altra manifattura di seta, perchè alle vesti di lana troppo facilmente s’attaccano gli spiriti velenosi del morbo, ma non già s’attaccano se non difficilmente (per quanto vien creduto) alle incerate e a’ marrocchini, e non si possono ritener lungo tempo dalla seta spiegata. Avvertasi però che le vesti di seta non debbono esser fatte con lusso, nè con gran cannoni e piegature, ma hanno da farsi povere e piuttosto corte, avendo lasciato scritto il Mercuriale che alcuni medici nella peste di Venezia de’ suoi dì si tirarono addosso la rovina per aver nelle visite degl’infetti portate vesti lunghe e larghe, e delle pelliccie, secondo l’uso d’allora. Chi non ha seta, nè altro di meglio, usi almeno lino o canape piuttosto che lana. Alcuni hanno talvolta usato di coprir anche la faccia con una maschera, o bautta, a cui mettevano due occhi di cristallo; ma non è necessaria tanta scrupolosità. Per chi non potesse trovar incerate, nè saperne fare, stimo bene insegnarne loro la ricetta. Si fa bollire a fuoco moderato per quattro o cinque ore olio di noce, o di semenza di lino, e quando non s’abbia altro, d’uliva, mettendovi dentro per ogni libbra d’olio un’oncia di litargirio e una dramma di mastice, e dimenandolo di quando in quando con una spatola. Raffreddato che sia l’olio, si dà con pennello una mano d’esso al taffettà colorito che si vuol incerare, facendolo stare ben tirato in telaio, e mettendolo poi al sole per due o tre giorni occorrendo, tanto che sia bene asciugato. Quindi se gli dà un’altra mano d’esso olio, e si torna a far asciugare, con che si avrà senza cera il taffettà incerato, pieghevole e maneggiabile. Nella stessa guisa si potranno incerare altre tele sottili di lino. Per le tele grosse si mescola coll’olio terra d’ombra bea sottilizzata e passata per setaccio, di quel colore che si vuole. Ma per queste usano di mettere più litargirio nell’olio, cioè sino a tre once per libbra d’olio, chiudendolo in una pezza, la quale si fa stare immersa e sospesa nel suddetto olio quando bolle.

Appresso convien adoperare profumi, spugne inzuppate in liquori, ed altri preservativi de’ quali si andrà parlando di mano in mano. Si può anche passar per le contrade e far altre faccende per la città, ma badando di non toccar robe sospette e di non accostarsi a gente infetta o dubbiosa, secondo i segni ch’essa ha da portare; e sarà sempre maggior sicurezza il fidarsi poco di tutti. Dovendo parlare a tal gente, se le parli in lontananza; e pel resto degli uomini sarà anche buon consiglio il tenersi in qualche distanza da loro, e non accostarsi molto alle medesime senza necessità. Così i medici possono parlare agl’infermi con farli venire alle porte o alle finestre, intendendo lo stato loro e prescrivendo loro opportuni rimedj. Che se pur vogliono o debbono accostarsi e toccare il polso agl’infetti di morbo pestilenziale, hanno da toccarli colle dita prima bagnate nell’aceto, che porteran sempre seco, e con tener la faccia rivolta all’indietro guardarsi di non ricevere il fiato dell’infermo, usando anche un ventaglio, con cui spingano l’aria verso la persona malata, siccome ancora osservando che non ispiri vento dalla parte d’essa verso il sano. Altrettanto avran cura di fare i cerusici, uffiziali e serventi. Nè entrino in camera ove sieno infetti, se prima le finestre non saranno state aperte per buono spazio di tempo, e rinnovata e rettificata l’aria d’essa stanza con qualche profumo. Oltre a ciò sogliono alcuni chiamati a medicar infetti turarsi per quanto possono il naso e la bocca, e tutti poi si difendono il respiro (e questo basta) con la spugna inzuppata in aceto, anzi alcuni si coprono quasi tutto il volto con un panno bianco inzuppato del medesimo liquore.