Le indagini genealogiche che allora per commissione dell’elettore di Hannover si facevano a fine d’illustrare l’origine italica della casa di Brunsvico derivata dal ceppo Estense, impegnarono il sovrano di Modena, Rinaldo I, a richiamare il Muratori alla contrada nativa, ed egli, rassegnato ad obbedire al suo signore, quantunque con pena lasciasse gli amici di Milano, l’anno 1700 fu reduce a Modena, dove si tenne costantemente fermo pel mezzo secolo che tuttavia visse, rinunziando poi ad ogni offertaglisi più splendida fortuna, ed il più bel fregio diventando della biblioteca Estense. Concepì in patria il grandioso disegno dell’opera delle Antichità Italiane del medio evo, libro immortale e senza cui non avremmo forse oggidì nè le storie del Gibbon, nè quelle del Sismondi. Nacquero intanto in Italia piati e puntigli per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, e ’l nostro Bibliotecario non poche scritture pubblicò, che ’l misero anche in voga d’uno de’ più scienziati pubblicisti, ed in fatti riuscì tale da rapir di mano la palma al Fontanini, bellicoso campione dei diritti della corte romana. Da questa controversia nacque nel Muratori il pensiero della famosa Raccolta degli Scrittori delle cose d’Italia, che ordinò e rese ricca di cognizioni storiche risguardanti la gente italiana dal secolo V al XV; e nel frattempo che sì sontuosa impresa andava progredendo colle stampe in Milano, quasi per sollievo e diporto compose il Trattato della perfetta poesia, in cui spiegò un sistema conforme a’ pensamenti di Bacone da Verulamio. Di altro disegno fu l’opera che colorì poco dopo del Buon gusto, o sia Riflessioni sopra le scienze in genere; ed anche questo libro, dettato con facile stile, e pieno, pe’ suoi tempi, di novità, ebbe alto grido, e collocò l’autore tra que’ filosofi che precipuamente adopravansi all’incremento del sapere italiano. Tra le amene sue distrazioni vanno ricordate le Vite che scrisse del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio, del Tassoni, del march. Orsi, del P. Segneri juniore. Era tale e tanta la fecondità del suo ingegno, che due opere ad un tratto stava per ordinario scrivendo, e non solo di erudizione o di critica, ma attenenti eziandio alla teologia, all’ascetica, alla filosofia, alla politica, e sin alla medicina, come il comprovano il suo Trattato del Governo della peste[1], e la sua Dissertazione De potu vini calidi; e tutto questo faceva senza mancar mai un istante all’adempimento più scrupoloso de’ doveri del religioso suo stato. Egli era Proposto della Pomposa in Modena con cura di anime, e con zelo vivo e indefesso vi attendeva esemplarmente, rendendosi sino benemerito della umanità colla filantropica instituzione di una così detta Compagnia della Carità. Quanto fosse vivamente compreso di vero spirito di religione può conoscersi dall’unico suo Trattato della Carità Cristiana, che intitolò all’imp. Carlo VI, il quale lo regalò di ricca collana d’oro; e quanto fosse maestro profondo in divinità scorgesi dalla sua opera De ingeniorum moderatione in religionis negotio, opera che non soltanto in Italia, ma in Germania ed in Francia ebbe assai credito. Ma libri tanto frequenti e di genere sì disparato non poterono talvolta non promovere opposizioni, dibattimenti, censure; il Muratori poi niente inquieto di quelle che ad argomenti scientifici si riferivano, con rigido occhio mirava soltanto le teologiche e le ecclesiastiche.

Era già il Muratori alla sessagenaria età pervenuto; nè potendo più reggere alle parrocchiali fatiche per la indebolita salute, rinunziò alla propositura della Pomposa, attendendo soltanto con perseveranza a comporre e pubblicare opere sempre nuove. Deonsi a quest’epoca i suoi Compendj in lingua italiana delle Dissertazioni delle Antichità d’Italia del medio evo; la seconda parte delle Antichità Estensi; il Nuovo Tesoro delle iscrizioni, ed i libri di brieve mole, ma non men rilevanti, della Morale Filosofia; delle Forze dell’intendimento umano; della Forza della fantasia; dei Difetti della Giurisprudenza, e quelli risguardanti antichità profane, come la Dissertazione de’ Servi e Liberti; quella de’ Fanciulli alimentarj di Trajano, e quella dell’Obelisco di Campo Marzo. All’erudizione sacra ed a materie ecclesiastiche spettano i volumi che scrisse contro l’inglese Burnet; le Missioni del Paraguay; l’Antica Liturgia romana, e sopra tutto il classico Trattato della Regolata divozione[2], con cui volendo estirpare certe pratiche superstiziose volgarmente in corso, erasi proposto di assuefar meglio i fedeli al culto interiore. Il cardinale Gerdil chiama aureo il suo Trattato della Pubblica Felicità, e dice essere la voce del cigno, perchè lo scrisse un anno prima della sua morte. Anche i celebratissimi Annali d’Italia sono un frutto di sua vecchiaja, e di essi ne diede un ponderato giudizio il valente ultimo biografo del Muratori il ch. Francesco Reina.

Egli già già toccava l’anno settantesimosettimo della sua vita quando dopo avere languito per lunga malattia, ed essere sin rimaso privo della luce degli occhi, per colpo di paralisia passò da questa a più gloriosa e durevole vita il dì 23 gennaio 1750.

PREFAZIONE E DEDICAZIONE AGL’ILLUSTRISSIMI SIGNORI CONSERVATORI DELLA CITTÀ E SANITÀ DI MODENA.

Grande apprensione e paura, o illustrissimi signori Conservatori della città e sanità di Modena, se vogliam confessarla schietta, ci han recato nel prossimo passato anno 1713 i romori di peste. Inoltratasi ella dall’Ungheria nell’Austria, e quindi in Praga, in Ratisbona e in altri paesi, e nello stesso tempo svegliatasene un’altra, ch’io suppongo diversa, in Amburgo, aveva un tal malore col miserabile scempio di que’ popoli spinto il terrore anche in tutti i vicini. Già i men coraggiosi quasi la miravano passeggiar per le contrade d’Italia e andavano divisando le maniere di scamparne; anzi non lasciavano i più saggi di dubitarne anch’essi sul riflesso di varie circostanze che si adunavano a rendere fondato il dubbio, e non irragionevole il sospetto.

Imperocchè gran tempo è corso che l’Italia non ha provato questa, che alcuni chiamano guerra divina; ed essendosi dall’una parte osservato nel corso di tanti secoli addietro, che dopo il periodo ora di molti, ed ora di pochi anni, ma non già quasi mai aspettando un secolo, suol tornare la peste a visitar i popoli; e dall’altra parte, costando che dal 1630 e 1631 fino all’anno 1713 ne avea goduto la Lombardia una totale esenzione, poteva probabilmente temersi che tal disavventura omai venisse spedita anche a noi dall’adorabil Provvidenza di Dio, e massimamente considerando le colpe nostre, degne di questo e di peggio. Aggiungevasi aver noi in pochi anni provato tanti mali, ora di guerre, ora di carestie, ora di freddi acerbissimi con seccamenti di viti e d’altri alberi, ed ora di spaventose inondazioni che in altri tempi si sarebbe facilmente creduto vicino il giudizio finale. Quando si cominciano ad infilare l’un dietro l’altro i malanni, sembra che non ne finisca il corso e la catena sì tosto, e che anzi il compimento di tutti gli altri soglia essere il terribile del contagio.

Parimente dava e poteva dar moto ai timori d’alcuno la fierissima e compassionevole mortalità de’ buoi, che, non ancor ben estinta da tre anni in qua, è andata e va desolando la misera Lombardia con tanti altri paesi, fino a temere alcune città ne’ lor territorj il totale eccidio di bestie sì necessarie all’uomo. Non è già che a simili epidemie tenga sempre dietro quella degli uomini; imperocchè d’una peste de’ buoi accaduta nel 1514 fa menzione il Fracastoro nel suo Trattato del Contagio; e pure ella non venne seguitata dalla strage del genere umano. D’un’altra preceduta dalla sterilità delle viti lasciò memoria il Poeta Sassone all’anno 809 con tali parole:

. . . . . . . . . . . . Sævior omni

Hoste nefanda. Lues pecudum genus omne peremit, ec.

Ma nè pure allora passò sopra gli uomini il micidiale influsso. Così per attestato di Rolandino storico nell’anno 1238: Fuit hyems aspera et horribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita, mortuæ sunt vinæ, olivæ, ficus et aliæ multæ arbores fructiferæ (altrettanto noi provammo nel principio del 1709). Et post illam pestem eodem anno pestis sequuta est avium, et præcipue gallinarum, boum et multarum utilium bestiarum. Ma non si legge accaduto lo stesso agli uomini ne’ seguenti anni.