Con queste diligenze e con gli altri preservativi ed ordini che accennerò intorno alla dieta, egli è certo che prudentemente si può praticare ancora con gli abitanti d’una città o terra infetta senza timore e con virile coraggio. In fatti l’esperienza (torno a dirlo) troppe volte ha fatto vedere essere convenevole e fondatissimo un tal coraggio, e potersi facilmente preservare il savio in mezzo alla peste e nel commercio degli appestati. Nel contagio di Roma dell’anno 1656 il sommo pontefice con assai cardinali stette fermo in città; e di tanti prelati e nobili che governarono allora quel popolo e tutto dì cavalcavano per la città, visitavano lazzeretti e faceano tante altre funzioni, non si sa che alcuno perisse di quel male; e pure entrò esso anche nella famiglia bassa d’alcuno di loro. Lo stesso avvenne durante la peste della nostra città nel 1630, e noi sappiamo che Marsilio Ficino, Filippo Ingrascia, Girolamo Fracastoro, Silvio de le Boe e tanti altri medici famosi si trovarono in mezzo alle pestilenze, e coraggiosamente vi assisterono senza riportarne alcun nocumento. Bernardino Cristini, cognito fra i Minori Osservanti per gli Arcani del Riverio, ed altre opere di medicina da lui pubblicate, era stato dianzi medico d’un lazzeretto in Roma nel poco fa mentovato contagio, in cui nota anche il cardinal Gastaldi che Gregorio Rossi, medico valente, praticò sempre e curò gli appestati, e non contrasse mai morbo alcuno. Il Diembrochio, celebre medico, anch’egli senza menoma lesione medicò infetti e non infetti nella pestilenza di Nimega del 1636 col metodo che diremo più a basso. Tanti altri medici che scrivono della peste, furono la maggior parte intrepidi in tempi d’essa, e non lasciarono di visitar gli appestati.

Non è degno di minor attenzione il sapere che, quantunque talvolta anche qualche principe sia morto di peste, e sia avvenuta la stessa disgrazia a dei nobili, deputati allora al governo; tuttavia le persone nobili e civili d’ordinario si preservano molto bene nelle stesse città infette, ed esercitano egregiamente i loro uffizj, nè si tengono in una volontaria prigione. Il potersi eglino nutrire di cibi sani, e l’abbondare di molti comodi e preservativi, con case larghe, vesti a posta, e senza necessità o ingordigia di toccar robe infette, serve loro di un continuo riparo contro il veleno. Se principi e nobili in tali occasioni mancarono di vita, ciò fu per un ardente zelo di carità che li fe’ troppo esporre ai pericoli per benefizio del popolo loro e della lor patria, ovvero perirono essi per poco uso del lor giudizio, e solamente in città che per la gran popolazione e strettezza rendevano indomita e stranamente comunicabile la fierezza della peste. Del resto nell’altre terre e città meno strette e meno abitate, le persone nobili, civili e comode, purchè savie, sogliono passarla netta: e ciò costa da troppe esperienze. Contro il povero volgo, e contro chiunque è costretto allora dal bisogno a non istare in riguardo, o è lusingato dalla brama d’arricchire, si suole scaricare il furor del contagio. Osservò il Rondinelli nel contagio di Firenze del 1630 come cosa degna di gran considerazione che essendo in varie case di gentiluomini entrato il male, portatovi o dalle serve o da’ servitori, non vi fu esempio che si attaccasse ai padroni, i quali pure erano stati serviti e maneggiati da chi aveva l’infezione addosso. Anche nella peste che tre anni sono afflisse cotanto la Polonia, toccò quasi tutto alla misera plebe il flagello, restando intatta la nobiltà; e ciò tuttavia si osserva in quella che sì malamente infesta le province dell’Austria, della Boemia e le circonvicine: il che però non adduco per bastante esempio agli Italiani, essendo io assai persuaso che in questi paesi più caldi la peste sia meno discreta, e ch’ella farebbe strage anche della nobiltà, se questa non usasse più riguardi di quei che si praticano in Germania. Finalmente è da osservare che in cadauna peste si trovano persone giovani e vecchie, maschi e femmine, infermicci e mal nutriti, oppur sani, robusti e nutriti bene che, quantunque vivano con appestati e tocchino le robe loro, pure non contraggono la peste a cagione della lor particolar disposizione o complessione, dotata d’un’occulta attitudine per resistere agli aliti e spiriti pestilenziali. Perciò si mirano allora tanti beccamorti, serventi, cerusici ed altri che si mantengono sani ed illesi in mezzo agli appestati. Sarebbe temerità il fidarsi o far prova di questo senza necessità; ma posta la necessità, è bene ricordarsi ancora di tale osservazione. Similmente gioverà il non dimenticarsi che tal sorta di gente, restando essa illesa dall’infezione, la può poi facilmente portare ad altri che non si guardano dal loro commercio.

Il perchè torno a dire che chi non può, o non vuol ritirarsi dalle terre e città infette, dee far coraggio: che si può molto bene anch’ivi resistere a questo nimico, purchè si mettano in opera gli avvertimenti e preservativi che ci sono insegnati da maestri di sperienza, e ch’io ho nella presente opera raccolti. Anzi aggiungerò cosa che parrà strana ad alcuni, e pure vien insegnata da chiunque tra i medici e politici ha trattato di questa materia: cioè che lo stesso aver coraggio, e il vivere allora senza paura, è un potentissimo preservativo contra la peste. Ci assicurano i medici trovatisi a questo fuoco, essere al sommo nociva la forte apprensione, e il timore che d’ordinario s’imprime allora nella maggior parte del popolo, di dover morire e di non poter fuggir questo colpo e di aver da prendere la peste ad ogni passo. Così disposti, e mal affetti gli animi e i corpi, troppo facilmente contraggono allora il mal pestilenziale; e non pochi, anche senza aver la peste, vengono a morire per paura della medesima peste; laddove all’incontro tanti altri, benchè tutto dì conversino con appestati, pure si preservano: frutto del loro coraggio, il quale non teme la vicinanza di quel male, benchè mostrino, secondo i consigli della prudenza, di temerlo col non trascurar que’ riguardi e preservativi che convengono in tali occasioni. Anche i più coraggiosi in guerra van cauti; altrimenti sarebbono non coraggiosi, ma temerarj ed audaci, e intanto il loro coraggio suol difendere essi, toccando poi le busse ordinariamente ai soli paurosi.

CAPO VIII.

Come si possa guardare dall’aria infetta. Odori preservativi, e varie ricette. Odori sottili e calidi nocivi. Maniere di purgar l’aria delle case e delle città.

Passiamo all’aria, per mezzo di cui può comunicarsi ai sani l’altrui malore. Certo è che la respirata dagli appestati, e quella che è ambiente del corpo loro, può sino alla distanza d’alcuni passi stendere il suo veleno. Perciò i sani debbono passar lontano, e tenersi lungi dalla gente infetta e sospetta; e molto più hanno da guardarsi d’entrar nelle camere, ove sieno o sieno stati infermi di mal contagioso; o entrandovi, hanno da usar le cautele dette di sopra, e l’altre che diremo trattando dell’espurgazion delle case. Ma per assicurarsi bene di non tirar col respiro l’aria infetta, chiunque esce di casa, e molto più chi ha da praticar con persone pericolose, porterà sempre seco in un vasetto, bussolotto, o palla una spugna inzuppata di aceto, o pure porterà pomi artifiziali odoriferi, e o quella o questi andrà odorando e fiutando, e non li deporrà mai, quando sia vicino a persona infetta o sospetta e alle robe loro. Da quasi tutti i corpi, anche duri, e molto più dagli animali, dai vegetabili, dai minerali, ecc., escono continui effluvj che formano un’atmosfera o circonferenza intorno a quel corpo; e però quei di gagliardo e sano odore diffondendosi all’intorno della persona, la difendono dai pestiferi, o tenendoli lontani o correggendoli.

L’aceto solo, purchè fatto di buon vino, è bastevole preservativo. Tuttavia chi può, gli accrescerà il vigore nella seguente forma.

Aceto imperiale.

Recipe radici d’angelica, d’imperatoria, di garofoli ana (cioè parti eguali, o sia di cadauna) dramme due. Soppistale leggiermente, e mettile in un vaso di grandezza mediocre, dove sia aceto ottimo e bianco se fia possibile. Chiudi bene il vaso, e agitalo, sbattendolo molte e molte volte, acciocchè gl’ingredienti si mescolino bene. Lascia il tutto in infusione per una notte sopra le ceneri calde. Di poi conservalo per gli tempi di bisogno, inzuppandone una spugna da portarsi in mano serrata nella palla, per gli buchi della quale ne tirerai spesse volte l’odore. Oltre a ciò potrai ancora con lo stesso aceto ungere le narici, i polsi delle tempia e delle mani.

Pomo o palla odorifera che preserva dalla peste.