Contuttociò non sembra nè pure improbabile che il veleno stesso della peste possa andare a poco a poco smarrendo il suo vigore dopo alcuni mesi di dimora entro d’una città, tanto che si lasci vincere o dalle naturali forze dei corpi umani, o da quelle de’ medicamenti che dianzi nel suo furore valevano poco o nulla. Anche il morbo gallico sul principio e per molti anni, era quasi immedicabile o certo faceva dei terribili danni. Va esso a poco a poco perdendo la sua rabbia, e si lascia medicare con facilità, benchè la calata in Lombardia di tanti eserciti dalla parte del Rodano ne abbia tornato ad inferocire alquanto gli spiriti dal 1701 fino ai dì nostri, siccome ho inteso dire ad eccellenti medici che l’hanno osservato. Non m’arrischierò già di dire che passando il veleno pestilenziale da tanti in tanti altri corpi si vengano a poco a poco a rintuzzare le particelle acute, fiammeggianti e maligne che il compongono; perciocchè so che se da quella città, in cui esso finisce, passerà ad un’altra fin’allora intatta, si vedrà ch’esso ivi sarà quel vigoroso tiranno di prima. Ma dirò bene che per un vento, il qual venga a soffiare in quella città, portando seco o nitro o zolfo o altri effluvj e vapori, correttivi dell’aria e contrarj al veleno pestilenziale che vien creduto da alcuni formato di particelle d’arsenico o napello o aconito, questo potrà infiacchirsi, e divenir tale che dia poi luogo ai medicamenti, o non sia ivi tanto attaccaticcio, o non conduca sì facilmente alla fossa. Ovvero potrebbe immaginarsi che tali venti e vapori, senza cangiar punto la qualità di questo veleno, cangiassero la costituzion dell’aria e de’ corpi umani di quella città, onde eglino da lì innanzi non sentissero sì presto, nè provassero così fiero questo crudelissimo morbo, rendendosi disposti a maggiormente resistergli. Così qualora accade che, contro il costume ordinario, infierisca più una peste in tempo di verno che di state, probabilmente ciò verrà de qualche pernicioso scirocco che ostinatamente allora soffj, e con alterare e mettere in moto il sangue e gli umori, faccia strada alle devastazioni del veleno pestilenziale. La tramontana molte volte ha snervata o fermata affatto la peste. Guai se da qualche cagione esterna, operante o nell’aria, o ne’ corpi, o pure contro le particelle del fermento contagioso, non venisse indebolito e finalmente estinto questo morbo: non si rimarrebbe esso mai di fare strage nelle città finchè vi fosse popolo. E pure si sa ch’esso dopo il periodo d’alcuni mesi per l’ordinario si estingue, e che talvolta un improvviso gran freddo l’abbatte affatto.

Comunque sia, Bernardino Cristini scrive che nel contagio di Roma del 1656 sul principio si adoperavano vari rimedi, ma indarno tutti. Sospetta egli che non giovassero agl’infermi del lazzeretto, perchè non erano ministrati al debito tempo dai serventi, impauriti dal pericolo della morte; ed aggiunge che non si può esprimere qual fosse il disordine dei cerusici; ma che nel progresso del male cominciò egli con altri medici a far di belle cure e a guarir non pochi appestati. All’incontro il cardinale Gastaldi nella descrizione di quella peste medesima, ove egli sostenne la prefettura dei lazzeretti, attesta essere stati di gran lunga più i guariti ne’ lazzeretti romani per benefizio della loro natura che i risanati dal sapere e dalle ricette dei medici. Quegl’infermi che aveano gagliardìa di spiriti vitali, espugnavano il contratto veleno per mezzo di ascessi o sudori, effetti tutti della loro benefica natura, benchè poi paressero ridonati alla vita dal possente aiuto delle medicine; ed appunto anche senza medicamenti guarirono molti dai buboni. Di più scrive egli essersi conosciuto alle prove che niuno seppe trovare un vero e specifico antidoto contro quella pestilenza; che i medicamenti giovevoli agli uni, riuscivano poi nocivi ad altri; e che meno degli altri medici conobbero o seppero medicare tal morbo quei che si credeano più barbassori nella professione medica; e in fine che tanti bei rimedi e consigli suggeriti dai libri de’ medici, o dalla loro viva voce, o mandati anche dagli stranieri a Roma in soccorso di quella misera congiuntura, più tosto portarono confusione che sollievo; e ancorchè per avventura avessero giovato in altre pesti, in quella si trovarono vani, e talvolta ancora dannosi.

Queste sono cattive nuove. Contuttociò non bisogna perdersi d’animo. Certo io per me sono abbastanza persuaso (e di questo sentimento sono anche tutti i medici, non ciarlatani nè ipocriti, ma galantuomini), cioè che la guarigione de’ mali venga per lo più dalla natura, vera medicatrice d’essi, qualora è alle sue forze permesso il fare le separazioni ed espulsioni de’ cattivi umori, nel che consistono le vere crisi. Ma credo ancora del pari che il dotto e giudizioso medico possa contribuir molto alla salute degl’infermi, prescrivendo opportunamente rimedj che aiutino i movimenti regolati della natura, e che in certo modo la correggano se talvolta ella sceglie le strade non convenienti, o pure se caccia fuori con disordine gli umori confusi e non peranche ben separati. Perciò siccome può essere che alcuni medici romani si facessero vento alla barba con troppa facilità nell’attribuire a sè la guarigione di tanti, così può darsi caso che anche il cardinale Gastaldi si dilungasse alquanto dal vero nell’ascrivere al solo benefizio della natura ciò che ancora fu benefizio d’alcuni medicamenti opportunamente dati e trovati buoni in quella occasione. Passiamo dunque avanti per consultare ancor qui la medicina, di cui in fine, non ostante tutta la sua incertezza e debolezza, si dee fare anche ne’ tempi di peste un gran capitale.

Ma prima d’accennare ciò che può essere utile, convien dire quello che può nuocere. Il Mercati, il Mercuriale, il Foresti, il Massaria, Zacuto Portoghese con altri insigni medici sostengono che si abbia da cavar sangue nel principio del male agli appestati, mettendo mano a vari raziocini e testi de’ medici antichi, e il Settala cita anche la sperienza sua. Certo non è improbabile che in qualche peste ciò sia stato di giovamento; io però inclino a credere che queste lodi del salasso sieno procedute dall’osservazione di soli pochi casi che non bastano a fissare una decisione legittima, o pure che s’esso giovò, fu per cagione de’ sintomi e non della peste medesima; e però quando non ne apparissero chiari da un’accurata inspezione i suoi buoni effetti, quanto a me senza fallo non mi lascerei allora cavar sangue; e quando la sperienza non gridasse in contrario, consiglierei anche a tutti gli altri il non lasciarsi aprire la vena in casi tali: sì se fanno conto della loro pelle. Un’altra folla d’eccellenti medici, fra’ quali il Fracastoro, il Cardano, il Fernelio, il Platero, il Salio, il Riverio, il Barbetta, il Doleo, il Sorbait, il Waldschmidio, e per tacer di tanti altri, il celebre nostro Falloppio, asseriscono che questo è un colpo mortale, recando non solamente ragioni e testi migliori, ma anche la sperienza, vera maestra in simili dispute. Il Falloppio scrive che nella lunga peste che dal 1524 durò in Italia sino al 1530, morirono tutti coloro a’ quali fu cavato sangue; e molti, che se ne guardarono, salvarono anche la vita. Anche il Pareo interrogò una gran moltitudine di medici e chirurghi trovatisi nella peste del 1565, che infestò quasi tutta la Francia, e n’ebbe per risposta che nessuno campò dopo il salasso, risanati all’incontro moltissimi coll’uso de’ soli alessifarmaci. Lo stesso fu osservato in altre pestilenze dall’Andernaco, da Arrigo Fiorentino, dal Dodoneo, Minderero, Hildano, Gesuero, Bauhino e da altri assaissimi rinomati fisici, che per brevità tralascio. E per parlare de’ contagi più recenti, abbiamo anche l’attenta osservazione del Diemerbrochio, il quale ci assicura che chiunque ferito dalla peste de’ suoi giorni era salassato, indubitatamente e presto moriva. Anzi osservò egli di più che gl’infermi d’altri mali, se si lasciavano aprir la vena, poco dopo venivano presi dalla peste; e che anche a moltissimi dei sani dopo il salasso incontrò la medesima disgrazia. Misera condizione degli uomini, diventando carnefici nostri quei che sono scelti per conservare la nostra vita. Abbiamo ancora dal Cristini che nella peste di Roma del 1656 fu perniciosissima la cavata del sangue, notizia confermata medesimamente dal cardinale Gastaldi con dire essersi avverata anche allora l’osservazione del Falloppio, il quale narra che un medico famoso de’ suoi tempi fece cavar sangue a mille appestati, e che appena due scamparono dalla morte. Aggiunge però il Gastaldi che fu meno dannoso il taglio della safena per alcuni pletorici e robusti. Finalmente anche nella nostra città, grassandovi la peste nel 1630, fu stampato un avvertimento in cui si faceva sapere come osservato in varie città che il cavar sangue e dar medicine da purgare il ventre, affrettava irremissibilmente la morte ai malati, e probabilmente uccideva alcuni che sarebbono guariti. Il punto è importantissimo, e però mi son qui diffuso. Tuttavia concepisco io molto bene che in alcune pesti la sperienza possa far conoscere utile la cavata del sangue, almeno per le complessioni pletoriche, e solo in principio, o pure quando il morbo cagionasse sintomi di pleuritidi o altre infiammazioni: al che i saggi medici porranno ben mente. Il moderno contraddittore d’Ippocrate, Michele Sinapio, scrive che a quanti della corte del principe di Radzvil, ambasciatore di Polonia a Vienna, fu aperta la vena nella peste dell’anno 1679 tutti guarirono, morti all’incontro quei d’essa famiglia che se ne astennero. Aggiungo di più insegnare il Sidenham che il salasso, purchè fatto con larga mano e replicato più volte, prima che escano fuori i buboni, giova assaissimo; e nuoce solo il cavarne poco, o pure l’aspettare a cavarlo dopo l’uscita dei tumori. Cita la sperienza sua e l’autorità di Leonardo Botallo. Così egli; la disgrazia però si è che lo stesso Sidenham in fine, vedendo, che questo suo metodo zoppicava forte, abbandonò i salassi, e si diede anch’egli ai sudoriferi, che trovò meno pericolosi e più utili. In una parola, ci vuol qui gran cautela trattandosi d’un rimedio che può essere anch’egli pestifero.

La medesima ragione ha poi fatto che anche il cavar sangue colle ventose e colle sanguisughe o colle scarificazioni, venga riprovato da qualche eccellente medico, tuttochè Galeno conti una storia d’una scarificazione ben fortunata in una gamba, da cui poscia han preso motivo altri di lodare un tal tentativo ne’ tempi di peste, con citare anch’essi dal canto loro qualche prova fortunata. Oltre a questi pericolosi rimedi chirurgici, è da avvertire il pericolo medesimo in un altro che è farmaceutico. Certo non meno de’ salassi ha fatto conoscere la sperienza che le medicine solutive del ventre in tempi di peste, e prima che la natura avesse sciolto il morbo degl’infermi, erano veleni, conducendo in breve alla morte con una diarrea che teneva lor dietro: il che si verificava eziandio nei corpi pieni di mali umori; essendosi all’incontro osservato che la stitichezza del ventre non noceva ad alcuno. Imperocchè non hanno le medicine purgative ingegno da scegliere e votare con distinzione gli umori, nè hanno forza di purgarci dagli umori cattivi, potendo anzi con gli scioglimenti e con le precipitazioni che cagionano corrompere i buoni, e dissipare ed infettare gli spiriti, i quali nella pestilenza, più che in qualsivoglia altro male, bisognerebbe che fossero puri e vigorosi. Perciò Ippocrate, Cornelio Celso, il Fernelio, il Saraceno, il Fracastoro, il Palmario, il Cardano, l’Acquapendente, il Barbetta, ed assaissimi altri de’ più rinomati medici, riprovano colla sperienza alla mano in tempo di peste i purganti; e nel secolo prossimo passato le infelici prove d’alcuni insegnarono troppo agli altri di astenersene, per non accrescere i mali della pestilenza. Anche il Marchino e il Grillot lasciarono memoria che nella peste di Firenze del 1630 e 1631, e in quella di Lione del 1628 furono perniciosissimi i purganti. Aggiungono che i salassati morirono quasi tutti: il che ci fa svanir fra le mani l’autorità del Rondinelli, da cui nella Descrizione della medesima Peste di Firenze fu notificato ai posteri essersi allora veduto per isperienza che nel principio del male, mentre l’ammalato aveva buone forze, quegli a chi si cavava sangue la maggior parte guarivano, se bene fosse apparito o il bubone o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e molto meno di quello che per l’ordinario si farebbe, ecc. In fatti lo stesso Rondinelli scrive altrove che fu proibito assolutamente il dar medicine, siccome il cavar sangue; poichè per esperienza si vedeva che tutti quelli che in casa loro o altrove l’avean fatto morivano; e in Firenze non ne campò niuno. È ben vero che quando la natura sfogava da per sè, o pel naso, o venivano alle donne le solite purghe, purchè non in quantità straordinaria, nell’uno e nell’altro caso era segno di salute. La conclusione pertanto si è non essere molto da fidarsi di chi ha cotanto esaltato i salassi e gli evacuanti, anche violenti, per chi è preso dal morbo pestilenziale, mentre nè pure i lenienti e nè pur le pillole di Rufo sogliono allora se non recar nocumento a chi è già infermo. Non sono tanto pericolosi allora i cristeri, o sia i lavativi; anzi per parere d’alcuni riescono utili. Ma perchè l’uso loro vien riprovato dalle ragioni d’altri, e, quel che è più, da sperienze in contrario, perciò converrà andar cauto a valersene. Così gli emetici, o vomitori, anche stibiati, de’ quali son tanto amici i chimici ed alcuni oltramontani ed empirici, per disgrazia talvolta di chi in loro s’incontra, benchè dal cardinale Gastaldi venga scritto che talora parevano giovevoli nella peste di Roma, dati nel principio del male, tuttavia per l’ordinario in tempi di peste si son fatti conoscere per aiutanti e sergenti della morte. Così attestano insigni autori. In somma egli è una gran felicità rincontrarsi in medici che rendano, se è possibile, agli infermi la vita; ma non è minore o è anche maggior felicità il trovar medici i quali sappiano non levar la vita ai miseri infermi, che pure tanto si fidano del loro aiuto. Passiamo ora a rimedi più accettati in tempo di peste, perchè conosciuti per giovevoli, o almeno per non nocivi.

CAPO V.

Sudoriferi uno de’ rimedi più commendati nella cura della peste. Varie ricette di questi.

Subito che si scorge l’uomo preso dal morbo contagioso, cerca di dargli soccorso la medicina con sudoriferi e con antidoti creduti opposti alla corruzione, procurando o di vincere in casa il fermento pestilenziale, o di ridurlo alla cute e di espellerlo fuori. Per conto dunque del far sudare, io non voglio tacere che il cardinale Gastaldi, ragionando della peste di Roma, dice che un tal rimedio talvolta fu utile e talvolta ancora nocivo; e che i sudoriferi si formavano di pietra bezoar sino a cinquanta grani, o pure di polvere viperina o di bacche di lauro, e di simili cose, con riguardo sempre ai vari temperamenti. Anche il Sidenham trova in questa operazione degl’incomodi, o perchè cagioni frenesie in chi difficilmente può sudare, o perchè impedisca il nascere o faccia tornare indietro i buboni, che potrebbono essere più legittimi ascessi del male. Nulladimeno la comune opinione si è che il promovere sulle prime il sudore ai feriti dalla peste, possa e soglia riuscir loro di sommo giovamento, purchè si faccia con prudente moderazione e con diversi riguardi alle forze, al sesso, all’età, al paese e alla stagione. Lo stesso Sydenham, come dicemmo, lasciati stare i salassi, si diede in fine tutto ai sudoriferi, coi quali confessa d’aver guariti moltissimi.

Un’infinità di sudoriferi ci viene suggerita dai medici: io trasceglierò quei massimamente che sono più facili a trovarsi o a comporsi, e che possono venire più prontamente alle mani della povera gente, rimettendo al discernimento de’ medici il prescrivere quei che meglio converranno, secondo la disposizione degl’infermi e del morbo. Vero è però che non è sempre in mano de’ medici il far sudare; e in oltre dubito io se certi generosi diaforetici meritino le lodi con cui sono esaltati, appunto perchè forse troppo generosi, credendo io che possano adoperarsi con profitto maggiore quei che senza far troppa violenza alla natura e agli umori sono buoni da promuovere benignamente il sudore. Per altro a tal crisi la natura suol inchinare al morbo pestilenziale. Appena dunque si scopre alcuno ferito dalla peste, che dovrà egli mettersi in letto, e preso uno dei seguenti diaforetici, a cui beverà dietro, un’ora dopo, un poco di brodo caldo, si coprirà bene affinchè si provochi il sudore; replicando poi varie volte lo stesso rimedio, e aiutando con qualche cibo o bevanda il corpo subito che si sentirà infiacchito dall’espansione degli spiriti ed umori.

Sudorifero I.