È creduto da’ più saggi un grande errore il negar da bere o brodo caldo, o acque calde ai malati allorchè sudano, ed anche allorchè il sudore non vuol uscire, lasciando che i miseri si tormentino, e venga loro deliquio per mancanza d’umidità. Una bevanda calda e moderata fa più facilmente sudare. Se l’acqua fresca possa anch’ella convenire nel sudar che fanno gli appestati, siccome certo conviene in altre febbri, io nol trovo, nè oso determinarlo.
Quando il sudore uscisse difficilmente, consigliano alcuni che si applichi ai piedi, alle ascelle e all’anguinaia qualche sacchetto di tela di lino pieno di rena secca riscaldata, che questo aiuterà. Se il malato rigettasse col vomito i sudoriferi, si replichino due e anche tre volte; o pure in vece di bevanda se gli diano bocconi o polveri sudorifere, come sarebbe triaca, diascordio, ana scrup. 1 e mez., sale di scordio mez. scrup., olio di vitriuolo goc. 5. Mischia insieme e fanne un boccone, a cui si può aggiugnere ancora qualche grano di bezoar orientale, o scrup. 1 di confezione di giacinto senza muschio, ecc. O pure se gli dia polvere liberante scrup. 1, bezoar orientale mez. scrup., canfora gran. 2, ovvero 3, formandone polvere. Il Sydenham osservò che appena promosso alquanto il sudore, cessava la nausea; e però a chi rigettava i sudoriferi, consigliava il procurar di sudare alquanto a forza di coperte; ed appena bagnati da un poco di sudore, porgeva loro triaca, o altri sudoriferi, che erano poi molto ben ritenuti, e faceano buon effetto. Alcuni lodano il mutare spesso le camice e le lenzuola degl’infermi nel sudare e dopo aver sudato; ma altri, come il Diemerbrochio e il Barbetta, hanno osservato che i panni freschi di bucato, ed anche i chiusi lungo tempo nelle casse, sono di sommo nocumento, e a ciò attribuiscono il peggioramento, anzi la morte d’alcuni infermi. Per questo consigliano essi l’adoperar panni lini o tovaglie scaldate per asciugare il sudore, o pure il mutarsi con camice e lenzuola prima adoperate da altri; aggiungendo che il fetente sudore degli appestati loro non è punto nocivo. Io non so se così riuscirà in altre pesti; ma non sel dimentichino i medici e i lettori. Abbiamo detto altrove che il sapone e il ranno o sia lisciva, in tempi di peste si sono osservati nocivi. Participando della loro qualità i panni di bucato, non sarebbe da maravigliarsi che nocessero anch’essi. Crederei nulladimeno che si potesse rimediarvi con far prima profumare tali biancherie con solfo, mirra, o altro odore antipestilenziale e distruttivo o correttivo de’ sali lisciviali. Se non sente il malato dopo il primo sudore alleviamento, ma cresce il male, dopo alcune poche ore si ripeta, e poi si torni a ripetere il sudorifero, non dovendosi per questo desistere dagli antidoti, nè perdere il coraggio. Se dopo il secondo sudore la febbre con gli altri sintomi cresce, è pessimo segno; siccome all’incontro il sollievo suo e la diminuzione dei sintomi dopo il primo o secondo sudore, suol dare grande speranza di salute. Dopo dieci o dodici ore, e ne’ dì seguenti anche per quattro o cinque volte, secondo il bisogno, si potranno ripetere i sudoriferi. Il Barbetta loda il dare due ed anche tre volte il giorno i sudoriferi, e crede meglio il non ammettere indugio. Nelle ore frapposte si facciano pigliare all’infermo vari antidoti antipestilenziali, che anch’essi è creduto che spingano la malignità dal centro alla circonferenza. Il sudor freddo, e massimamente se grosso e vischioso, dà indizio di cattivo stato. Venendo esso poi caldo, vi resterà da sperare per l’infermo. L’esporsi dopo il sudore all’aria o al freddo, non andrà sì di leggieri esente da un gran precipizio. Dopo tali osservazioni gioverà avvertire che il sopra mentovato Sydenham riprova forte l’interrompere i sudori per paura che i malati perdano le forze, mentre quando sudano, allora eglino si sentono in vigore meglio di prima. Però egli usava di far continuare il sudore per 24 ore agl’infermi, nè voleva che si asciugassero punto, nè che mutassero camicia, anzi nè pure permetteva che questa si levasse finito il sudore, desiderando ch’ella si seccasse in dosso al malato. Imperocchè dice d’aver colla sperienza conosciuto che promovendo il sudore per sole poche ore, i sintomi dipoi tornano crudi come prima, e resta di nuovo in pericolo la vita dell’infermo, che sarebbe in salvo mediante una sudata più prolissa. Che quanto più sudavano le persone, tanto più crescevano loro le forze. Osservò ancora più volte che verso le ultime ore del sudare soleva uscire un sudore più naturale e copioso di quel primo che era tirato fuori a forza di medicamenti. Però potersi dare a chi suda brodi ed altri liquori confortativi, se ne avessero bisogno; e se verso il fine paresse che venissero meno, si dia loro un uovo da sorbire, o brodo caldo, o altro liquore congiunto a cordiali e a sudoriferi, come sarebbe sythogala alterata dalla salvia, per continuare il sudore. Finalmente dice che questo metodo gli riusciva utilissimo, avendo guarito moltissimi appestati, e che dopo averlo trovato non gliene morì alcuno. Sarà cura dei medici il farne la prova. A me basta d’averlo notato. Aggiungo che nel Ferrarese l’anno 1630, siccome abbiamo dalle Memorie stampate di quella città, fu provato che il sudare in eccesso fu il migliore d’ogni rimedio, laonde chi ebbe forze sufficienti si salvò.
Si tengano poi ben pulite e nette le stanze degl’infermi, e ne’ primi tre o quattro dì ben chiuse (se così richiedesse il tempo) affinchè gli umori maligni possano uscire o per sudore, o per insensibil traspirazione, nè vengano serrati i pori dal freddo. Ma se il vomito, la diarrea, o altra cagione di fetore vi fosse, allora converrà per un quarto d’ora, ed una o due volte il dì, aprir qualche finestra verso settentrione o verso oriente, per dissipare la puzza. Ne’ tempi freddi si tenga continuamente ivi acceso il fuoco, diminuendolo secondochè diminuisce il freddo; e ne’ tempi caldi si lasci affatto il fuoco, e in sua vece si spargano per la camera foglie di ninfea, pimpinella, ed altre erbe odorose refrigeranti immerse in aceto non caldo. Tre o quattro fiate ciascun giorno si facciano profumi per le stanze. Finiti i tempi di sudare, potranno i malati dormire, ma con moderazione scrupolosa.
Dopo l’uso de’ sudoriferi, che avanti ad ogni altra cosa si hanno da adoperare nel principio dell’infezione, bisogna attendere a cibare e cibar bene gl’infetti. Non è questo come alcuni altri morbi. Qui si fa una gran dissipazione e corruzione di spiriti vitali; e però bisogna rimetterli, e si debbono anche sforzare allora gl’infermi a prender cibo. Chi patisce inedia allora, dà segno d’essere spedito. Conobbero ciò anche i medici antichi; anzi Ippocrate, Galeno ed Avicenna scrivono che solamente o più facilmente guariva nelle pesti chi più valorosamente mangiava e beveva. Credo nulladimeno che tutti intendano non doversi empiere spropositatamente il sacco, perchè gli eccessi sono sempre eccessi. Buon consiglio pertanto sarà il prendere allora (eccetto che nei due o tre primi giorni) il vitto con mano liberale. I cibi sieno di buon sugo, e facili a digerire, come il lesso, i brodi, e cose simili, astenendosi da tutti i pesci e da tutte le carni salate, o di porco, o molto calide, quando la necessità altrimenti non vi costringa. Ai cibi stessi gioverà aggiugnere qualche acido sano, che non solo svegli o mantenga l’appetito ai malati, ma anche resista alla putredine e alla malignità del veleno. Tali sono i sughi de’ limoni, cedri ed aranci, e l’aceto semplice, o pure rosato, o calendolato, co’ quali sarà bene andar condendo i cibi. Vengono massimamente stimati dal concorde giudizio dei medici i cedri, e credo ancora i limoni, per la loro forza antidotale, e tanto il sugo quanto i semi e la scorza loro, e specialmente l’esteriore gialla. Tagliati dunque in fette questi agrumi, possono cuocersi coi cibi, e il sugo loro mischiarsi con le bevande. Similmente saranno utili i brodi di carne bollita con acetosa, pimpinella, borraggine, melissa, radici di petrosemolo, ribes rossi, marene, cedri, limoni, aranci, cotogni, ed altre simili cose. Coi cibi non si mescoli triaca, nè altra materia disgustosa, per non far prendere loro abborrimento dai malati. Fra i medici è gran disputa se convenga e sia giovevole l’acqua in sì fatto morbo. Gli antichi tengono di sì; buona parte de’ moderni inclina al contrario. I neutrali tengono per utile la medesima, purchè sia purissima ed ottima, come appunto sono le ammirabili fontane della nostra città, celebrate dal chiarissimo nostro Ramazzini, e purchè se ne beva con parsimonia, giovando ancora l’aggiungervi un poco di sugo di cedro o limone. Non è minore fra i medici la lite se abbia a permettersi o negarsi il vino agl’infermi di pestilenza. I più saggi tengono ch’esso allora giovi, purchè di buon odore, brusco, leggiero o inacquato, e purchè moderatamente preso, e purchè non vi sia delirio o grande infiammazione. Certo la sperienza concorre ad accreditarlo nelle infermità di peste anche per un gran medicamento; e il Minderero, il Riverio, Zacuto Portoghese ne contano degli ottimi successi. Se non mancano medici che ancora in altre febbri hanno permesso l’uso moderato del vino, dicendo d’aver eglino fatto più felici e numerose cure con tal metodo, e con cibare di buoni cibi gl’infermi, che non faceano altri ai nemici di questo liquore; quanto più converrà esso nella peste, ove certo è da osservarsi che mirabilmente si ricreano gli spiriti e si ristorano le forze dei malati? Ma in Firenze si attribuì all’aver bevuto di soppiatto un po’ di vino l’essere alcuni poche ore appresso mancati di vita. Ma nè pur questa è sperienza sicura. Certo è bensì aver usato alcuni in qualche città, allorchè ai sentivano presi dalla peste, di correre ad ubbriacarsi con del buon vino, credendolo un valoroso antidoto; ma a quasi tutti è costato la vita questo spropositato ripiego. Altre bevande, acque stillate, giulebbi, conserve, ecc., sono insegnate qui dai medici. Io non credo necessario il riferirne di più.
CAPO VIII.
Buboni, carboni e petecchie; sintomi ordinari di questo morbo. Pronostici intorno ai buboni. Tre maniere di curarli. Più sicura dell’altre quella di condurli alla suppurazione. Vari empiastri utili o efficaci per maturar buboni. Metodo e medicamenti vari per finirne la cura. Uso dei vescicanti.
Allorchè il veleno pestifero co’ suoi sottilissimi spiriti, che facilmente si diffondono per l’aria, è penetrato ne’ corpi umani, regolarmente la natura pare che si sforzi di scaricarsene con tramandarli alla cute. S’ella è sì debole da non poter condurlo colà o da per sè, o aiutata dai sudoriferi o dagli antidoti antipestilenziali, il caso è spedito per l’ordinario. Tramandandolo, nasce una giusta speranza di guarigione; e tanto maggiore sarà cotale speranza, quante più gagliarda sarà la natura del corpo infetto, essendosi, come dicemmo di sopra, osservato che non pochi sono talvolta guariti anche senza medicamenti, e per valore della sola benefica loro natura. Uscito dunque sul principio il sudore, o spontaneo, o procurato dai diaforetici, non di rado restano liberi gl’infermi, quando il veleno sia debole, uscendo le sue particelle per i pori. Ma quando ciò non succeda, è solita la natura prorompere fuori in tre altre guise, cioè o coi buboni, o coi carboni, o colle petecchie. Potrebbe qui mettersi in disputa se tali tumori e macchie sieno critiche separazioni ed industriose espulsioni della natura, o pure scarichi solamente sintomatici fatti da una fissazione o stravasazione d’umori o di sangue nelle glandole o tra le fibre dei muscoli, con medicare i quali non si possa propriamente levar via il male, essendone essi un effetto e non la cagione. Ma non volendo, nè dovendo io metter bocca in tali quistioni, chiederò qui licenza di potermi valere, occorrendo, delle espressioni o degli antichi o de’ moderni, e di credere che i carboni e le petecchie sieno un segno funesto della gravezza del male, che per lo più conduce alla morte; e che i buboni possano essere una separazione fatta consigliatamente dalla natura, la quale voglia valersi degli emuntorj per isbrigarsi dai sali pestilenziali. Che che però ne sia, parleremo ora di questi ultimi tumori, che, secondo la differenza delle glandole, buboni e parotidi vengono chiamati, e presso il volgo hanno anche il nome di ghiandusse. Vengono essi o sotto le fauci e gli orecchi, o sotto le ascelle, o all’anguinaia; e la lor cura principalmente spetta ai cerusici, troppo necessari in tali congiunture, non dovendosi però disperare alcuno, quand’anche manchi l’aiuto d’essi, perchè non pochi si fanno medicare da’ parenti ed amici, ed anche possono talvolta medicarsi da sè stessi; anzi ad alcuno è accaduto che i buboni senza suppurazione (venire a cò il chiamano i nostri popolari) sieno spontaneamente svaniti con loro salute.
Notinsi dunque i seguenti pronostici lasciati a noi dal Diemerbrochio e dal Barbetta, che però, siccome fondati in non molte pesti, potrebbe darsi caso che a puntino non confrontassero con altre, non essendo per l’ordinario gli stessi i sintomi di tutti i contagi. — 1.º Quanto più presto escono i buboni pestilenziali, tanto più sogliono dare speranza di salute, mostrando una tal prontezza che c’è gagliardia nella natura. 2.º Maggiormente si avrà da sperare se usciranno senza febbre; e tutto il contrario se dopo la febbre, e molto più se dopo gran febbre. 3.º Quando i predetti tumori, e specialmente i nati sotto le orecchie e le fauci, crescano a una gran mole nello spazio di 12 o di 20 ore, e si sentano teneri a guisa d’un tumore ventoso, con infiammazione o senza, sogliono sempre essere mortali; e benchè allora i malati per qualche tempo paiano passarsela bene, pure tutti sogliono morire. 4.º All’incontro ove nel principio sieno duri e rigidi, e crescano a poco a poco, divenendo lunghi con dolor tollerabile, sarà buon segno; e massimamente se crescendo riterranno quella durezza per qualche tempo. 5.º Ma se quei buboni duri avranno un certo cerchio intorno di vario colore a guisa d’un’iride, come ancora se diventeranno lividi o neri, sarà pessimo segno. Per altro l’infiammazione grave in essi non dee spaventare il cerusico. 6.º Svanendo e ritirandosi essi al di dentro, è spedito il malato, quando però svaniscano a precipizio e duri la febbre, e la natura non si scarichi altrove. 7.º Se verranno presto alla suppurazione, daranno indizio di salute; ed anche svanendo a poco a poco senza alcuna suppurazione, purchè cessi la febbre, nulla avrà da temersene. — E qui torno a ricordare che il Sydenham, il quale tiene questi tumori per ascessi lodevoli tentati dalla natura, crede pregiudiziali i sudoriferi allora che i buboni sono usciti fuori, quasi che s’interrompa il corso preso dalla natura di scaricare gli umori o spiriti peccanti pel tumore, e perciò retrocedano i buboni colla rovina dell’infermo. Quantunque il Sydenham fosse di quelli che presero per qualche tempo le Pillole dei Tre Avverbi, pure la considerazione sua dee tenersi a mente dai medici per consultarla meglio colla sperienza, avvertendo però che il medesimo autore non sembra dipoi fare gran caso di questa paura, mentre tiene minor pericolo il promuovere i sudori per 24 ore, che il tardi aspettare la legittima maturazione delle aposteme, la quale in un affetto sì precipitoso suol riuscire molto incerta e fallace. Per altro anch’egli praticò, e con felice successo, i sudoriferi prima che nascessero tali tumori.
In tre maniere si fa la cura dei buboni pestilenziali. La prima, che si chiama per discussione, e che non so se fosse meglio appellar derivazione, vien lodata e insegnata da alcuni medici di gran nome; ed è tale: Sotto dei tumori mettono essi due o tre ventose l’una sotto l’altra, e nell’inferiore posto un vescicante, e svegliata la vescica, di là procurano di tirar fuori la materia peccante, applicando ai buboni degli emollienti caldi con pezza di lino, o del decotto di betonica, isopo, malva, meliloto, aneto, camomilla, e semi di comino e di fenicolo, applicandolo caldo al tumore con piumacciuolo di stoppa sopra, mutando tutte ad ogni ora. Se dopo il settimo giorno non isvaniscono i buboni, vengono poi ai suppuranti. Altro non dirò di questo metodo, perchè quantunque sia buono, pure dalla comune de’ medici savi non è creduto il migliore, e gioverà fermarsi ove più importa. Il secondo metodo, appellato per diversione, viene anch’esso commendato assaissimo da alcuni, e descritto nella forma seguente: Nelle parti più lontane dal cuore e meno pericolose, e specialmente in mezzo alle cosce, fanno un picciolo taglio della cute, ove mettono dentro un pezzetto di pseudoelleboro, o sia veratro nero, a cui sia levata la scorza, sovrapponendovi poi un empiastro tenace; e custodiscono per 24 ore l’infermo colle mani e coi piedi legati, finito il qual tempo, dicono che tutto il veleno è tirato colà dalla forza dell’elleboro, e che l’infermo è guarito da ogni pericolo. Angelo Sala esalta sino alle stelle questa maniera di curare i buboni, dicendo d’aver fatto dei miracoli colla radice dell’elleboro, ch’egli tiene per dotato d’una incredibil forza magnetica ed attrattiva. Ma dall’un canto noi non possiamo assicurarci che un tal rimedio faccia sì meravigliosi effetti; e dall’altro è chiaro riuscire il medesimo sì doloroso ai poveri infermi, ch’eglino sono vicini ad impazzire, nè ci vuol meno d’una forte legatura per tenerli saldi in sì aspro martirio ed ambascia. Il perchè non oserò io consigliare ad alcuno questo barbaro ripiego, siccome nè pure l’applicar tali ventose agli stessi buboni, cosa per altro lodata da alcuni riguardevoli professori di medicina, e praticata anche da taluno in Roma nella peste del 1656, perchè quantunque ciò non abbia contraria la ragione, ha però contraria la sperienza, avendo altri insigni medici osservato con vari sperimenti che tali ventose nessun buon effetto hanno prodotto, ma solamente hanno dopo di sè lasciato negl’infermi maggiore l’inquietudine, più acerba la febbre, e più smoderato il tormento del male. Si è anche avvertito non ricavarsi frutto dalle sole ventose applicate alle parti più vicine ai buboni, nè dall’applicar galline o colombi squarciati vivi ai buboni tagliati; e riuscir troppo pericolosi e dolorosi tutti i tagli fatti avanti che la materia delle aposteme e dei tumori sia venuta ad una competente suppurazione. Racconta l’Alberti d’un contadino, il quale si tagliò un bubone che gli dava intollerabil dolore all’anguinaia. Vi trovò dentro materia bianca, tenace e grossa. Tentando di tirarla fuori (nel qual tentativo sentiva eccessivo dolore) la ruppe in modo che mezza restò dentro. Tuttavia essendo egli rimaso molto sollevato dal solito cruccio, fatto buon animo, poco dipoi curò il resto, e rimase come per miracolo libero del tutto dal tormento. Nettò egli poscia e medicò da sè stesso la ferita, e serrato in pochi giorni il taglio, si trovò affatto sano. Fo menzione di questo caso non per animare alcuno a fare altrettanto, ma appunto per avvertire che questi sono pericolosi eccessi, e cure sregolate da lasciare a chi vuole con gli spasimi o affrettare, o tirarsi addosso la morte. Conchiudo colle sagge parole d’Alessandro Massaria: Sententiæ nostræ summa est, hos tumores non admodum graviter ed aspere tractandos esse, tam incipientes, quam declinantes; quum perpetuo nos oporteat operam dare, ut naturam juvemus ac foveamus, at nullo pacto ut eam magis vexemus et labefaciamus: illa namque sola et vera est morborum omnium medicatrix.
La terza maniera dunque di curare i buboni si è quella della suppurazione e maturazione, lodata e approvata da tutti, cioè di applicarvi rimedi chiamati emollienti e maturanti, i quali aiutino la concozione della materia trattenuta nel tumore, e dispongano il medesimo al taglio. Ne rapporterò qua alcuni, e massimamente de’ più facili per la povera gente.