Contuttociò non mancavano giusti fondamenti al timore, mentre, per sentimento di celebri autori, l’infezione del genere umano non rade volte è stata preceduta da quella dei bruti; ed eccone gli esempi. Infin l’antichissimo Omero, narrando nel lib. I dell’Iliade la peste (vera o finta, non importa) che fu scagliata dall’arco d’Apollo, cioè dal soverchio calore del sole, nell’esercito de’ Greci, scrisse che prima ella fece strage delle bestie, e poscia penetrò negli uomini:
Assalì prima e muli e cani, e quindi
Scagliò le sue mortifere saette
Contra gli uomini stessi.
Livio nel lib. 41 delle sue Storie fa menzione d’un’altra con queste parole: Delectus consulibus eo difficilior erat, quod pestilentia, quæ priore anno in boves ingruerat, eo verterat in hominum morbos, ec. Così Ovidio, descrivendo una peste nel lib. VII delle Metamorfosi, la dice prima toccata anche ai buoi:
Strage canum primo, volucrumque, aviumque, boumque,
Inque feris, subiti deprehensa potentia morbi est, ec.
Pervenit ad miseros, damno graviore, colonos
Pestis, et in magnæ dominatur mœnibus urbis.
Ammiano Marcellino nella sua Storia attribuisce a’ vapori corrotti che escono dalla terra le pestilenze, inferendone perciò prima la morte de’ bestiami che pascono l’erba, e poi quella degli uomini. Affirmant alii, dice egli, terrarum halitu densiore crassatum aera, emittendis corporum spiraminibus resistentem, necare nonnullos. Qua caussa, animalia præter homines cetera, jugiter prona, Homero auctore, et experimentis deinceps multis, quum tales incessunt labes, ante novimus interire. Così Claudiano nel lib. I contra Ruffino: