CAPO II.

Cauteri commendati per preservarti dalla peste. Quali persone più facilmente contraggano il morbo. Salassi e medicine solutive, preservativi biasimati. Amuleti o pericolosi, o dubbiosi contro la pestilenza. Attenzione de’ magistrati contro chi spaccia rimedi vani o nocivi. Sacchetti preservativi. Olio del Mattiolo utile anche nella preservativa.

Altri rimedi, che più da vicino servono a preservar dalla peste, ci vengono suggeriti dall’arte medica. E primieramente i cauteri, o sia le fontanelle, fatte o nelle braccia o nelle cosce, non hanno più presso alcuni medici moderni quel credito che aveano presso gli antichi. A me non si conviene l’esaminar le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma l’avvisar solamente che in moltissime pesti si sono veduti dei mirabili effetti di un tale sfogo artifiziale degli umori nocivi e corrotti del corpo umano; e perciò ne è sommamente commendato e consigliato l’uso per preservarsi dal contagio nelle opere dell’Ingrascia, dell’Arcolano, del Parisino, del Pareo, d’Antonio Porto, di Niccolò Massa, d’Ercole Sassonia, del Sennerto, dell’Untzero e d’altri assaissimi medici insigni, coi quali s’accordano il Diemerbrochio, l’Etmullero ed altri moderni che ne hanno vedute eglino stessi le prove. Anzi gioverà rapportar qui le parole precise di Alessandro Massaria: Illud, scrive egli, experientia satis confirmavit, quandoquidem accurata observatione compertum est, non solum apud nos, verum etiam apud Venetos, Patavinos et alios, ex infinitis pestilentia sublatis, aut nullos, aut certe paucos objisse, quibus alicubi cauteria inusta essent. Abbiamo parimente da Guglielmo Ildano che nella fiera peste di Losanna del 1612 niuno di quei che portavano cauteri vi morì di peste, a riserva d’uno o due, pieni prima di mali umori; e però aggiunge egli d’avere osservato in sè stesso e in altri quanto sia efficace un tal preservativo. Giorgio Guarnero anch’egli attesta di non aver veduto che nella peste di Venezia del 1576 morisse alcuno di quei che s’erano premuniti con fontanelle; e il Quercetano scrive d’aver conosciuto molti cerusici destinati alla cute degli appestati che si difesero meglio con questo che con alcun altro rimedio. Girolamo Mercuriale, uomo anch’egli di sperienza e credito riguardevole, ne scrive nei seguenti termini: Dicam quod ego experientia vidi. Possum testari, me innumeros hac peste extinctos vidisse, nec unquam vidisse quemquam qui haberet cauterium, præter unum tantum, atque ille erat sacerdos. Interrogavi etiam hac de re multos medicos qui testati sunt, neminem se vidisse. Quod quidem argumentum esse potest, hoc genus auxilii magnopere conducere, et summa cum ratione; quandoquidem per cauteria, tamquam per cloacas, continuo ichores, pravi et putredini obnoxii educuntur. Parimente Giovanni Doleo attesta di averne veduta felicissima la sperienza nel contagio de’ suoi giorni. E però mi ha quasi fatto ridere Olao Borrichio, uomo per altro celebre, il quale appresso il Boneto pubblica come un segreto inobservatum hactenus il vantaggio che nella peste si ricava dai cauteri. Deprehensum, dice egli, nobis, grassante hinc ante 20 annos pestilentia, propemodum extinctum fuisse eorum neminem, quibus in aliqua corporis parte hiabant fonticuli. La stessa osservazione fu fatta dal P. Chirchero, il quale nel suo Trattato della Peste asserisce che durante il contagio di Roma del 1656, ov’egli si trovò, niuno segnato con questi spiragli della natura fu invaso dalla peste, a riserva d’alcuni di vita epicurea e dissoluta, siccome egli intese dipoi da medici degni di fede. Parmi che in questo anche il Chirchero possa meritar fede da noi; e tanto più perchè ne fa fede ancora il celebre ed accuratissimo monsignor Lancisi, medico pontificio.

Nulla però di meno hanno licenza i lettori di dar qualche calata a tanti magnifici encomi dei cauteri, giacchè del loro valore, per quel che concerne la preservativa, non è sì facile l’addurre qualche fisico-anatomica ragione che appaghi. Oltre di che può avvenire che non in tutte le pesti si ottenga lo stesso buon effetto; e in fatti il Diemerbrochio scrive di aver osservato in quella dei suoi giorni che qualche persona mancò di vita pel veleno contagioso, tuttochè provveduta di fontanelle. Forse era gente disordinata. Comunque però sia, buon consiglio reputo io il non trascurare in occorrenza di peste questo preservativo, o almeno questo tentativo, che che sentano in discredito di esso alcuni moderni seguaci delle ingegnose, ma non di rado stravaganti idee dell’Elmonzio, giacchè la sperienza, più venerabile di tutte le speculazioni, sembra commendarlo per utile, e vien esso consigliato anche dal mentovato Diemerbrochio; e tanto più perchè non è molto l’incomodo di tali emissari, quand’anche fossero superflui, e cessata la peste e il bisogno, si può facilmente lasciarne l’uso. Fu anche notato che alcuni sentendosi assaliti dalla peste, avendo prontamente preso qualche rimedio sudorifero, ne restarono liberi in breve, coll’avere la natura cacciato fuori per le fontanelle una marcia nera e velenosa. Il suddetto Chirchero scrive d’aver conosciuto un medico, deputato alla cura d’uno de’ lazzeretti di Roma, che si fece cinque cauteri, e si preservò sempre illeso. Io non assicurerei però che questa fosse la precisa cagione d’essersi egli felicemente salvato; ma dirò bene d’esser io persuaso che almeno per la curativa possano recar molto vantaggio sì fatti emissari. Per queste medesime ragioni è lodato da alcuni medici, al primo sospetto d’aver contratta la peste, il forar la cute di qua e là nell’estremità de’ muscoli delle braccia, ovvero de’ fianchi, con poi mettervi e tenervi dentro radice d’elleboro nero, come si fa a’ buoi e cavalli, essendo veramente tal erba un semplice di gran forza per attraere (mi sia lecito di così parlare) o per purgare (qualunque sia il modo con cui ciò si faccia) i cattivi umori e i sali peccanti, e potendo esso in tal guisa impedire la generazione de’ carboni e de’ tumori pestilenziali. Se poi tale operazione, chiamata setaccio, e dai nostri popolari sedagno, riesca di grande utilità alle prove, nol so dire; ma sembra che non dovrebbe se non giovare per l’analogia che ha coi cauteri. Angelo Sala molto la magnifica, citando ancor qui la sperienza sua, e contando miracoli dell’elleboro nero, del quale dice egli non darsi medicamento più efficace per tirar via gli umori peccanti. Nulladimeno essendo i medici-chimici, fra’ quali è celebre questo autore, in concetto di aprir molto la bocca, bisogna star cauto in credergli tutto; e in fine essendo questo un rimedio dolorosissimo, si dovrà andare adagio a valersene e a consigliarlo. Quello sì che vien tenuto per certo si è, che non meno, e forse più de’ cauteri artificiali, giovino e difendano dalla peste i cauteri fatti dalla natura, quali sono la rogna, le ulcere e le fistole; e però allora non bisogna chiudere, nè levare questi canali e sfoghi de’ perversi umori, ma lasciarli aperti per isperanza d’un maggior benefizio. Questa è sentenza quasi comune.

Oltre a queste persone sottoposte meno dell’altre all’infezione della peste, ne accennerò qui per parentesi alcune che più o meno vi sono soggette. Già notammo che i fanciulli e i giovanetti, a cagione non meno della loro tenera complessione, che della loro poca avvertenza, più di tutti sono facili a contrarre questo morbo attaccaticcio. Ai vecchi difficilmente s’appicca esso; e le donne più degli uomini, e più le parturienti, e più le gravide che le altre il contraggono. I podagrosi, o sia gottosi, e quartanarj meno degli altri; e i flemmatici meno de’ sanguigni e biliosi prendono la pestilenza. Così le persone comode e ricche meno dei poveri, a cagione del loro miglior nutrimento e governo, e non già per altro privilegio; perciocchè in Firenze l’anno 1630 fa osservato che pochissimi bensì de’ nobili s’infettarono, ma pochissimi ancora ne guarirono. Del resto quantunque regolarmente più sieno in pericolo di restar ferite dal veleno della pestilenza le persone piene di cattivi umori e disordinate nella dieta, che non sono i ben sani di corpo e ben regolati nel vivere, tuttavia bisogna confessarlo, la peste non porta rispetto nè meno a queste; nè serve allora il gloriarsi di sentirsi ben forte, giovane e sano, perchè più forte si è la malignità di questo nemico nell’assalire i corpi umani, o deboli o robusti che sieno, qualora essi non istan bene in riguardo. Il che sia detto per consigliar le cautele a chi può, poichè per altro è degno di molta attenzione l’osservazione fatta da alcuni; cioè che nel principio de’ contagi molti di coloro che servono agli appestati si appestano anch’essi, e molti ancora ne muoiono. Crescendo la strage del morbo, meno di queste persone resta infetto; e allorchè il contagio è nel suo furore e in declinazione, pochissimi e quasi niuno di tali serventi o beccamorti s’infettano; o pure infettandosi, meno degli altri restano offesi. Può proceder questo o dal restare in vita quei che hanno interna disposizione per resistere al veleno pestilenziale, mancando gli altri che ne sono privi, o pure dalla poca apprensione e dal molto coraggio di costoro, essendo questo un gran preservativo autenticato dalla sperienza; ovvero dall’assuefarsi eglino a poco a poco e col lungo uso a quel veleno, talmente che non ne sentano poi nocumento. Appresso è da avvertire che chi una volta ha avuta la peste e ne è guarito, per l’ordinario non è più soggetto a questo pericolo durante la medesima; dissi per l’ordinario, perchè Marsilio Ficino ed altri non concedono sì francamente questa esenzione, raccontando essi qualche caso di chi più d’una volta è stato colto da questo morbo e ne è restato morto alla seconda o alla terza. Ma siccome si osserva che chi ha provato una volta i vaiuoli e la rosolia, o sia le ferse, non torna più a patirne, contuttochè si legga qualche caso di chi per la seconda volta ne è stato o si crede che sia stato colpito; così è da dir della peste, in cui per lo più i guariti dalla medesima sogliono poscia andarne esenti finch’essa dura. Tuttavia le eccezioni, osservate ancora a questa regola, debbono rendere guardinghi e cauti i risanati dal medesimo mortalissimo morbo. Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28 della Storia Ecclesiastica narra che in quella orrenda peste, che durò 52 anni e girò per tutta la terra, accadde alle volte che chi una e insin due fiate era guarito da esso morbo, alla terza ne restava oppresso.

Ritorniamo ora ad altri antidoti preservativi della peste, insegnatici o dalla chirurgia o dalla farmacia. Alcuni professori di medicina, il cui gran capitale consiste nel prescrivere a diritto e a rovescio la purgazione del ventre e la cavata del sangue, vogliono ancora promettere l’immunità dalla peste a chi si premunisce per tempo con questi due gran rimedi, replicati di quando in quando. Ma i medici più accreditati e saggi non solamente ne biasimano il consiglio, ma ci assicurano essere riuscito un tal preservativo in quei tempi nocivissimo, non potendo certamente i purganti rendere più gagliardi gli umori e gli spiriti contro la peste, dopo averli sì fattamente agitati e indeboliti; nè potendo sperarsi di meglio dal salasso, il quale anzi può far sì che più intimamente si mescolino colle particelle del sangue gli aliti pestilenziali. Certo è stato allora osservato in assaissime prove che con tali preservativi mirabilmente si preparavano e disponevano i corpi a ricevere con più facilità la peste, e che più questi che gli altri ne rimanevano estinti. Gioverà dunque il solo riserbare in que’ tempi qualche alleggerimento di sangue ai temperamenti pletorici; e lasciati stare i gagliardi purganti, sarà da lodarsi il tener con piacevoli medicamenti sufficientemente lubrico il corpo. Anzi queste benigne medicine non si dovranno scegliere a capriccio, ma comporle d’ingredienti che abbiano del balsamico per resistere alla putredine e alla malignità de’ veleni, e servano dì corroborativo alle viscere. Mi sia lecito il valermi di questi termini, perchè credo che abbastanza esprimano ciò che voglio dire. Sono in questo genere decantate e lodate da tutti le antichissime pillole di Rufo, o sia pillole De Tribus, come un antipestilenziale maraviglioso; e tanto più sono esse da stimare, quanto che si fanno con poca spesa, e tengono senza sensibile incomodo lubrico e netto il ventre. Si compongono nella seguente forma.

Pillole di Rufo, o De Tribus.

℞. Aloè, incenso, ammoniaco, ana part. 2, mirra part. 1. Pestati, si mescolino con vino odoroso, e se ne formino pillole.

Oggidì però la maggior parte dei medici prescrive quest’altra composizione e la crede migliore.

Altre pillole di Rufo più usitate.