Pensano alcuni che questa crudel pestilenza dei buoi non solamente si comunichi pel contatto delle bestie, o degli uomini che abbiano conversato con bestie infette, ma ancora spontaneamente salti fuori in alcune stalle, lontane talora più miglia dal paese infetto e custodite con rigorose diligente. Lo stesso vien sovente e sospettato e creduto anche nelle pestilenze degli uomini. Non voglio io mettermi qui a negare assolutamente questa partita; ma dico bene che non è se non difficilmente da credere, avendo noi veduto illese tante stalle, nelle cui bestie sarebbe stato pronto e tosto si sarebbe acceso il fomite del male, se queste avessero comunicato con altre infette. Per ogni buon fine saggiamente si fa e si farà sempre in ogni peste, ad operare, come se il morbo non si pigliasse mai se non per via di contagio. Bisogna figurarsi che ancorchè non si sappia trovare, pure ci sarà stata qualche persona o roba che avrà portato il veleno in quella casa. I cani, le guardie, i medici stessi possono disavvedutamente portarlo con seco; e dall’accuratissimo nostro signor Vallisnieri nel T. X dei Giornali d’Italia è stato anche avvertito che fra le molte maniere di propagarsi la peste de’ buoi c’è stata quella di condurli senza precauzione alcuna a farli benedire con altri, o pure il permettere che taluno andasse a benedire indifferentemente tutte le stalle. Quello che più d’ogni altra cosa affligge e spaventa, si è il verificarsi in questa mortalità de’ buoi ciò che già Virgilio nel fine del lib. III della Georgica, ed altri osservarono in simili pestilenze d’animali, e vien confermato nel suddetto tomo X de’ Giornali dell’anno 1712 dall’autorità di varj valentuomini, cioè che nessun rimedio può dirsi fondatamente che vaglia; e se bene alcuni paiono talvolta giovevoli (essendo guarita ancora in queste parti una porzione d’essi buoi infetti), pure non servono poi a tanti altri; anzi voglia Dio che talora alcun d’essi non affretti loro la morte, e non faccia perire chi senza rimedi sarebbe risanato. Pur troppo avvien lo stesso anche nelle pestilenze degli uomini. Perciò egli è cosa da savio il non fissarsi mai tanto in alcune massime, precauzioni e rimedj, che sopravvenendo lumi migliori, non si voglia più, nè si sappia mutar registro. E più lumi per l’ordinario avrà una persona giudiziosa sul fatto che un intero magistrato in lontananza. Ma veniamo finalmente a trattare l’argomento nostro nel nome di quell’onnipotente Signore, la cui giustizia dobbiam tutti temere, la cui misericordia dobbiam tutti implorare, tanto nelle prosperità, quanto nelle tribolazioni.

Modena, 15 giugno 1714.


DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE LIBRO PRIMO.

CAPO I.

Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie.

La peste, uno de’ più terribili mali che possano affliggere il genere umano, benchè non sia propriamente lo stesso che il contagio, pure suol avere fra noi il nome di contagio, perchè col toccare i corpi, o l’aria degli appestati, o le merci, o robe loro, se ne infettano i sani, con più forza e strage che non accade in altri morbi epidemici e attaccaticci; dilatandosi la peste sino a spopolar le città, le campagne e le province d’abitatori. Consiste la pestilenza in certi spiriti velenosi e maligni, che, corrompendo il sangue o in altra maniera offendendo gli umori, levano di vita le persone, spesso in pochi, e talora in molti giorni, o pur all’improvviso. Quella che nasce dalla totale infezion dell’aria, mai, o quasi mai non suol accadere, benchè per accidente succeda che l’aria ambiente gli appestati s’infetti anch’essa, e tanto più cresca tal infezione, quanto più copioso e vicino è il numero di quegl’infermi. All’incontro bensì frequentemente accade quella che è infezion di corpi contagiosa, cioè, che s’attacca agli altri col contatto e che riesce maggiormente pericolosa nelle città molto popolate e ristrette, e dove non soffiano venti che purgano l’aria.

Non è affatto improbabile che a differenza di altre epidemie, le quali si generano e saltano fuori spontaneamente nei luoghi per cagion dei cattivi alimenti, o degli aliti paludosi, o dei venti nocivi, o d’altri simili seminarj di morbi, la peste sia un’epidemia stabile che vada mantenendosi in giro pel mondo, e passando d’uno in altro paese, e tornandovi dopo molti o pochi anni, secondo che la negligenza degli uomini, la disposizion de’ corpi o altre circostanze le aprono la porta, quantunque sia certo che la peste d’un tempo non sia simile in tutti i suoi sintomi ed effetti a quelle degli altri tempi. E per dir vero, la sperienza ha fatto veder troppo spesso che la peste non nasce da per sè stessa in tanti paesi, ma o vi ripullula talvolta da panni che ritengono il veleno della peste antecedente, o vi entra, portatavi da altri paesi (e questo è frequente) col mezzo di persone, o di merci, o di altre robe infette e senza che alle volte si penetri il come. Chi potesse raccogliere sicure annue notizie di tante e sì varie province dell’Asia, Affrica ed Europa, troverebbe che non c’è anno, in cui la peste non vada desolando qualche paese, e dopo la strage d’uno non passi nel vicino a sfogarsi colla stessa carnificina. Gli stati massimamente suggetti al Turco, sono, sto per dire, un perpetuo seminario dì peste, perchè quasi mai non se ne disparte ella, e particolarmente si fa sentire spesso in Costantinopoli e nel gran Cairo in Egitto, di modo che è pericoloso sempre ogni commercio con que’ paesi. E appunto le più recenti pesti dell’Italia e dell’Europa, o son passate per trascuraggine d’alcuni dall’Affrica nelle isole cristiane del Mediterraneo e poi entrate in terra ferma, o pure dall’oriente penetrando nell’Ungheria, Dalmazia, Polonia ed altri confini del Turco, hanno poi afflitto varie altre parti della nostra Europa. Non occorre far qui menzione di tante pestilenze che di secolo in secolo hanno più volte desolata la terra; ma non si vuol lasciar d’accennarne una delle più terribili che si sieno mai provate, descritta da varj storici e spezialmente dai Cortusi, dal Petrarca e da Matteo Villani. Si partì questa nell’anno 1346 dalla Cina che anche allora era conosciuta, e s’andò avanzando per le Indie Orientali sino alla Soria e Turchia, all’Egitto, alla Grecia, all’Affrica, ecc. Alcune navi di cristiani partite di levante nel 1347 la portarono in Sicilia, Pisa, Genova, ecc. Nel 1348 giunse ad infettar tutta l’Italia, salvo che Milano e certi paesi vicini all’Alpi che dividono l’Italia dalla Germania, ove fece poco nocumento. Nel medesimo anno passò le montagne stendendosi in Savoia, Provenza, Delfinato, Borgogna, Catalogna, Granata, Castiglia, ecc. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda e la Fiandra, a riserva del Brabante, ove poco offese. Nel 1350 oppresse l’Alemagna, l’Ungheria, la Danimarca ecc., continuando ad affligger poscia altri paesi; e quindi tornò indietro di nuovo in Francia e in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano, Avignone e Venezia con levar di vita lo stesso doge Delfino e molti cardinali. Passò dipoi un’altra volta a Firenze nel 1363 e vi morì il suddetto Villani. Ora ecco come l’un paese infetti l’altro. Così nel 1393, siccome scrive S. Giovanni da Capistrano nel suo Specchio della coscienza, da un infetto fu portata a Bologna la peste, e dalla Romagna passò ella in barca a Genova e Venezia, e un altro l’introdusse dipoi in Brescia, Verona, ecc. Tuttavia con questi ed altri infiniti esempj che si potrebbono recare, io tengo che la peste nasca talvolta da sè stessa, senza essere portata altronde, cagionata o dalla cattiva costituzione dell’aria, o dal fetore de’ cadaveri, o pure dai patimenti degli uomini per qualche fame o guerra, o da altri simili disordini, e nata poi l’infezione contagiosa, si attacchi ai vicini e si chiami contagio o peste, quando essa ha certi sintomi e fa grande strage de’ popoli.

L’ordinaria permanenza della peste in una città suol essere di nove in dodici mesi, dopo di che suol cedere. Ma in alcuni paesi ove si vive con bestiale sprezzo o troppa familiarità di questo morbo, e senza curarsi molto delle espurgazioni, e senza mettere in opera tanti altri rimedj che si usano nelle savie città, vi ha fatto soggiorno più anni, o pure vi è da lì a non molto ripullulata. Della suddetta peste del 1348, narra il Villani che essa non durava più di cinque mesi in ciascuna terra: i Cortusi dicono sei mesi. Nel 1630 la peste che saccheggiò cotanto l’Italia, entrò anche nella nostra città di Modena nel mese di Luglio, siccome appare dagli editti d’allora e cessò il dì 13 di novembre di quello stesso anno, benchè si continuasse a star senza commercio, e con tutti i riguardi sino al fine del gennaio dell’anno seguente 1631, sì per attendere all’espurgazione, come ancora per non praticare colla gente o sospetta o infetta del contado, essendo anche dopo il dì suddetto di novembre succeduto in città qualche caso di morte pestilenziale che fece proseguir le cautele. Nelle città grandi e popolate non è sì facile che la peste ceda presto, perchè il pascolo della morte è grande, e non bastano spesso tante diligenze e spurghi in campo sì vasto. Gli esempj son chiari di Venezia, Milano, Napoli, ecc. In questa ultima città si accese ella l’anno 1526, e continuò del 27, 28 e 29, come narra il Summonte. Tuttavia, ove si pratica esattezza singolare, la pertinacia del male resta vinta. In Roma entrò la peste l’anno 1656 sul principio di giugno; e verso la metà di marzo nell’anno seguente 1657, mercè del buon governo si cominciò ivi a goder buona salute. Ma succeduti dipoi nuovi casi, si replicarono le diligenze finchè il male cessò affatto sul fine del seguente luglio.

Più strage suol ordinariamente far la peste nei mesi caldi o negli autunnali che nei freddi; ma non lascia ella d’infierir talvolta anche più nel verno che nella state, forse perchè allora occorrono venti caldi, o perchè cominciata la peste nell’autunno o nella state, il suo maggior furore ed accrescimento viene a cadere nel verno. La peste del 1630 fu al sommo in Padova ne’ mesi di giugno e luglio, ma in Venezia la stessa fece strage maggiore nell’ottobre, novembre e dicembre, continuando poi quasi tutto l’anno seguente 1631 sempre diminuendo. Nella Gheldria la peste del 1636 esercitò le maggiori sue forze dal principio di maggio sino al fine d’ottobre. Gran varietà è in questo punto; ma, come dissi, la state d’ordinario mette in maggior rabbia questo perniciosissimo veleno, e il verno freddo o l’indebolisce o l’estingue.