Questi profumi mutano l’aria delle case. Giovano, è vero, ancora i gran fuochi ne’ cortili e innanzi alle finestre; ma non s’hanno a tralasciare gl’interni delle medesime. Vero è che le robe sospette o infette, purchè possa in tutte le lor parti giocar l’aria e il sole, se vi stiano esposte per lungo tempo, si purgano abbastanza. Senza questo si coverà quel veleno e potrà far gran danno anche molti anni dopo. Più sono stimabili i profumi perchè in termine di ventiquattro ore restano purgatissime le case e i lazzeretti medesimi e insino i letti degli appestati; laddove le robe esposte all’aria han bisogno di quaranta giorni, tempo molto lungo per una purga, e sono sottoposte a vari accidenti di pioggia e ladri, e ad altri incomodi.

I profumi si fanno così. Bisogna chiuder porte, finestre e cammino; e sopra una corda distribuire e collocar le vesti infette, lenzuola, coperte, ecc., scucendole prima. Poi prese quattro o cinque libbre di fieno molto secco, e compresso ben questo fieno vi si ponga sopra tanto profumo, quanto capirà in ambe le mani unite insieme per due volte; e poscia ricoprir questo con altro poco fieno spruzzato d’aceto, acciocchè quella materia non si consumi se non a poco a poco. Si attacchi il fuoco dalla parte di sotto in due o tre luoghi del fieno, sostenendolo con bacchetta; e non si parta il profumatore, se nol vedrà ben acceso. Dopo di che si ritiri ognuno, e si chiudano le porte molto bene. Alcuni persuadono l’esporre anche dipoi le robe all’aria libera, e il maneggiarle e batterle con verghe. Sarà utile, ma non è forse necessario.

Per le robe non infette, ma sospette, basterà aprir le casse, le credenze, gli armari, le scatole, gli scrigni, ecc. Le robe preziose si potran coprire con qualche tovaglia o tela grossa, affinchè non ricevano in sè la parte più grossa e terrea del fumo. Le vesti, ove sia argento, e così i vasi d’argento patiscono notabilmente, come ancora le pitture; e però si può adoperar loro qualche leggier profumo in camera aperta, o pure esporli all’aria e al sole per quindici dì. Alle robe solamente sospette si può adoperare il solo profumo della sanità. Per l’espurgazion delle case infette è necessario il primo dei suddetti profumi, fatto il quale, si lascino per tre giorni ben chiuse la casa e le stanze; e dipoi spalancate le porte e finestre, si faccia che l’aria vi giuochi e ne scacci il cattivo odore. Si può dipoi, occorrendo, far ivi qualche soave profumo, per liberar le camere dal puzzo. Oltre a ciò è ottimo consiglio il fare, e prima e poscia, scopar ben bene tutte le stanze e insino i cammini, e in fine imbiancar di nuovo le muraglie; e credo io che gioverebbe ancora il solo bagnarle con acqua ove fosse stemperata calce viva. Certo la calce smorzata con acqua entro le camere infette, è creduta bastante col suo penetrante fumo a dissipare o consumare i semi nascosi del contagio; e la sperienza lunga ha poi fatto conoscere che il dare più d’una mano d’essa alle pareti, riesce uno spurgo delle case sicuro ed egualmente comodo a’ poveri che a’ ricchi. Deesi pur lavare il pavimento ed altri mobili delle stanze, purchè ne sieno capaci, con un forte liscivo o aceto; avvertendo di non lasciare indietro alcun ripostiglio o masserizia e mobile capace di simili lavande e sospetto d’infezione, con levar via insino le tele de’ ragni, e mandar lontano dalla casa tutte le immondezze ivi raccolte e bruciarle. Natal Conti narra che nella peste di Venezia del 1576 più di tutti gli altri giovarono dodici Grigioni, i quali tra due o al più quattro giorni, purgavano le robe contagiose; nè molti, quantunque diligentissimi perscrutatori, poterono intendere il modo da lor tenuto. Usavano diversi, spessi ed efficacissimi profumi, e praticando nelle case senza nocumento alcuno, restituirono le robe purgate ai padroni che più non ne sentirono danno. Così era vicina nell’anno 1675 a rimanere affatto spopolata per cagion della peste l’isola e città di Malta; ma chiamati colà i profumatori di Marsiglia, non diversi nell’operare dal P. Maurizio da Tolone, seppero così ben profumare case, robe e persone, che indi a poco cessò interamente quella terribile pestilenza.

Per li lazzeretti e per le sepolture, ove imprudentemente fossero stati seppelliti cadaveri d’appestati, a fine di non perderne l’uso e di levar anche i pericoli, caso che s’aprissero un giorno, usava il suddetto cappuccino il secondo de’ profumi, cioè il più violento. In Genova nella peste del 1656 purgò egli 430 tombe, ripiene sino al colmo, colla seguente ingegnosa invenzione. Fece fare un tabernacolo di legno, cioè il telaio d’una gran cassa quadrata lungo e largo dodici palmi; e fattolo tutto al di fuori coprire e foderar molto bene di tela incerata, di modo che non potesse il fumo aver uscita, lasciava nelle parti che poggiavano in terra due fenestrelle quadrate di quattro palmi l’una, acciocchè per l’una d’esse si aprisse il sepolcro e per l’altra si preparasse o presentasse il profumo. Questo telaio si andava postando sopra cadauna sepoltura; e mentre questa dall’una delle fenestrelle facilmente s’apriva, dall’altra si accendeva e spingeva dentro la composizione violenta. Ciò terminato, tutte e due subito si chiudevano; e quel terribil fumo penetrando nelle tombe, non solo soffocava e distruggeva il veleno pestilenziale, ma corrodeva e consumava i cadaveri stessi. Dopo un’ora estinto il profumo, si rimoveva il cassone dall’avello, e in esso gittata copiosa quantità di terra, e calata poi con una fune nel vacuo rimanente nuova materia da profumare ben aspersa di solfo pesto, vi si lasciava accesa, con riporre al suo luogo la pietra e suggellarla diligentemente con calcina, acciocchè il profumo di dentro purgasse ogni cosa. Dopo qualche anno si poteano liberamente aprire ed usar quelle sepolture. Ma chi abbonderà di giudizio, non avrà mai bisogno di fare espurgar le tombe, perchè in tempi di peste non permetterà che alcuno sia ivi seppellito.

Già è manifesto doversi espurgar tutte le robe infette o sospette, sieno del paese o della città, sieno forestiere, nè poter queste rientrar nel commercio degli uomini e de’ padroni stessi, se non sarà preceduto lo spurgo: sopra che debbono farsi ordini rigorosissimi, con replicarli ed accrescerli, affinchè tutto venga denunziato fedelmente ai deputati, ancorchè fossero robe d’altri, e benchè rubate; nel qual caso non si procederà criminalmente contra i ladri denunzianti. In Roma, ove ogni cosa dovea portarsi agli espurgatorj e ben lontano, con quel grave incomodo che si può facilmente immaginare, ma che si può anche schivare usando i sopra insegnati profumi, i deputati allo spurgo prendeano per sè una nota di tutte le robe loro consegnate, e un’altra simile ne lasciavano ai padroni. Erano costituite gravi pene ai deputati che levassero cosa, benchè di minimo valore, portata allo spurgo: il che dee praticarsi in ogni sistema. Le gioie, danari, ori ed argenti si purgavano senza levarli dalle case dove si trovavano, e doveano subito consegnarsi ai padroni, o non essendovi essi, portarli al Monte di Pietà in credito d’essi padroni o eredi. Era vietato a tutti, ed anche agli ecclesiastici, l’entrare senza licenza negli espurgatorj, siccome luogo infetto o sospetto. Sogliono anche deputarsi religiosi per sovrastanti allo spurgo; e i medesimi assistono all’inventario delle robe, entrando anch’essi nelle case per impedire che i ministri non rubino. Sempre poi dee avvertirsi che gli espurgatori e i condottieri di robe infette o sospette non hanno da praticar con altri, e saran tenuti a portare abiti e segni distinti, siccome gente sospetta. Nella nostra città fu nel 1630 prudentemente pubblicata intimazione che i mobili e le case da espurgarsi non si potessero espurgare nè far espurgare senza l’intervento dei pubblici deputati e senza servare il modo prescritto per tal funzione; ed altrimenti facendo, dovea riputarsi nullo, e rifarsi lo spurgo. Le città ricche alle spese del pubblico fanno espurgar case e robe o almeno esentano i poveri da tale aggravio. Quantunque poi molti de’ beccamorti ed espurgatori sogliono resistere al mal contagioso, tuttavia per ogni buon fine vien loro consigliato e prescritto, allorchè hanno da entrar in case ammorbate, il prendere prima qualche antidoto e il non andarvi digiuni. Abbiano sempre la lor sopravveste di tela incerata ed anche alle mani guanti di simil materia. Entrino colà portando avanti a sè vasi di fuoco che faccia fumo. Entrati, aprano le finestre e gli usci, ritirandosi, finchè l’aria abbia fatto un poco di sventolamento, e dispersi que’ maligni vapori. Dopo di che facciano l’uffizio loro. Altri sogliono, e saggiamente entrar nelle case infette con de’ soffioni accesi, composti di polvere da fuoco, salnitro, canfora, carbone di salce, e con un poco d’acquavite, o pure con torcia da vento accesa. Per alcuni già avvezzi a trattar dimesticamente con gli spiriti pestilenziali, parran forse superflue alcune di queste precauzioni; ma pur troppo quello è un nimico da non fidarsene mai; e però anche gli espurgatori abbiano manopole, legni lunghi, graffi di ferro, mollette, forchette ed altri ordigni per maneggiare il men che potranno colle mani le robe.

A fin poi di ben comprendere la somma importanza e necessità di una esatta e fedele espurgazion delle case e robe infette, ha ciascuno da imprimersi altamente nell’animo che tali robe e case facilmente possono portar la morte a’ padroni stessi e a qualunque altra persona che le maneggi o le abiti, non solamente allorchè dura la peste, ma eziandio dappoichè essa è cessata. Quella di Roma nell’anno 1656 finì verso la metà di marzo; ma per l’occultare che suol farsi delle robe infette e non spurgate, il male ripullulò, con succedere varie morti anche per alcuni mesi dipoi, finchè, replicate le diligenze, restò esso affatto espugnato circa il principio dell’agosto. In tali casi, benchè fosse stato restituito il commercio colle terre e città confinanti, è necessario levarlo francamente di nuovo, col bandire sè stesso dai sani, così esigendo la buona politica e la carità cristiana; e s’ha poi da restituire a poco a poco la comunicazione, secondochè detterà la prudenza. In Marsilia l’anno 1649, già cessata la peste e restituito il commercio, dal contatto d’alcune vesti non ancora purgate fu riacceso il fuoco in alcuni quartieri della città, il quale con rigoroso governo fu sì valorosamente ristretto che non s’innoltrò in altre parti della città con incendio maggiore. Il che si noti ancora, per chiudere, occorrendo, quelle contrade che sole fossero infette, tentando la preservazione di quelle che fossero sane. Gli editti pubblicati in Modena l’anno 1630 fanno giustamente sospettare o credere che anche dopo il dì tredici di novembre (in cui la festa che tuttavia si fa, venne instituita, perchè in quel dì non morì alcuno di contagio) succedessero casi di peste entro la medesima città, essendo rimaso nel solo seguente gennaio affatto estinto il malore per le diligenze che si replicarono. Quello ancora che dee far più spavento, si è la sicura testimonianza di Filippo Ingrascia, celebre medico, il quale narra che finita in Palermo la peste, per cui egli tanto scrisse ed operò, questa da lì ad un anno ripullulò, e sì fieramente, come se non vi fosse stata dianzi; colpa di robe non purgate e portate colà da altri luoghi non peranche liberi dal male. Così, terminato affatto in Firenze il contagio l’anno 1631, e restituita col commercio la pubblica tranquillità, vi fu esso di bel nuovo portato da Livorno nel 1632. Come si potè il meglio fu fatto riparo a questo nuovo assalto con rimettere il lazzeretto e usar le altre diligenze, tanto che si credette con grande allegrezza della città estinto il malore. Ma sul principio del 1633 divampò esso in un più grave incendio per cagione di panni infetti venduti agli Ebrei e seminati per la città. E però anche finita la peste, bisogna invigilare a’ casi che seguono, perchè questo è un male che rifiglia. Nè per altro è credibile che si rinnovi tanto spesso in Costantinopoli e in altre città del Turco la pestilenza, se non perchè ivi troppo bestialmente si sprezzano o si trascurano gli spurghi. Il Fracastoro, Giorgio Garnero, Alessandro Benedetto, Erasmo Edeno, Mattia Untzero ed altri scrittori raccontano vari casi di robe infette che dopo molti mesi ed anche anni, tirate in luce e toccate infettarono le persone. Tralascio tanti altri esempi, bastando questi per ben concepire che grave tradimento, sì del pubblico come di sè stesso, commetta chiunque nasconde robe, vesti e masserizie infette senza i convenevoli spurghi, e quanto sia biasimevole e nociva in questo punto la negligenza o indulgenza de’ magistrati.

CAPO X.

Cautela per esentar dallo spurgo varie robe. Provvisioni per gli cani e gatti. Monete ed altri metalli se suggetti a portar infezione. Regole per le robe ed animali. Luoghi eletti pel commercio de’ commestibili, e maniera di farlo. Se si dia contagio disseminato o dilatato dalla malizia. Riflessioni intorno a’ mali effetti del terrore, e cautele.

Noteremo ora altri ricordi intorno all’infezione che può venir dalle robe, e intorno allo spurgo delle medesime. E primieramente a fin di salvarne molte dalla necessità dello spurgo, riuscirà di maggior quiete e minore incomodo del pubblico, e di sommo vantaggio de’ particolari prima che nella casa succeda accidente alcuno di peste, il levare dalle guardarobe e stanze tutti i mobili, le scritture, pitture ed ogni altra suppellettile che non servisse all’uso quotidiano o non potesse bisognare in que’ pericolosi tempi, e far tutto rinchiudere in una o più stanze con far sigillare le porte di essa o di esse camere per mano di pubblico ministro, e con sigillo del pubblico o almeno con sigillo e rogito di pubblico notaio, di maniera che nessuno possa entrarvi senza rompere quel sigillo. Operando così, qualora dipoi avvenisse disgrazia di peste in quella casa, le robe tutte ivi rinserrate s’intenderanno non suggette all’incomodo degli spurghi. In Ferrara nel 1630 fu per buona precauzione ordinato agli ufiziali del monte di pietà e a’ banchieri ebrei di mettere in luogo separato i pegni da loro presi per l’addietro, e non di confonderli coi susseguenti, bollando le stanze ove li riponevano, con sigillo e notizia del pubblico o in altra maniera che assicurasse non aver eglino dipoi maneggiate più quelle robe.

Gli animali irragionevoli possono ricevere nei loro peli o piume gli spiriti pestilenziali e portarli seco e comunicarli a chi degli uomini non si guarda, benchè eglino per l’ordinario nulla ne patiscano, essendo cosa notissima che la peste d’una spezie d’animali non suol ferire quei dell’altre spezie, ma sì ben dilatarsi e comunicarsi per mezzo ancora di chi non ne resta internamente infetto. Così all’incontro è avvenuto ed avviene nella terribil mortalità delle bestie bovine, che da tre anni in qua va devastando senza rimedio tanti territorj di Lombardia, ed entra, mentre sto scrivendo, anche nel nostro paese, con far parimente una misera strage nel regno di Napoli, nello Stato della chiesa romana, in Olanda e in altre parti dell’Europa, mentre gli uomini praticando con buoi e vacche infette senza provarne eglino danno alcuno nella persona portano via quegli alimenti velenosi e infettano disavvedutamente le stalle, proprie o d’altrui. Perciò in tempo di peste convien provvedere al pregiudizio che possono recare i cani e gatti col portare nella lor pelle alle case e persone sane l’infezione raccolta altrove, siccome ce ne assicurano Marsilio Ficino, Guglielmo Grattarolo ed altri. Sogliono perciò le ben regolate città allora far editto che si uccidano tali bestie, e il pubblico d’alcune ha talvolta pagato sei o otto giulj per cadaun cane ucciso, purchè fosse d’altri. Dovendosi nondimeno osservare che nel 1630 per essere stati ammazzati tanti gatti in Padova, fu quella città col suo territorio soggetta per gli due anni seguenti ad una mirabil quantità di sorci; parrebbe più sicuro ripiego il solamente ordinare che tutti custodissero con diligenza, anche per proprio bene, i loro gatti e cani, con facoltà poi ed ordine di ammazzar quelli che uscissero delle case e vagassero per le strade o per le case altrui. Si può esser più rigido co’ cani cittadini, perchè la lor vita regolarmente importa poco al pubblico, e sarebbe sciocchezza il volere unicamente per lusso esporre a un gran pericolo la propria e l’altrui vita.