Il medesimo ogni mattina ancora si ungeva le tempie, le narici, la gola, il cuore e i polsi colla sopraddetta composizione liquida, aggiuntevi tre gocce d’essenza di rosmarino e tre altre d’olio di carabe: il qual uso fu seguitato da altri medici, nessun dei quali risentì nocumento dalla peste. E certo si noti che l’olio di carabe pel suo potente e confortativo odore è da stimare assaissimo per preservarsi. In Firenze nel contagio del 1630 fu esso molto usitato, ungendosene alcuni le narici ed altri portandone una spugnetta inzuppata entro la palla di ginepro bucata. Per altro hanno alcuni chimici ed empirici non poca inclinazione ad esaltar come mirabili tutti i lor medicamenti, che per lo più sono anche astrusi e difficili a prepararsi e trovarsi, allorchè il contagio fa il padrone delle città e impedisce troppo il commercio. Lascerò dunque stare molti di quei meravigliosi alessifarmaci, estratti, tinture, quintessenze e simili strepitosi e prolissi recipe d’Angelo Sala, dell’Untzero, del suddetto Cristini e di altri lor confratelli, sì per non eccedere di troppo, e sì perchè la sperienza ha fatto vedere alle occasioni essere bene spesso splendidissime le promesse di tal gente, ma poco felici gli effetti. E questo sia detto col rispetto sempre dovuto ai veri e non ai ciarlatani e non visionarj chimici, da’ quali riconosce la medicina molti utilissimi rimedj e dei gran vantaggi. Tali sono il Quercetano, lo Scrodero, lo Zvelfer, il Rolfiacio, l’Homberg, il Lemery, ecc., e tali reputo io i due nostri viventi cittadini, cioè il sig. Domenico Corradi, commessario generale dell’artiglieria e matematico del mio padron serenissimo, rinomato per altri suoi studj, e il sig. Giovangirolamo Zannichelli, che ultimamente ha pubblicato in Venezia un suo trattato De ferro ejusque nivis praeparatione. Molto più poi lascerò alla gente troppo facilmente credula il Fioravanti con tutti gli altri cerretani e segretisti, perchè quantunque ne’ libri loro probabilmente v’abbia de’ rimedj anche eccellenti, pure il miscuglio di molti altri inutili e falsi fa che non si può fidar nè pure dei veri, senza vederne prima le prove. Anzi qualora io lodo, o dico essere lodati da altri alcuni rimedj, non intendo io mai di fare la sicurtà che se ne abbiano a veder dei miracoli.

Darò fine alla parte preservativa coll’accennare ancora il metodo tenuto dal Diemerbrochio (insigne autore, come dissi, d’uno de’ più utili e più celebri trattati della peste che si abbiano) per guardarsi dal contagio dell’anno 1635 e dei due seguenti che afflisse tutta la Fiandra e gran parte della Germania. Si maravigliava la gente com’egli visitasse tanti infermi e case d’infetti, intrepido sempre ed illeso. Ecco la sua forma di vivere. Non avea punto paura del male, nè permetteva che collera, terrore o tristezza d’animo alloggiasse con esso lui. Venendo la malinconia, facile a lasciarsi vedere, mentre in tutta Nimega non v’era casa esente da peste, egli ordinava a tre o quattro bicchieri di vino che la cacciassero tosto di casa. Non potendo dormire assai la notte per le troppe faccende del giorno, dopo il pranzo prendeva sonno d’un’ora. Medicava per carità anche i poveri. Il suo vitto era di cibi di buon sugo e di facil digestione, con fuggire gli opposti; e la bevanda vino mediocre, preso talvolta sino all’ilarità, non mai all’ubbriachezza. Una o due volte fra la settimana prima d’andare a letto prendeva una o due delle seguenti

Pillole antipestilenziali.

℞. Radici di petasitide, carlina, dittamo, angelica, elenio, ana mezz’oncia, gentiana dram. 1 e mezz., rabarbaro ottimo onc. 1 e mezz., agarico bianchissimo mezz. oncia, erbe di scordio, centaurea minore, ruta, ana mez. onc., cardo santo dram. 6, fiori di steccade dram. 1 e mez., semi di cedro d’aranci, di zedoaria, ana dram. 1. Di tutto si formi polvere grossa che per due o tre dì si maceri in due o tre libbre di vino bianco, poi si faccia cuocere per un quarto d’ora e si coli con forte spremitura nel torchio e la colatura si coli di nuovo per carta sorbitrice. In questa colatura disciogli aloè ottimo onc. 3 e mez., mirra chiara in gocce dram. 3 e mez., e in una scudella si faccia svaporare l’umidità, finchè diventi massa da comporne pillole provate utilissime in tempo di peste.

La mattina per la nausea egli non poteva prendere medicamento alcuno prima d’andare alla visita degli ammalati, ma solamente masticava alcuni grani di cardamomo minore. Da lì però a due ore prendeva un poco di triaca o di diascordio o una scorza d’aranci condita, ovvero per lo più tre o quattro pezzetti di radici d’elenio condite. Da lì a poco mangiava un pezzo di pane con butirro e cacio verde pecorino, bevendovi appresso birra e talvolta un bicchier di vino medicato con assenzio o sia medichetto. Due ore prima del mezzodì, se gli era permesso, fumava una pipa di tabacco; dopo il pranzo ne fumava due o tre altre, e dopo cena altrettante. Talvolta in qualche ora del dopo pranzo ne prendeva ancora qualche altra pipata. Se punto punto si sentiva alterato dal fetore delle case o persone appestate, subito, lasciato stare ogni altro anche necessario affare, qualunque ora del giorno fosse, fumava due o tre pipe di tabacco, avendo egli sempre creduto e coll’esperienza provato per un primario preservativo nella peste il tabacco in fumo. Teneva egli che non fosse mai stato inventato migliore preservativo contra la peste, purchè fosse tabacco d’ottima qualità e colle foglie ben mature ridotto in corda, e purchè fumato, appena che si sentisse qualche vertigine, nausea o ansietà di cuore, che possono facilmente assalire chi pratica tra i fetori degli appestati, con passar poco dopo in vera infezione. Contento egli del tabacco solo, non si valeva d’altri suffumigi ed odori, avendone consumato non poca quantità, durante essa peste, la qual poi finita finì anch’egli di fumar tabacco, affinchè l’uso lodevole non passasse in un abuso detestabile, come si vede tuttodì avvenire a molti. Può essere che non pochi alla prova non ne sentissero tanto profitto; ma egli attesta che altri ancora il provarono utilissimo. Arrigo Sayer, medico valentissimo d’Oxford, per quello narra il Willis, medicava tuttodì francamente poveri e ricchi appestati, e maneggiava le ulcere loro senza danno alcuno e senza adoperare altro preservativo che una buona bevuta di vino generoso prima di uscir di casa. Chiamato poscia ad un castello dove la peste era più atroce, avendo avuto l’animo di dormire nel medesimo letto con un duca suo grande amico infetto della medesima, la contrasse anch’egli e vi lasciò la vita. Majuscola fu questa bestialità. Non mi fermerò a pregare i medici nostri di non imitarlo. E ciò basti intorno alla preservazion della peste per quanto si può sperare dalla medicina.

CAPO IV.

Rimedj curativi della peste. Nessuno specifico e sicuro finora trovato. Periodo delle pestilenze in una città, principio, mezzo e fine e lor diversi effetti. Medicamenti come trovati efficaci in una peste e non in altre. Salassi e medicine solutive, rimedj allora o pericolosi o nocivi.

Veniamo ora a trattar dei medicamenti e rimedj per curare chi è già infetto, cioè preso dal morbo pestilenziale. Per tempo sono obbligato anch’io ad intonare quella spiacevol sentenza, cioè: che non si dà antidoto alcuno specifico, il quale per sua particular qualità sia atto a preservare ogni persona dalla peste, e che molto meno si dà alcun determinato rimedio per guarire chi è già colpito dalla medesima. Perciò tutto quello che ha mai saputo pensare e suggerir qui la medicina e la sperienza, consiste in certi rimedj generali per espugnare la malignità dei veleni contratti e resistere alla putredine, che per analogia possono anche servire contra la peste. Nè c’è da maravigliarsene da che l’arte medica con tutti i suoi studj nè pure ha trovato finora rimedj specifici a tanti altri mali e malattie di molto minor importanza e malignità che non è il crudelissimo della peste. Ora anche la curativa può ben vantare per questo morbo un’infinità di rimedj, pubblicati già in varj ed assaissimi libri che trattano della pestilenza; ma di nessun d’essi può dirsi con sicurezza: Questo guarirà. Anzi è da por mente che tanto nella preservazione, quanto nella cura ad uno gioverà un rimedio che nulla poi servirà ad un altro ferito del medesimo male, perchè concorre il temperamento e la disposizione interna delle persone a fare che sia giovevole ad uno e inutile nello stesso tempo ad un altro il medesimo rimedio. Anzi si osserva che alcuni medicamenti provati efficaci in una peste, non servono poi in altre, essendo che quasi ciascuna peste ha qualche suo proprio e particolar sintoma diverso da quei delle altre. Forse ancora è avvenuto, ed avverrà, che un medicamento sia stato e sia per essere utile tra i Franzesi, Tedeschi, Inglesi, ecc., e questo non riesca poi tra gl’Italiani; oltre al vedersi che ce ne vengono proposti dagli autori di quei che sono d’indole contraria per preservare e per guarire dalla stessa stessissima peste; riflessioni tutte che rendono anche me perplesso e timoroso nel trattar qui dei rimedj. Ma finalmente un pessimo rimedio potrebbe essere il non voler nè pure tentare veruno di tanti rimedj che veggonsi ancor qui lodati dai medici saggi.

Credono alcuni che non si trovi, se non tardi, rimedio alla peste, e che appunto i contagi facciano tanta strage prima di cominciare a cedere ai medicamenti, perchè non si giunge a scoprire il proporzionato, se non dopo molte esperienze. Dissi che così credono alcuni; ma non dirò già che sia certa questa opinione, perchè non ben sussiste che tardi si trovi il rimedio; ma sussiste più tosto che non si trova giammai. In qualsivoglia peste v’ha delle cose strane, la cagion delle quali non si sa rinvenire, almeno con sicurezza, potendo essa attribuirsi alle qualità meno o più fiere del male, alla buona o rea disposizion dell’aria e de’ corpi, o pure a un complesso e concorso d’altre sconosciute circostanze che la man di Dio unisce per gastigare i cattivi e purgare la terra. Per altro son da avvertire tre tempi diversi di qualsisia peste, cioè il principio, mezzo e fine. Nel principio o sia nell’accessione di questo malore, un solo, o pochi almeno saran quegli che porteranno la peste in una terra o città e la parteciperanno a chi disavvedutamente con esso loro tratti. Costoro quasi infallibilmente morranno o perchè non sarà conosciuto per tempo il male, o i rimedj non avran forza, o nè pure s’applicherà loro alcun rimedio essendo tutti sul principio d’un contagio pieni più di spavento che non s’è all’arrivo d’un fiero esercito di nemici in paese disarmato e che gode da gran tempo la pace. Se però conosciuto tal disordine, con pronte ricerche e rigorosissime determinazioni, verranno scoperte e serrate quelle case, e sequestrate persone e robe che possano aver portata o contratta l’infezione, con separar le famiglie sospette dal commercio degli altri, e si provvederà coi profumi alle case e robe loro; la peste sarà soffocata e forzata a cedere e morire, potendosi con ciò tuttavia preservare la Città, perchè il veleno non è peranche invigorito, nè dilatato.

Il mezzo, o sia lo stato della pestilenza è quando essa ha preso possesso delle città e scorre liberamente, atterrando chi le capita alle mani, e facendo girar le carrette senza riposo. O sia che allora l’aria stretta delle contrade s’imbeva tutta di quegli aliti e vapori mortiferi, cagionando con ciò tanta carnificina; o sia che difficilmente possano le persone, almen popolari, guardarsi allora dall’ambiente o contatto di qualche aria, persona o roba infetta; o sia in fine che il veleno pestilenziale si trovi allora nel maggior suo auge, malignità e furore; certo è che in tale stato di cose i rimedj non sembrano aver forza e difficilmente si veggono guarir gl’infermi. Anzi è stato osservato che alcune persone, benchè si tenessero chiuse nelle lor case, nè conversassero con alcuno, pure se per altri lor disordini o casualmente venivano assalite da una febbre, non si fermavano qui, perchè la febbre degenerava poscia in peste. Del pari scrivono alcuni che altri mali spontaneamente allora si mutavano in pestilenza: il che però potrebbe essere stato cagionato o dalla visita di qualche medico, o da altre persone o robe infette, senza che se ne accorgessero i poveri infermi. Nel fine poi, o sia nella declinazion del contagio, il male così facilmente non si comunica, nè passa dall’uno nell’altro della stessa famiglia, e gl’infetti facilmente guariscono, riducendosi le morti a poco a poco in nulla. Può essere che dopo avere il morbo perduto il suo pascolo con essersi perduta tanta gente, venga egli meno, non già perch’esso manchi di malignità, ma perchè manchi a lui la preda; ovvero che restando solamente in vita quei che sanno ben difendersi o col ritiro o con altri preservativi, e quei che hanno (e non son pochi) un temperamento talmente opposto alla qualità del male che anche in mezzo agli appestati e senza alcun preservativo, non ne risentono danno; può, dico, essere che il morbo non trovi finalmente alcuno, sopra cui infierire; nè fomite o esca, ove più attaccare il suo incendio; o non gliel lasci trovare il buon governo de’ maestrati, i quali non ommettendo diligenza e premura alcuna di profumi, sequestri ed altri mezzi, si studino di conservare illesi quei che fin allora son campati.