Ac velut infecto morbus crudescere cœlo
Incipiens, primo pecudum depascitur artus,
Mox populos, urbesque rapit.
E l’antico medico Paolo da Egina nel lib. II, cap. 36, lasciò scritto che la morte degli animali reca una gagliarda coniettura di una futura pestilenza anche degli uomini.
Andarono unite nell’anno 820 molte disgrazie mentovate negli Annali Fuldensi, perciocchè hominum et boum pestilentia longe lateque ita grassata est, ut vix ulla pars regni Francorum ab hac peste immunis posset inveniri. Fruges quoque vel colligi non poterant, vel collectæ putruerunt; vinum etiam propter caloris inopiam acerbum et insuave fiebat. Così per attestato di Matteo Paris nella Storia Anglicana all’anno 1103: Pestifera mortalitas animalium maxima quoque hominum hoc tempore fuit. Aggiungasi Ermanno Contratto, il quale nella sua Cronaca scrive che dell’anno 1044: Maxima pestis pecudum et hyems satis dura et nivosa magnam vinearum partem frigore perdidit, et frugum sterilitas famem non modicam effecit. Poscia all’anno 1046 aggiunge, che magna mortalitas multos passim extinxit. Anche nelle Memorie stampate dalla città di Ferrara per la preservazion dalla peste del 1630, si legge che nel marzo di quell’anno fu replicata la proibizione di mangiar carni di bestie morte da sè, perchè in quelle parti si cominciava a sentir la mortalità nelle bestie bovine, non cagionata, come pensavano alcuni, dall’inondazione di tre anni avanti del Po nella Diamantina, ma sì bene da contagio speziale comunicato dalle bestie bovine del Mantovano, rifuggite nel Ferrarese, come si conobbe evidentemente. Ma io non so dire se questo contagio precedesse quello degli uomini. Dirò bensì che il cardinal Gastaldi nel suo Trattato della Peste accenna anch’egli qualche mortalità d’animali e nominatamente de’ buoi, la qual precedette la pestilenza del 1656. Che più? S. Ambrosio nel lib. de Noe et Arca, cap. 10, così scrive: Si quando est pestilentia corrupto cœli tractu, prius ea quæ sunt irrationabilia lues dira contaminat, et maxime canes, equos, boves; atque ea inficit, quæ cum hominibus conversari videntur. Sic morbi vis etiam genus humanum implicat. E nella sposizione sopra S. Luca nel lib. X: Quæ omnium fames, lues pariter boum, atque hominum, ceterique pecoris, ut etiam qui bellum non pertulimus, debellatis tamen nos pares fecerit pestilentia? E però il Quercetano ed altri, in ragionando della peste riposero tra i segni che minacciano il contagio agli uomini il precedente dei buoi, avendolo probabilmente imparato anch’eglino dalla sperienza. Alcuni sono d’avviso che gli aliti pestilenziali de’ buoi o de’ lor cadaveri infetti, sieno finalmente cagione che anche gli uomini contraggano il morbo. Verisimilmente ciò non sussiste, veggendo noi e sapendo da tanti altri esempi che la peste d’una spezie d’animali d’ordinario non passa nell’altre. Ma senza questo, perchè potevasi dubitare che da alcuni anni in qua fosse corrotta in qualche maniera l’aria o pure il sugo stesso della terra, mentre non solamente si mirava il suddetto luttuosissimo morbo de’ bestiami, ma di più una fiera ed insolita copia di vermi, che rodevano i grani in erba, e qualche, per dir così, inclinazione del terreno alla sterilità o a produrre assai loglio con tante altre immondezze, e a non istagionar più i frutti che sì facilmente poi marcivano (colpa forse tutta delle stagioni sconcertate); certo non pareva sprezzabil coniettura che di qui ancora potesse venir danno agli alimenti e agli uomini de’ corpi umani, ed essersi potuto formare o disporre qualche fomite anche per la loro pestilenza. Maggiore ancora poteva temersi questo pregiudizio, mancati quegli animali che guadagnano il pane all’uomo, e il cibano colle lor carni e coi lor latticinj, riconoscendosi che una tal disavventura poteva tirar seco delle peggiori conseguenze.
Quel nondimeno che, prescindendo anche dalla considerazione de’ nostri peccati e delle circostanze accennate, solo bastava a porgere giustissimo fondamento di timore agl’italiani, si era il vivo e strepitoso contagio della Germania ch’io di sopra accennai. Non s’intenderebbe punto di peste chi non sapesse qual gran facilità ella s’abbia d’innoltrarsi e di far conquiste nuove qualora non le sia posto argine. Per tacere di tanti altri tempi, l’anno 1630, in cui avvenne l’ultimo contagio della Lombardia, ben trovò maniera il veleno pestilenziale di penetrar per l’Alpi e d’infettar poi e di desolare assaissime città d’Italia. Molto più poi ragion di temere c’era in questi tempi, durando la scarsezza de’ viveri e la guerra, e tanti altri sconcerti del mondo che la sperienza ha fatto conoscere, non dirò solo per forieri, ma per mirabili disseminatori e veicoli de’ contagi. Quindi pertanto nell’anno prossimo passato si credette obbligata a tante diligenze e a tanti rigori, la prudenza di molti principi d’Italia e massimamente della sereniss. Repubblica di Venezia, sempre acuta in prevedere e sempre attenta a provvedere, per quanto possono le forze umane, acciocchè non passino nel suo dominio mali stranieri. Quindi medesimamente venne il gravoso interrompimento di commercio fra tante città con tanti stabilimenti di guardie, di cancelli, di fedi, cose tutte che andavano dicendo che si temeva e si doveva temere.
Ma finalmente in Vienna, in Praga, in Ratisbona e in altre città e contrade della Germania è terminata col benefizio del freddo la terribile e minacciosa influenza, di maniera che sembra estinta col male anche ogni ragione di non paventarlo più per ora in Italia. Già è restituito il sospirato commercio fra le città della Lombardia; ed essendo spuntata in questi tempi anche la pace a consolare i popoli cattolici, moltiplicate ragioni abbiam tutti di dar lode e di render grazie immortali all’onnipotente Dio che ci vuol far sentire in varie guise gli effetti della sua misericordia. Ora in tal congiuntura due cose abbiam potuto imparare, meritevoli di somma attenzione. L’una è che il temere ed anche l’eccedere in timore, ove nascano sospetti di contagio, suol conferire assaissimo a preservarsi dal contagio medesimo. Imperciocchè allora si moltiplicano i ripari e si mettono in opera que’ ripieghi sì spirituali come temporali che la religione e l’umana prudenza suggeriscono per fermare il corso a un sì poderoso nemico. Certo che non alle diligenze degli uomini, ma alla provvidenza benefica di Dio si dee attribuire il gran benefizio di conservarsi immune dalle pestilenze e da altri flagelli. Contuttociò, essendo anche certo, piacere a Dio che le creature ragionevoli operino dal canto loro ciò che si conviene alla natural preservazione, valendosi egli dell’operar nostro per effettuare i suoi incomprensibili disegni; perciò utile e necessaria cosa è, e sempre sarà, il non perdonare in casi tali a precauzione e industria alcuna, di cui sia capace l’intendimento del saggio. A certe persone di mezzana comprensione pare un augurio di peste il solo udir parlare di peste, e ad altri poi compariscono facilmente eccessivi i timori e i rigori che nei sospetti delle pestilenze si usano da alcuni principi ne’ loro stati. Ma in fine ci vuol poco a capire che il ragionarne, il paventare e il provvedere, per quanto mai si può, in pericoli sì fatti e per precauzione dell’avvenire, non è quello che metta l’ali alla pestilenza e la faccia calare dai paesi stranieri o confinanti. Certo altresì ha da essere, che il non aver paura, o l’occultarla, questo sarebbe uno spedirle solenne ambasciata, invitandola a venirci a visitare il più presto che ella può. E perciò ogni ragion consiglia l’imitare in altre simili congiunture più tosto i rigori, benchè forse superflui ed anche molto dispendiosi, ultimamente praticati da parecchie città della Germania e dell’Italia, che l’uso di altri popoli men paurosi o meno guardinghi. Sarà, anche molto più da desiderare che occorrendo tali sconcerti, a niuna delle città d’Italia venga impedito dalla positura de’ suoi siti ed affari il camminar concorde con le altre, a fine di tener lungi con egual diligenza un malore che minaccia tutti, ma che però suol portare rispetto a chi rigorosamente si oppone ai suoi passi.
L’altra verità che abbiamo imparato in questa occasione, si è, che accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran confusione ed imbroglio non solamente le private persone, ma gli stessi pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sè stessi e gli altri, ma senza per lo più poter rinvenire chi abbastanza gl’illumini. Non mancano libri, è vero, che hanno trattato questo argomento; ma i più del popolo ne patiscono inopia, e moltissimi nè pure un solo possono mostrarne, siccome opere che non si leggono mai volentieri, e che, finito il bisogno, si lasciano alla polvere o a’ pescivendoli, cercandosi poi esse indarno ove ritorni a fischiare questo pesante flagello. Che se non mancano libri tali ad alcuni studiosi, tuttavia suol avvenire che in man loro non si trovino anche tutti i migliori, che pure più degli altri sono da consultare in simili e in altre occasioni. Ora pensando io a questa non lieve necessità de’ privati e del pubblico, fattaci pur troppo avvertire dal grave pericolo che ultimamente ci sovrastava, mi applicai fin l’autunno prossimo passato a leggere quanti antichi e moderni potei ritrovare che maneggiassero questa materia; e col notare ciò che mi compariva più utile a sapersi, venni stendendo il presente Trattato del governo della peste, con isperanza che il mio studio privato potesse tornare in qualche benefizio e comodo ancora del pubblico, e spezialmente della patria mia, sì per preservarsi, e sì per sapersi regolare in casi di tanta sciagura. E l’intenzione mia è stata di fare un trattato popolare, cioè utile e intelligibile ai più del popolo, avendo io perciò fuggito le quistioni spinose e scolastiche e insino i termini astrusi, con cui alcuni professori della medicina cercano di farsi credito con poca spesa presso i meno intendenti. Per altro col fiero influsso che è passato, parrà, il so, passato ancora il bisogno; ma non è così, perciocchè i posteri nostri, anzi la nostra medesima età, avran sempre da temere di provare un dì quello che è piaciuto alla divina Clemenza di non far sentire ai presenti giorni. Non convien aspettare che sia giunto il nemico per istudiar poi allora la maniera del difendersi; ma s’hanno da aver sempre l’armi preparate e pronte. Gli altri, finita la peste, sono stati soliti a scrivere e pubblicar libri intorno la stessa; ed io altresì suggerirò quel che può essere più a proposito, affinchè essa mai non cominci, o pure acciocchè s’abbia con facilità il migliore regolamento, qualora ne tornasse mai più il bisogno. Così in Firenze si va oggidì ristampando la Relazion del Contagio del 1630 fatta dal Rondinelli, perchè ultimamente è stato avvertito ch’esse era divenuta stranamente rara, e vuolsi perciò provveder meglio all’avvenire. Così la peste che nel 1679 fece le sue prodezze in Vienna, in Sassonia e in altre parti, con grande apprensione anche allora dei popoli italiani, diede motivo al saggio maestrato della sanità di Ferrara di pubblicare nel 1680, per prudente precauzione de’ tempi venturi, un’opera molto utile, ove son registrate le regole da osservarsi ne’ sospetti di contagio. Altrettanto dunque ho risoluto anch’io di fare, o illustrissimi signori, acciocchè voi e il popolo nostro abbiate e un attestato dell’ossequio mio, e quel soccorso di più, quando mai accadessero que’ miseri tempi, ch’io desidero lontani sempre dagli stati di ciascuno e massimamente da quei della sereniss. Casa d’Este e della patria nostra. Ho pertanto divisa la materia del governo della peste in tre parti, cioè in politica, medica ed ecclesiastica, immaginandomi che maggiore con ciò possa anche riuscire il benefizio. Imperocchè gran copia di libri può ben qui mostrarci l’arte medica per quello che a lei s’aspetta; ma scarsissimo ne è il governo politico e l’ecclesiastico. Oltre a ciò, non solendo trovarsi uniti insieme tutti e tre i suddetti governi, sembra a me d’avere a moltissimi risparmiata la fatica di pescare qua e là ciò che per lor servigio si troverà qui raccolto in un solo trattato. Chi più degli altri avrà maneggiato e letto libri intorno a quest’argomento, quegli sarà più atto a comprendere l’utilità e il comodo che può venire al pubblico e al privato dall’operetta, qualunque sia, che io ora vi presento.
In questa impresa dunque mi son io regolato sulle notizie ed osservazioni degli antecedenti scrittori, con ponderare, scegliere, disporre ed aggiugnere, secondochè è paruto meglio al mio corto intendimento e giudizio. Che se talun chiedesse, come io, che medico non sono di professione e nè pure mi son trovato giammai a quel terribile incendio, abbia preso un tale assunto con fidanza di potervi competentemente soddisfare, risponderò, che se non ne posso io parlar di vista, ho ben potuto io parlarne con tanti morti che furono spettatori delle pestilenze, e che ce le hanno lasciate in tanti libri descritte. E se non son io medico, studiarono ben medicina per me e la praticarono in tempi di contagio quegli scrittori ch’io citerò, di maniera che non l’autorità mia, ma quella dei professori di quest’arte potrà dar credito al mio Trattato, il quale in oltre non uscirà alla luce senza l’approvazione de’ migliori filosofi e medici che si abbia la nostra città. Per altro confesso anch’io che la parte medica potrebbe promettersi maggiori chiarezze e più lustro e più ordine nella divisione dei medicamenti, ove la trattassero medici insigni tra i moderni. E spezialmente si avrebbe a sperare questo vantaggio dalla mano di que’ valentuomini che oggidì illustrano cotanto con le loro opere, stampate ugualmente, le lettere e il dominio della serenissima Casa d’Este, cioè i signori Bernardino Ramazzini, gloria di Carpi, e Antonio Vallisnieri, decoro di Reggio, che nella famosa Università di Padova empiono le prime due cattedre della medicina; e il signor Francesco Torti, splendore di Modena, medico del mio padron serenissimo, e pubblico lettore anch’esso nella patria; e il signor Antonio Pacchioni reggiano, che in Roma fa risplendere il suo sapere in pro della medicina; siccome ancora molto potrebbe sperarsi dal signor Dionisio Andrea Sancassani da Sassuolo, medico primario di Comacchio, dalle cui fatiche riconosce molte utilità la cirugia. Mi sia lecito nondimeno di dire che quantunque ingegni grandi si applicassero a trattar questa materia, pure non sarebbe subito da sperare che molti d’essi potessero produrre rimedj migliori e più efficaci di quelli che anch’io ho saputo e potuto raccogliere. Più tosto potrebbe accadere che alcuni d’essi, senza curarsi di edificar meglio, distruggessero ancora quel poco ch’io colla scorta de’ più accreditati autori ho qui esposto, giacchè questo è il costume d’oggidì, nè par difficile il mettere nella medicina quasi ogni cosa in dubbio per farla conoscere non men lei un’arte fallace e debolissima che i suoi medicamenti dubbiosi e talvolta ancora nocivi, siccome fecero già il Carrara, l’Agosti ed altri, ed hanno tentato ai dì nostri di mostrar nelle opere loro il defunto Lionardo da Capova, e il vivente signor Anton Francesco Bertini, medici rinomati, l’ultimo nondimeno dei quali l’ha del pari difesa. E assai più sarebbe questo facile, trattandosi di quel fierissimo morbo desolatore, in cui confessano tutti i medici savj che l’arte loro va più che altrove a tentone, nè ha sistema sicuro, nè medicamenti da fidarsene molto.
Ma comunque sia, penso io che troppo importi il non atterrire, nè far disperare il popolo in tali congiunture con biasimargli e screditargli tutto. E però avendo io composto il presente libro, non per desiderio di gloria, ma per brama unicamente di giovare in ciò, per quanto io posso, alla patria mia, e a chiunque non avrebbe altri migliori aiuti, per regolarsi, almeno con qualche prudenza, nei pericoli e nei tempi di tanta calamità, io mi auguro ch’essa riesca veramente utile; ma di gran lunga più auguro a tutti che non se n’abbiano mai a valere, se non per un mero divertimento della loro curiosità. Che se pure avesse un giorno da arrivare ciò che nessuno di noi desidera di vedere, probabilmente non si pentirà alcuno d’aver prima in questo mio libro imparato alquanto a premunirsi col conoscere la faccia di questo terribil nemico, e i disordini e gli strani suoi effetti. Pur troppo ne abbiam mirato anche un picciolo abbozzo, ma però esempio vivo, nella funestissima mortalità della spezie bovina, penetrata nel prossimo passato settembre anche in varj siti del ducato di Modena, Reggio, ecc. Da questo flagello si è già potuto apprendere non poco qual cura più esatta si dovesse avere in pericoli di contagio degli uomini, per non restar delusi dalle guardie che si dicon fatte, ma certo non bene; e per vietare a tempo i mercati e le fiere nostre e l’adito alle straniere, benchè non apparisca entrato colà peranche il malore, e con quai rigori e ripieghi si possa precedere per disputare a passo a passo il terreno a questo male, facendo su i principj e finchè la sciagura è fuori di casa, grandi strepiti, intimazioni rigorose, visite frequenti ed improvvise, e quanto mai si può far concepire, se pure è possibile, ai contadini e alle guardie, il pericolo che loro non pare mai imminente, e il gravissimo danno di chi è colpito da simili disavventure, il che non s’intende mai bene se non dappoichè non c’è più tempo di rimedio.